Archive for febbraio 2009

FAT CAT THROUGH THE CAT FLAP

27 febbraio 2009

Questo è stupendo.
(Alla fine ce la fa..:-)))

http://www.youtube.com/watch?v=nm2_oBpQTec

 

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THANKS ARETHA

25 febbraio 2009
Oggi mi sento insolitamente leggera e non so bene neanche perché.
Cosa abbastanza strana per una pensosa riflessivante analizzante ed emotivamente razionalizzatrice come me.
Però, ho messo su un cd di Aretha Franklin, uno dei miei dodici cd intendo, ho pensato, come ogni volta che la ascolto, che darei un mignolo, proprio un mignolo intero, tagliato via di netto, anche con il coltello, zac, come quelli della Yakuza, per avere una voce come la sua, non perché io abbia una brutta voce, insomma, anzi, mi piace cantare e a volte mi viene anche bene, ma proprio per quello, per una a cui piace cantare e a volte arriva in alto, ma non così in alto, nelle note intendo, non sul palcoscenico, insomma, delle volte, quando non ci si arriva e la voce si piega a metà, come un foglio di carta che non sta dritto, e ti nasconderesti dalla vergogna, a volte, dico, piacerebbe da morire avere una voce così, perché avere una voce così ti aiuta a urlare, a riempire i polmoni di aria, a riempirti di vita insomma, e a farla uscire fuori con potenza, forza, passione, a urlare quello che ti sta dentro, ma senza saperlo, a farlo uscire come un branco di scorie soffiate fuori in un turbine da un altoparlante, che tu sia per casa, in cucina a lavare i piatti, che tu stia facendo il letto ballando, o che tu sia in macchina, in tangenziale, aprendo il finestrino con l’aria che ti arriva dritta in faccia mandandoti i capelli ovunque, e accidenti, una voce così, averla, ascoltarla, urlarla, ti fa sentire improvvisamente, violentemente e senza dubbi, felice.
 
 

MARTEDI’ GRASSO

24 febbraio 2009
Va beh, ho capito, vi piacciono i post intimistici.
Ieri ho parlato della mia faccia allo specchio e sono passate di qua un centinaio di persone.
Come facessero a saperlo, che parlavo della mia faccia, e soprattutto come questo potesse risvegliare tutto questo interesse, non mi è molto chiaro, però oggi voglio riprovarci parlandovi del costume di Carnevale di quando ero bambina.
Non c’è molto da dire, in effetti, se non che quell’anno, l’anno dei miei quattro o cinque anni, mia madre decise di comprarmi un costume da Carnevale vero.
Prima non l’avevo mai avuto, e neanche ho ricordo di altri costumi indossati dai miei fratelli.
Se ci fossero stati, di sicuro mi sarebbero stati appioppati, come quell’orribile soprabito di velluto a coste marrone di mio fratello L. che un giorno, in quarta o quinta elementare, mia madre decise di farmi indossare, e dio quanto mi vergognavo, e che per fortuna mi convinse a portare solo per un paio di giorni, finché i miei amici Anna e Sergio, sulle scale della scuola,  mi dissero che faceva davvero schifo.
O i pigiami di cotone blu, o azzurro, con i bordini bianchi, che però, insomma, mettevo anche volentieri, perché mi piaceva il colore e poi tanto, di notte, nessuno mi vedeva.
Probabilmente di costumi di Carnevale ce n’erano stati per i miei fratelli, ma erano andati rovinati negli anni, loro erano grandi ormai, terribilmente grandi: se io avevo cinque anni, L. ne aveva undici ed E. ne aveva addirittura tredici. Tra di noi ormai c’era un abisso, e poi io ero una femmina. Questa questione dell’unica figlia femmina, quasi inaspettata, dopo due maschi bradi e litigiosi, era evidentemente estremamente importante per mia madre e il suo concetto di abbigliamento femminile.
Da quando ero nata infatti, era stato tutto un tripudio di vestitini rosa, di collettini bianchi di pizzo, di maniche a palloncino, di camicettine con i volants, di pon pon colorati, bottoncini di madreperla, calzettine traforate, scarpettine di vernice o sandaletti bianchi lucidati con la biacca. La mia cameretta era un’esultanza di fioroni rosa, gialli e rosini su chilometri di raso rosa di mantovane e copriletto. Il mio lettino aveva una testata rococò ricoperta dello stesso raso, le tende erano bianche a balze, le pareti erano rosa, la lampada era una romantica ceramica dipinta a fiorellini (rosa), e la scrivania era un qualche stile impero con poltroncina in stile ricoperta di velluto verde.
Il risultato di tutto questo diluvio di stoffe, rasi, drappeggi, volants, colorini pastello, pizzi e vernici, fu che divenni in assoluto la prima bambina della mia scuola a indossare i blue jeans e a non togliermeli più per una ventina di anni.
Inutile aggiungere che, mio malgrado, ero una bambina tranquilla e pulita, ma che non mancavo mai di sporcarmi apposta le scarpine appena lucidate, strofinandole nella polvere, tirarmi fuori la camicia dalla gonna, e di spettinarmi furiosamente i capelli amorevolmente tirati e ripiegati in su con il pettine bagnato.
Diciamo però che dai dieci anni in poi presi definitivamente il controllo del mio armadio, della mia acconciatura e un paio d’anni dopo pure dell’arredamento della mia cameretta, e mia madre, desolata e frustrata, mi lasciò andare alla mia deriva.
Così, dall’armadio sparirono i vestiti, la spaventosa triade “gonna golf e camicetta” fu sostituita da blue jeans e maglietta d’estate e pantaloni di fustagno e maglione d’inverno. I capelli crebbero inesorabilmente e si fissarono prima in una coda di cavallo raggrumata, poi in una libera crescita indistinta. Il colore rosa fu bandito nei secoli e definitivamente espulso con raccapriccio dalla mia vita.
La testata rococò fu estirpata dal letto, i tendaggi sradicati, la scrivania eliminata e sostituita da un’asse di truciolato su due cavalletti di ferro, l’armadio laccato di bianco fu ricoperto di fotografie strappate dai giornali e soprattutto la camera fu ridipinta di giallo e il soffitto di marrone.
Prima di tutto questo furibondo cambiamento però, all’alba dei miei quattro o cinque anni, ero ancora una docile e dolce bimba abbigliabile secondo i canoni della moda bambinesca femminile di quegli anni.
Non riesco proprio a spiegarmi quindi, ancora oggi, come mai quella sera di tanti anni fa, mia madre mi abbia portato in una delle più belle cartolibrerie della città, che inspiegabilmente allora vendeva costumi di Carnevale. E soprattutto, non riesco a spiegarmi come mai, già allora, tra i tulle azzurri dei vestiti da fatina, le balze colorate dei vestiti da Biancaneve, i rasi bianchi finemente ricamati dei vestiti da Colombina, io abbia scelto proprio quella magnifica casacca di velluto blu con i lustrini d’oro, quella camicia di raso bianco, quei pantaloni di panno rosso con i fregi dorati, quel cappello rosso con la piuma,  del mio  meraviglioso, incantevole, vestito da Moschettiere.

moschettiere

IMMAGINI

23 febbraio 2009
DSC02400
Anni fa, tanti anni fa, c’erano delle mattine in cui mi svegliavo, barcollavo fino in bagno, mi guardavo allo specchio, controllavo la situazione e mi sorridevo.
Poi, ce n’erano altre invece, in cui evitavo lo specchio fino a che in un’impeto mal controllato di curiosità alzavo gli occhi, mi guardavo senza nessuna simpatia e mi dicevo: ecco. ti vedi? questa è la faccia che avrai a trent’anni.
Delle mattine in cui proprio andava male pensavo anche: ecco. mammamia, ma quella sono io? Già. contenta? questa è la faccia che avrai a quarant’anni. E non parliamo delle mattine in cui pensavo alla faccia che avrei avuto a cinquant’anni.
Altre mattine mi dicevo invece: beh, è perché hai dormito poco, o è perché hai dormito male oppure: beh dai con la settimana che hai fatto. sei stanca. tutto lì.
Poi la mattina passava, e anche il pomeriggio. Un’occhiata veloce diceva che andava tutto bene. Insomma, dai, me la cavo. Una vetrina casuale per strada confermava che invece le cose andavano per il meglio. Beh dai, non male.  E pure certi sguardi. Inaspettati, lunghi. Perfino ammirati. DSC02392
C’erano degli specchi invece dove non c’era la solita luce, o chessò, il solito punto di vista, dal parrucchiere, di solito, o nel camerino di qualche negozio, e improvvisamente là dentro c’era un’altra persona: oddio no. Ma che è? Allora cercavo di uscirne in fretta, come cambiando argomento. Insomma, c’è da fare.
E le fotografie? Impossibile che avessero fotografato quell’estranea al posto mio. E pure con addosso i miei vestiti.
Poi, gli anni sono passati, non potevo neanche più dirmi questa è la faccia che avrai a quarant’anni perché già ce li avevo.
Alla fine, ha cominciato a essere chiaro che non era stanchezza. Che non era perché era mattina. Che non era perché avevo dormito poco. Che non era stata neanche una settimana pesante. O meglio, quello peggiorava solo le cose, ma il problema era che semplicemente e inesorabilmente, quella era ormai definitivamente la mia faccia. Accidenti.

UNA GIORNATA AL MARE

21 febbraio 2009
Il tipo dell’annuncio (Cercasi persona con maturata esperienza in agenzie viaggi. Richiesta dinamicità e ottima conoscenza lingue.) mi dice che ha intenzione di aprire un’agenzia di viaggi, che praticamente non gli costa nulla l’affare, perché ha già il locale a disposizione, a fianco dell’avviatissima attività di famiglia, che anche l’affiliazione alla catena di franchising per agenzie di viaggio non ha un costo molto alto e che forniranno tutto il necessario, dal sistema informatico ai contratti con i tour operator. L’unica cosa che gli serve è qualcuno che abbia esperienza del lavoro, perché lui fa tutt’altro mestiere, ed è per questo che cerca una persona che abbia già lavorato in agenzia, e che sappia come muoversi, come gestire la clientela, come fare pubblicità alla nuova attività, come procurarsi contatti con le ditte per i business travel (dice lui). Una persona insomma, che faccia partire l’agenzia.
Bene, gli dico, io ho diciotto anni di esperienza nel settore. Sa, poi, in ufficio facevo di tutto, dalla pubblicità ai biglietti aerei, dalle prenotazioni dei voli, degli alberghi, delle auto, dei pacchetti di viaggio,  al bagnare le piante sulla mensola in vetrina, dalla gita scolastica a Firenze al viaggio di nozze in Polinesia, con stop a Parigi all’andata, voli, trasferimenti e hotel per tre isole diverse, sosta con escursione all’isola di Pasqua e tour su misura del Cile, mica come vendere il pacchetto tutto compreso a Sharm el Sheik.
Perfetto dice lui, allora guardi, io le posso offrire un rimborso spese e poi lei ha il guadagno di tutto quello che riesce a vendere. (*) Tolte le spese dell’ufficio, ovviamente. Lei ha la massima libertà di organizzarsi come vuole poi, sa, l’attività di famiglia è aperta dalle sei del mattino alle otto di sera, tutti i giorni. Cosa ne pensa?
Ah, dico io. Mah, sa, sono un po’ perplessa sui compensi…, mi scusi, per rimborso spese cosa intende? Beh, dice lui, le rimborso la benzina e il pasto. Sa, noi crediamo che una persona all’inizio vada stimolata, e non possiamo mica correre il rischio che uno magari si siede in ufficio e non fa nulla.
Mentre esco incrocio una ragazza che arriva per il colloquio successivo. All’arrivo ne avevo incrociata un’altra, giovanissima, sui vent’anni. Sul tavolo il tipo aveva una ventina di domande di lavoro. Mi hanno risposto in tanti sa, mi aveva detto, anche gente che non ha esperienza. Qualcuno che accetta lo trova di sicuro. Purtroppo.
Io invece, uscita dal suo ufficio, ho tirato un gran respiro, ho guardato in alto il cielo, ho preso la macchina e sono andata al mare. Faceva freddo, ma era davvero una giornata stupenda.
 
* Il guadagno medio lordo della vendita di un qualunque servizio turistico (esclusi la biglietteria aerea, ferroviaria e navale) va dal 7 al 10 per cento dell’ammontare del servizio.  
Il guadagno della vendita  della biglietteria aerea, da quando le compagnie aeree hanno abolito le commissioni, consiste esclusivamente nelle spese di prenotazione.

mare

CERVELLI

20 febbraio 2009
Rita Levi Montalcini dice che abbiamo due cervelli: uno piccolo e scemo, arcaico, che sta nell’ippocampo, preda delle emozioni e dei conturbamenti, rimasto al livello dell’australopiteco quando ha deciso di scendere dall’albero e provare a stare in piedi su due zampe, l’altro, molto più giovane, che sta nella neo-corteccia, è invece nato con il linguaggio e la cultura, ed è il cervello cognitivo, quello che pensa, che ragiona, e che dall’homo sapiens ci ha portato fin qui.
Il pericolo, dice la scienziata, è che il cervello arcaico è astuto, è maligno, maschera la propria azione dietro il linguaggio, dando l’illusione di stare pensando solo perché si articolano delle frasi e, in qualche modo, si comunica. In realtà, buona parte delle nostre azioni è ancora guidata dal cervello arcaico, e tutte le grandi tragedie dell’umanità, sono dovute al prevalere della componente emotiva su quella cognitiva.
Ecco. Detto questo, non avrei altro da dire, perché mi pare che sia già detto tutto.
E’una sensazione che provo da un po’di tempo, che mi fa scrivere meno perché mi sembra che tutto sia così evidentemente evidente, così banalmente banale che non serve proprio parlarne, ma che io possa solo assistere, con le braccia che cadono pesanti lungo i fianchi, a quello che alla gente che pensa le stesse cose che penso io, appare amaramente e sconsolatamente chiarissimo, mentre alla gente che non pensa le cose che penso io, non appare per niente.
Poi penso a Facebook, a Mediaset, a internet, a Sanremo, alle chat, agli sms, alla televisione, al Parlamento italiano, a tutto quello che sembra comunicazione ma non lo è, a tutto quello che sembra messaggio ed è solo il mezzo e capisco anche che tutti noi che in questo periodo stiamo lì ad assistere con le braccia che cadono pesanti lungo i fianchi, siamo inevitabilmente, e sempre più velocemente, destinati a non essere più rappresentati.
Da nessuno.

PAOLO POLI E GIOVANNI PANNACCI – “SIAMO TUTTE DELLE GRAN BUGIARDE”

18 febbraio 2009
Un ragazzo di ottant’anni

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Ci sono persone che a cinquant’anni parlano di sé al passato e sognano la pensione. Persone che a sessanta anni vanno, per l’appunto, in pensione, pensando che finalmente si potranno dedicare ad altro, che a settanta vegetano davanti alla televisione e che a ottanta hanno, nonostante la buona salute, e già da un bel po’, un piede nella fossa.
Poi ci sono tutti gli altri.
Di tutti gli altri, fa sicuramente parte Paolo Poli.
Questa è la prima considerazione che ho fatto leggendo il bel libro “Siamo tutte delle gran bugiarde” Paolo Poli – Conversazione con Giovanni Pannacci, che l’amico di blog Giovanni http://www.schivandorospi.blogspot.com/, ha appena scritto e pubblicato con Giulio Perrone Editore.
Conosco Paolo Poli solo di nome, non ho mai assistito ad un suo spettacolo, ma la sua recente e scoppiettante apparizione al programma Che tempo che fa su Rai3, per la presentazione del libro, mi ha lasciato una gran curiosità, e la stessa sensazione (poi evidentemente risolta) che deve aver provato Giovanni nel corso delle conversazioni con il funambolico attore, durante le quali, come scrive “(…) Per mesi ho avuto l’illusione (la presunzione) di pensare che doveva esistere “un altro” Paolo Poli. Pretendevo di vedere il volto vero dietro la maschera, desideravo che apparisse l’uomo senza i trucchi del mestiere. Pensavo che Poli giocasse al teatro per sfuggire, per proteggere chissà che umana fragilità. Mi sbagliavo. Lui è sempre stato lì, disponibile, onesto e fortissimo. ”
Ed è proprio la persona Paolo Poli, il fortissimo ottantenne ragazzo, solido come la roccia nella sua coerenza, onesto nel suo essere radicalmente, ma anche con estrema, originale leggerezza, anticonvenzionale per tutta una vita, quello che salta fuori con grande forza dalle pagine di questo libro singolare.
Singolare perché Giovanni Pannacci, come racconta, viene promosso sul campo da Paolo Poli Il mio biografo dietro le quinte di un palcoscenico mentre Giovanni lo insegue su e giù per le scale di un teatro durante il primo incontro, tentando di stabilire un dialogo con un attore nato che “(…) mi cattura, mi irretisce, mi palleggia e mi lancia in orbita con parole, battute, racconti, aneddoti, cattiverie, maldicenze e malinconie (…)”. Singolare perché, alla fine, fatti i conti, una biografia questo libro non è.
Una biografia, dice Poli, “(…) è roba adatta a Franco Zeffirelli.”
Non a questo personaggio unico, originale e da sempre indefinibile, che ci parla della sua vita parlandoci dei pensieri che ancora pensa, dei progetti che ancora elabora, e del mestiere che ancora fa con grande passione e soprattutto con grande divertimento.
Ed è con gran divertimento, suo e nostro, e con malcelata ammirazione, che Giovanni ci fa assistere al ribollire entusiasta, ma in fondo saggio, di questa mente funambolica che solo all’ultima pagina ci fa ricordare che il personaggio che viene qui descritto è, in fondo, un vecchio di ottant’anni, perché:
” (…) quando siamo giovani il sangue ribolle, da vecchi ristagna. Però bisogna continuare ad amare quello che si è amato da giovani.
Per questo il mio mestiere è meraviglioso, perché l’applauso è la vera paga. Non c’è soldo che tiene.
Rimpianti non ne ho e neanche rimorsi. Io mi son divertito”
C’è da imparare.

QUISQUILIE

13 febbraio 2009
Io lo odio quando da sotto vien su lenta la finestrina che dice: attenzione le batterie EX110 Series Keyboard Tastiera sono critico.
Intanto perché prima almeno impara l’italiano e scrivi che le batterie sono critiche se proprio ci tieni, che comunque come frase fa schifo,  e poi perché le batterie dell’altra tastiera che mi hai costretto a mettere a riposo nello sgabuzzino sono durate dieci anni senza mai cambiarle.
E non parliamo delle batterie del mouse che mi costringi a cambiare ogni due mesi, e sempre con quel cavolo di avviso al singolare.
E poi con il gatto Felix cosa devo fare? Ce l’avevo tra i documenti da una dozzina d’anni. Poi un giorno ho detto E questo che è?, l’ho aperto e mi è caduto lo screen mate sotto forma di micio bianco e nero che da due mesi mi cammina sul monitor e fa le fusa sui bordi delle windows.
E io ogni volta a chiuderlo sentendomi in colpa mentre lui mi guarda con le zampine appoggiate ai cristalli lcd.
E vogliamo parlare dei preferiti che non riesco a mettere in ordine alfabetico?
Dei documenti che nel corso degli anni i vari tecnici mi hanno sistemato sotto venti cartelle diverse che si aprono come matrioske informatiche rivelando gli stessi identici file sotto mille pseudonimi differenti?
E il foglio di word che a volte è largo a volte è stretto?!
Sigh…

ANTIGONE TRA NOI

10 febbraio 2009
 Berlusconi e Craxi 1984
Stanotte ho sognato che Berlusconi era morto.
Ho sognato anche che dovevo sostenere un colloquio per potere insegnare in un corso di inglese e che ad una domanda dell’esaminatore mi confondevo con il francese e sostenevo la regola del partitivo. There are du friends, no, some friends, no, there are there are des friends, abbassavo gli occhi e pensavo tra me, poi, cercando di mostrarmi sicura di me dicevo: è partitivo, è la regola del partitivo. L’esaminatore mi guardava, serio.
Poi uscivo, incontravo un’amica, e tutti, in giro, tutti sapevano che Berlusconi era morto. Anch’io lo sapevo. Pensavo, beh, si sapeva, da tempo sapevo, aspettavo, che prima o poi sarebbe successo.
Il clima intorno era plumbeo, di aspettativa pesante, incerta ma senza speranza.
Nel 1992 questa ragazza dagli occhi neri profondi e felici, che ci guarda da mesi, anzi da anni, gli anni della civilissima e tragica battaglia di suo padre, dalle pagine dei giornali e dallo schermo della televisione, è uscita di casa. Forse sorrideva uscendo, forse era una giornata triste, forse aveva litigato con qualcuno, forse invece era contenta, stava bene, tutte le cose in ordine intorno a lei.
Sta di fatto che a casa non ci è più tornata, e che dalla sua vita di ventenne, avete presente quanta vita c’è in una ventenne (pensieri fragili, sogni intatti, entusiasmi perfetti), è passata direttamente al letto di un ospedale.
Eluana non c’era più da diciassette anni. Alla sua famiglia, ai suoi amici, era rimasto un corpo vuoto, pieno di aria, di sangue e di liquidi, vuoto di pensieri, progetti ed emozioni, i tessuti idratati, alimentati e svuotati periodicamente da aghi e sondini. Il corpo di Eluana è stato lì, in silenzio, a respirare, a riempirsi e svuotarsi per anni, a volte nella penombra, a volte in luce piena, circondato dal ronzio basso dei macchinari a cui è attaccato, dalle voci distratte di infermieri, preghiere sommesse di suore, donne delle pulizie che fanno la camera parlando d’altro, medici che passano, osservano, compilano cartelle cliniche, dai rumori di un ospedale, dai rumori di fuori: giorni di pioggia che batte sui vetri, poi giorni di vento, qualche nevicata, estati calde, la luce che al mattino filtra sempre più presto dalla finestra, la marmitta di un motorino che si allontana, la sirena di un’ambulanza, un’imposta che sbatte. Unica costante: il dolore sordo, stabile dei genitori. Ma appunto anche quello è vita.
Quando ero piccola, ogni tanto mio padre guardando il telegiornale scuoteva la testa o si faceva delle gran risate o si alzava dalla poltrona espirando un soffocato pooora italia. Allora magari si girava verso di me e sorridendo mi diceva come fosse un ritornello: la scuola, il lavoro, la casa, la sanità, il lavoro, la sanità, la casa, la scuola. Ricordati, tu ora sei una bambina, ma quando sarai grande e guarderai il telegiornale,  parleranno ancora delle stesse cose, e niente sarà cambiato.
Mio padre era un vecchio repubblicano, era stato un ragazzino durante il fascismo, era stato mandato in Sardegna durante la guerra, dove si era beccato la malaria (..ho fatto la guerra in Costa Smeralda e neanche lo sapevo..) si fece una famiglia nell’Italia ottimista del dopoguerra e del miracolo economico, leggeva il Corriere della Sera, votava per il partito di Spadolini, visse abbastanza per vedere il primo governo Craxi, ma non arrivò a vedere la seconda Repubblica.
In parte aveva ragione: niente è cambiato. In questo lui e il Gattopardo la pensavano allo stesso modo. In parte però nell’85, quando se ne andò, nessuno avrebbe potuto immaginare, o forse c’erano solo le prime avvisaglie sotterranee, di cosa sarebbe diventata l’Italia, e di conseguenza la classe politica italiana di lì a poco. E qui, invece, le trasformazioni sono state tante.
Siamo un paese ridicolo, votato più alla commedia che alla tragedia. O dove forse tragedia e commedia spesso si scontrano, ma dove di sicuro, nelle soluzioni, nelle strategie, nei metodi, la commedia finisce per prevalere sulla tragedia.
Beppino Englaro è una figura tragica. Starebbe da dio in un dramma shakesperiano o in una tragedia di Sofocle. La figura mitologica di Antigone è il suo specchio perfetto.
Ma mentre Antigone vuol fare valere le leggi morali degli dei per dare giusta sepoltura al fratello, e si scontra con le leggi dello stato e con la figura di Creonte, re di Tebe, Beppino Englaro, ahinoi, si scontra con la figura di Berlusconi, reuccio di mediaset, e le leggi del suo personale cabaret.
E volendo scrivere di questa vicenda, non si saprebbe bene in quale genere letterario collocarla.
Se ogni persona ha un destino, in parte, visto che dal suo letto ce l’hanno a viva forza trascinata nelle case, il destino pubblico di Eluana, splendida ragazza sfortunata, forse è stato quello di metterci di fronte, con la forza e la valenza emotiva della disavventura sua e della sua famiglia, alla pochezza, per non dire oltre, degli uomini che abbiamo, hanno, messo al governo di questo paese.
Chissà che serva.
 

QUESTIONS

6 febbraio 2009

Altra domanda semplice per il tag it.answers.dipòk.com:

ma avendo un vocabolario d’inglese vecchio di vent’anni, che con l’uso (tirarlo fuori dalla libreria con le dita sul costolone) ha perso, appunto, il dorso, voi cosa fareste?

A) Lo terreste così. Dorso beige slabbrato senza copertina. (come cavolo si chiama il dorso di un libro? dove si scrive il titolo insomma.)

B) Lo portereste a far rilegare perdendo però la rilegatura originale.

C) Ci mettereste due strisciate di nastro adesivo lungo il dorso sapendo che nel giro di qualche mese si ridurrà a una schifezza appiccicosa e sporchiccia.


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