Archive for the ‘racconto’ Category

YOU CAN’T ALWAYS GET WHAT YOU WANT

9 febbraio 2011

DSC02034Ecco un pezzo scritto tempo fa. Doveva essere l'inizio di qualcosa. Poi è rimasto inizio senza il qualcosa. Lo metto qui perché c'è il mio personale sogno/tsunami. E anche i leoni.

You can’t always get what you want, canta Mick Jagger, mentre lo shuttle rosso fuoco della Prime Time mi porta dall’aeroporto di Los Angeles all’albergo che ho prenotato a West Hollywood.
L’autista è un asiatico pensieroso che guida armeggiando con il cellulare e guardando a destra e a sinistra per cercare gli alberghi degli altri due passeggeri lungo l’infinita Santa Monica Boulevard. Alla musica a tutto volume dello stereo si sovrappone a tratti una voce femminile sommessa, un mormorio di consonanti nasali e di vocali arrotolate, americane, che dalla centrale smista le chiamate agli autisti.
Los Angeles. Respiro a fondo. Los Angeles, dico, piano. Se non avessi la voce spezzata dall’emozione e appannata da una notte insonne e da quattordici ore di volo da Melbourne a qui, mi metterei a cantare. Invece me ne sto qui, ferma, il cuore che mi batte fino in gola e il respiro sospeso. Col cavolo che you can’t always get what you want. Io ce l’ho fatta. Ce l’ho fatta, ce l’ho fatta, ce l’ho fatta, ce l’hofatta celofattacelofattacelofatta. Celofatta. Mi abbasso nel furgoncino per guardare dai finestrini il paesaggio terso, sereno della California, le palme sottili, altissime, a gruppi di quattro, cinque. Slanciate, immobili, nell’aria sottile e azzurra del mattino.
E se anche non dovessi cercare di nascondere la mia euforia a tre sconosciuti indifferenti: un canadese, un’americana e un presunto coreano, e avessi vicino un amico, un’amica, un conoscente o almeno qualcuno che parli italiano e che partendo da mille segni comuni e condivisi riuscisse a capire che qualcosa mi sta esplodendo dentro, non so bene cosa potrei raccontare, o almeno da dove cominciare.

Almeno, intanto, non sogno più i leoni. Leoni che sbucano dalle porte di casa mia o della vecchia casa dei miei. Leoni che apparivano improvvisamente nella penombra, alla fine del corridoio, un lungo corpo guizzante che si fletteva su se stesso, una criniera, due, tre. Oh no, ancora i leoni, pensavo. E li seguivo da lontano, nascosta, rasentando i muri che si allungavano. Loro entravano lentamente nelle stanze, le stanze si allontanavano, ne uscivano, si aggiravano sulla terrazza che correva lungo la casa. Li osservavo dalle tapparelle mezze abbassate, tenendomi a distanza. Composti, dignitosi, nobili, in cerca di me.
Un avvertimento, ostinato, necessario. Pronti a sbranarmi. E si dileguavano negli ultimi momenti sfilacciati di sogno quando, nel martellamento di cuore in tumulto, ricomparivano pezzi di camera da letto e la realtà si ricomponeva immobile e rassicurante.
I leoni volevano farmi fare qualcosa, lo sapevo bene, li sognavo da anni.
Come anche l’acqua che saliva, quella la sognavo da mesi, acqua come un’onda immensa, un mare che saliva fino al quarto piano della vecchia casa, premeva spaventosamente sui vetri chiusi delle finestre del soggiorno. Rimaneva aperta una finestra che miracolosamente correvo a chiudere appena in tempo: questa volta il vetro non reggerà, pensavo, come fa a reggere, così sottile.
Acqua torbida, verde, piena di foglie strappate, di rami, ramoscelli spezzati, di trasparenze cupe; gli ippocastani dei giardini di fronte ondeggianti nel mare come alghe gigantesche. 
I vetri reggevano, finivo per trovarmi in un acquario spaventoso. Ma ora tutto esploderà, pensavo, sognavo, i vetri, i muri, come possono resistere, è inevitabile, ora i vetri esploderanno.
Mi svegliavo atterrita chiedendomi come fossi ancora viva.

Ora i sogni sono diversi, tantissimi, ma non me li ricordo mai. Del resto come diavolo farei a ricordarmi un sogno quando ogni mattina appena sveglia, stento a ricordarmi dove mi sono addormentata. Mi sveglio e sono subito risucchiata dal presente. In che città sono oggi? Anzi, in che paese? E come sono arrivata qui? Ogni mattina devo farmi mentalmente un riassunto del giorno precedente. O di quello prima ancora, a seconda del fuso orario. Apro un occhio, il destro di solito, e  piano piano, come da un periscopio in un mare straniero, osservo la stanza intorno. Rimango sempre un po' stupita a vedere la scatoletta di latta blu della crema Nivea posata su un comodino sconosciuto, o, in mancanza di un comodino, come in tutti gli ostelli che ho girato finora, appoggiata sulla guida che leggo prima di dormire, accanto al letto insieme a orologio e occhiali.
Anche a casa c’erano delle mattine in cui appena suonava la sveglia, mi chiedevo che giorno fosse. Erano quelle mattine di sonno torpido, pesante. Le mattine in cui mi svegliavo, e mi sentivo come se il sonno per tutta la notte mi avesse schiacciato il corpo sul materasso, come un cadavere in fondo al mare, tanto da farmi male alla schiena.
Mi sembrava di non aver dormito del tutto, di aver passato la notte in bianco, quando finalmente suonava la sveglia e piano piano mi strappava dal lavoro di quella notte.
I miei sogni erano faticosi, pesanti. Sembravano non finire mai. Anzi, si ripetevano per tutta la notte come se cercassero una soluzione. Erano sogni da catena di montaggio, azioni e scene banali ripetute decine di volte senza arrivare a niente. Oddio, lunedì. O è ancora domenica? A volte mi stupivo anche di non vedere la luce filtrare dalla finestra davanti a me, come nella mia vecchia camera, a casa dei miei, nonostante io abiti per conto mio da tanti anni e la finestra sia alla mia destra.
E nei sogni, la casa dei miei era sempre quella di una volta, con il lungo corridoio in mezzo e le stanze dei miei fratelli in fondo, una a destra e una a sinistra, anche se ormai, da anni, la casa era stata divisa a metà e la mia metà avevo deciso di venderla proprio pochi mesi prima, proprio poco dopo la storia delle infiltrazioni d’acqua.
In fondo, tutto era nato da una macchia di umidità sul muro.

(segue, seguiva, seguirà)
 

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UMBRIZZARE

27 ottobre 2009

Ehm…
Volevo anche dirvi che hanno pubblicato un mio racconto qui:

libro!!!!

E che il libro verrà presentato a Umbrialibri 2009 il 15 novembre alle 10 e 30 alla ex Chiesa di Santa Maria della Misericordia, a Perugia.
Si intitola: "Umbria, geografie del mistero", Perrone editore. E’ una raccolta di racconti curata da Giovanni Pannacci.
Giovanni, è stato uno dei primi lettori di questo blog, ed è proprio attraverso il blog, e attraverso Giovanni, che ringrazio assai, che il mio raccontino è arrivato in Umbria.
Che c’entro io con l’Umbria, direte voi. Mah. La parola chiave è: "umbrizzare". A voi scoprire il resto, ma chi mi ama, (pochi) (nessuno?) ha già in parte la soluzione…

ESECUZIONI

8 marzo 2009
 
Questa notte, anzi, questa mattina ormai,  ho letto questa cosa da Alog: http://www.alog.splinder.com/ e mi è venuta in mente questa storia.
Spero vi piaccia. E grazie a Alog.
 
Mia madre lo faceva sempre. Di non lasciare disordine in giro quando si usciva, anche solo per accompagnarmi a scuola. Se si accorgeva di aver lasciato un canovaccio buttato sulla spalliera di una sedia, o chessò, uno sportello della cucina aperto, anche se eravamo già sulla porta, pronti a uscire, tornava indietro e metteva a posto. “Dai mammaaaa!- le urlavo dal primo gradino delle scale – faccio tardiiiii!!”  E lei uscendo, tranquilla, diceva: ”Tito, ricordati sempre: mai lasciare la casa in disordine prima di uscire. Non si sa mai cosa può succedere.” “E cosa potrà mai succedere! – le rispondevo io, – tra un quarto d’ora sei già a casa!” “Mai dare niente per scontato.” Diceva lei infilandosi i guanti, scendendo le scale.
A questo ho pensato subito stanotte, tornando a casa dai miei soliti giri, quando mi sono accorto del cartello sulla porta. Veramente ci ho messo un po’ad accorgermi del cartello. Prima ho trafficato per una decina buona di minuti con la serratura, finché la signora Cogliani non ha socchiuso la porta e mi ha quasi urlato:”Allora Fini, lo vede o no l’avviso!? E’ venuto l’Ufficiale Giudiziario oggi! Finalmente se ne andrà fuori dai piedi!” Io mi sono girato a guardarla, ma lei aveva già sbattuto la porta. Ci ho messo un po’a capire, devo ammettere, non ero al mio meglio. Poi mi sono rigirato, ho alzato gli occhi e ho letto l’avviso. La prima cosa che ho pensato era che per fortuna i piatti sporchi li avevo messi nella credenza prima di uscire. Sicuramente mia madre avrebbe rognato che i piatti sporchi si lavano, non si mettono negli armadi. Però almeno non avevo lasciato in giro disordine. Poi mi sono seduto sui gradini per fare il punto della situazione. Faceva un gran freddo, lì, sulle scale, mi sono stretto nel cappotto e mi sono appoggiato al muro. Devo dire che avevo le idee un po’confuse. Ho pensato solo che ero stanco, che avevo solo voglia di stendermi a letto e che invece il mio letto era ormai irraggiungibile. Come se fosse stato trasportato in Australia, in Amazzonia, in Siberia. Chessò, a Irkutsk o a Novosibirsk, in qualche casa, come le chiamano, loro, là, le case? Dacie. In qualche dacia dal tetto ricoperto di neve. Ecco il mio letto ormai era laggiù. Magari vicino c’era pure una bella stufa calda, di quelle grandi, e dentro il mio letto c’era una ragazza con la pelle bianca bianca, la faccia rosea, i capelli biondi e un vestito colorato, rosso, giallo, verde, come quelli delle matriosche, e dormiva beata sorridendo, nella sua dacia calda, nel mio letto comodo. Sicuramente lei aveva cambiato le lenzuola prima di entrarci e mettercisi a dormire. E tutto intorno c’era questa luce dorata del fuoco che ardeva, piano, nella stufa. Ero lì seduto a pensare a questa ragazza nel mio letto, come si chiamava poi? come si chiamano le ragazze russe? Tatiana, Galina, o quel nome, com’era quel nome? quello della donna del Dottor Zivago? Non mi veniva in mente il nome. E pensavo a quella casa nel film, quando loro arrivano ed entrano in questa grande casa e trovano tutto ricoperto di brina gelata, ed è bellissimo, tutta la casa sembra un castello incantato. Perfetta, nel gelo candido, immacolato, dei cristalli di ghiaccio. Ma forse la scena era dopo, quando il Dottor Zivago ritorna da solo e non trova più Lara. Ecco! Lara si chiamava. La mia ragazza russa nel letto si chiama Lara. Lara, Larissa, la mia Larissa. Larissa, ha un buon odore, é calda, tranquilla, rosea e sorridente nel sonno. Fuori continua a nevicare e in fondo, all’orizzonte, si vede, lontano, una lunga fila di soldati. Camminano da giorni ormai, stanchi, nella neve, ma presto arriveranno a casa. I soldati.
Mi alzai a sedere di scatto: i miei soldatini! I miei soldatini! La pistola mi scivolò dalla tasca del cappotto e fece un gran rumore cadendo sui gradini. La raccolsi e la rimisi in tasca alzandomi. I miei soldatini! I miei soldatini! I miei soldatini! E adesso? Dove’erano? Dov’erano finiti? Chi se li era presi? Non potevano! Non potevano! Maledetti, maledetti! Mi girai e corsi a battere i pugni contro la porta. Cretino cretino, mi dicevo. Maledetti, dicevo. Cretino, sei un cretino. O forse lo pensavo solo. Forse era tutto un sogno, pensavo. Forse non stava succedendo davvero. Sì, era di sicuro un sogno. Forse la mia vita non era lì, era con la mia Larissa, laggiù, in Russia. Lei mi avrebbe aiutato, mi sarebbe stata vicina. La neve si sarebbe sciolta, prima o poi, e noi saremmo usciti nei campi. Intorno, i campi erano il nostro giardino. Grandi, immensi campi di grano d’oro. Lei correva nei campi, ridendo, e io scorgevo a tratti il suo vestito. A volte un lembo verde, a volte rosso, a volte giallo. E poi i suoi capelli. Biondi. Il suo sorriso. Tra le labbra. Rosse. Gli occhi ancora non riuscivo a vederli. Era lontana. Ma forse, se fossi riuscito a correre un po’più forte. Solo un po’più forte. Se fossi riuscito ad avvicinarmi l’avrei fermata. L’avrei toccata, appena sfiorata, sulla schiena, allora ci saremmo fermati, e lei si sarebbe girata. Lentamente, piano, piano, si sarebbe girata, mi avrebbe guardato, scostandosi i capelli dalla fronte, con un sorriso dolcissimo, mi avrebbe guardato e avrebbe teso le braccia verso di me:”Vieni. Vieni. vieni amore, vieni!”
Gli altri proiettili li avevo lasciati nella scatola. Ma in canna me n’era restato uno. Uno bastava. Era quello giusto. Quello che mi avrebbe portato da Larissa.

PAUL AUSTER E LA NEVE

23 dicembre 2008
Dipòk chiuse la porta di casa e scese lentamente i primi gradini.
Dalle grandi finestre lungo le scale, la luce entrava chiarissima e abbacinante, e proiettava la sua ombra sottile sul muro.
Dipòk scendeva lasciando scivolare leggera la mano guantata di pelle nera lungo il corrimano circolare, assorta nel seguire la spirale dei gradini.
Il marmo bianco delle scale era quasi trasparente nel pulviscolo lucente del mattino, il mondo pareva invisibile oltre i vetri. Un mondo rilucente, nitido, perfetto in quel bagliore.
Dipòk si domandò se durante la notte non fosse nevicato, socchiuse gli occhi, cercando di guardare oltre i vetri e prendendo dalla borsetta gli occhiali da sole. La neve. Da quando tempo non nevicava. Si fermò in ascolto e si accorse che dalla strada non arrivava nessun rumore. Arrivò in fondo alle scale. Nel grande atrio risuonarono solo i suoi passi, la luce dalle vetrate era accecante. Dipòk aprì piano il pesante portone di legno e si fermò trattenendo il fiato. Sfrigolando lievemente, la neve che si era addossata al portone, cadde ai suoi piedi, abbassando solo di un leggero strato il muro di neve candida. Il cielo, le strade, gli alberi, le automobili, perfino le persone, tutto era di un candore assoluto. Dipòk abbassò gli occhi a guardarsi le scarpe décoletté di camoscio nero, e quando li rialzò, vide dall’altra parte della strada, una grossa macchina nera che, in una nuvola di vapore, si stava fermando. Ne scese velocemente un tipo alto, bruno, sui quarant’anni, con un pesante cappotto scuro e la barba di due giorni. Guardò verso di lei, l’aria preoccupata, e ansioso, agitò un braccio: “Elena, Elena! È lei vero? Elena venga! Sono io. Sono Paul Auster.” Dipòk alzò piano una mano, guardò davanti a sé la neve, abbassò gli occhi a guardarsi ancora le scarpe, e quando li rialzò si vide davanti Paul Auster: “Elena, venga, non c’è un attimo da perdere! Lei permette? Lei permette, vero?” disse. E senza che lei riuscisse a capire né potesse ribattere, si sentì sollevare tra le braccia di Paul Auster, si vide attraversare il vialetto e la strada, la punta delle scarpe a sfiorare la neve candida, e infine si sentì depositare sui sedili posteriori della macchina mentre l’autista, con un sorriso imbarazzato, teneva aperto lo sportello.
 
Sempre meno ispirato da La citta di vetro, da Trilogia di New York, di Paul Auster, Einaudi

VIA DI FUGA

4 dicembre 2008
Riassunto delle puntate precedenti:
Per una serie di ragioni, tra le quali quella di poter scrivere sotto falso nome, Dipòk ha scelto uno pseudonimo, che è appunto Dipòk. La sera in cui conosce Quinn, alias William Wilson, capisce che di lui può fidarsi, e decide di confidargli il suo vero nome: ma un colpo di vento, forse, porta via le sue parole.
Una mattina, mentre Dipòk cerca, come ogni mattina, i motivi per alzarsi, una strana telefonata mette fine ai suoi pensieri: uno sconosciuto, che si rivela poi per essere Paul Auster, sta cercando una certa Elena. Dipòk dapprima non capisce, sta per riattaccare, ma Paul Auster chiede, insiste, supplica quasi. Ha bisogno di aiuto, ha bisogno di Elena per finire il suo libro. Dipòk, esita, ma alla fine accetta: – sono io, risponde, sono Elena. –
Il mattino dopo, Dipòk è presa da mille dubbi: deve o no attraversare la linea di confine? William Wilson la rassicura: lui l’ha già attraversata. O forse, si tratta solo di spostarla.
Dipòk decide di andare all’appuntamento di Elena con Paul Auster.
 
Solo quando aveva già la mano sulla maniglia della porta, Dipòk ebbe il sentore di quello che stava facendo. “Pare che io stia per uscire, – disse fra sé.- Ma se esco, dove sto andando esattamente?” Aprì la porta e guardò per terra. Le sembrò di non avere mai guardato la sottile striscia tra il marmo dell’ingresso e le mattonelle del pianerottolo. “Se attraverso ora quella soglia forse non tornerò indietro. Una fuga, una fuga all’infinito tra le piastrelle, – pensò – questo è quello che vorrei fare. E come mi piacerebbe poter sentire qualcuno che mi dicesse: “ma dove vai, torna indietro. Il tuo posto è qui! “ E come mi piacerebbe anche sentire davvero, per una volta, una volta sola, che il mio posto è questo. Allora chiuderei la porta, mi girerei, piano. Lentamente, sorridendomi nello specchio, mi toglierei sciarpa e cappotto. Mi guarderei intorno, e con un gesto sicuro appoggerei la borsa sul tavolo. Poi avrei tutto il tempo, tutto il tempo per qualunque cosa. E il tempo sarebbe amico, finalmente. Le ore sarebbero quelle giuste: né troppe né poche, le mattine sarebbero alleate, e le notti avrebbero una fine. Tutto andrebbe bene. Tutto andrebbe a posto, forse.
L’aria sulla porta di casa era fredda. Dipòk si strinse il cappotto davanti. Un movimento leggero, un soffio caldo, da dietro, William le si avvicinò, piano, e le appoggiò le mani, forti, sulle braccia: “Non ti dirò che il tuo posto è questo. Lo sai.” “Lo so, – rispose Dipòk in un respiro, appoggiandosi un poco a William – lo so, – ripeté, abbassando gli occhi. “E anche tu non lo vorresti. Sai anche questo.” “Sì, lo so bene. – sospirò Dipòk, continuando a guardare la fuga sul pavimento, ma sentendo il corpo di William, il suo calore dietro di lei, le sue mani, salde, sulle sue braccia. E non mi dirai di non andare, perché il mio posto sarà dovunque io sarò, – pensò Dipòk. “Proprio così” sussurrò William sorridendo e respirando tra i suoi capelli.
Dipòk alzò la testa e attraversò la soglia.
 
Sempre pervicacemente ispirato da La città di vetro, da Trilogia di New York, di Paul Auster, Einaudi.

LINEA DI CONFINE

23 novembre 2008
Il mattino dopo Dipòk si alzò presto come da tempo non accadeva.
E, mentre in piedi davanti alla cucina a gas, fissava l’acqua nel bollitore, non pensò minimamente che stava per presentarsi al suo appuntamento con Paul Auster. Perfino quell’espressione, il suo appuntamento, le suonava strana. Quell’appuntamento non era suo, ma di Elena, e lei non aveva idea di chi fosse questa Elena.
Però di sicuro sapeva che tutte e due, lei e Elena, alla mattina bevevano il tè. Lo aveva capito trovando nell’armadietto della cucina quattro, cinque scatole di miscele diverse. Per quella mattina, aveva scelto l’Earl Grey. L’essenza di bergamotto le sembrava stimolante, e mentre beveva lentamente il tè, guardò fuori dalla finestra. C’era un gran vento che muoveva le cime degli alberi che scorgeva dietro i tetti.
Stava attraversando la linea? C’è sempre una linea sottile, Dipòk lo sapeva. E scoprirla era pericoloso. Scoprirla voleva dire esserci pericolosamente vicino. O averla già attraversata senza rendersene conto. Era pericoloso?
– Più pericoloso di cosa? le disse William Wilson sorridendo, mentre sorseggiava il caffè appoggiato alla porta.
– Non so, non so bene. Non ho detto che è più pericoloso. Ho detto che forse è pericoloso, rispose Dipòk incerta.
– Se ti chiedi se qualcosa è pericoloso, stai per forza pensando che qualcos’altro è meno pericoloso, disse William Wilson.
– Non so. Sai, non sono sicura che fare tutto, così, come viene sia il modo giusto.
– So a cosa stai pensando, – disse William guardandola, – stai pensando alla linea di confine.
– Sì, è vero, disse Dipòk, abbassando gli occhi e mandando giù una lunga sorsata di tè. Sentì il calore entrarle dentro e diffondersi nelle viscere, come se all’interno fosse vuota. Sono vuota, pensò, sono vuota anche dentro. Ma quel calore era davvero confortante. In fondo era confortante anche pensare di attraversare la linea di confine. Mettere un fine a tutte quelle regole. E chi le aveva stabilite poi, quelle regole. Forse si trattava solo di spostare la linea di confine.
Appoggiò sul tavolo la tazza vuota. Bene, pensò, pare che io stia andando all’appuntamento con Paul Auster.
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Sempre deliberatamente ispirato da La città di vetro, da Trilogia di New York, di Paul Auster, Einaudi.

 

GIORNI

21 novembre 2008
Finalmente ho capito a cosa serve lavorare, pensò Dipòk, scostando la tenda e guardando fuori dalla finestra. Dall’altra parte della strada due uomini, uno al secondo piano e l’altro al terzo di una impalcatura, stavano dipingendo di giallo la casa di fronte. Erano di schiena: uno con un giubbotto marrone e un berretto scuro in testa, l’altro con una felpa blu e un cappellino da baseball. Sembravano così piccoli, e la casa così grande.
Un cartello diceva ponteggio in allestimento, ma erano giorni che quei due lavoravano. Almeno una settimana, e il ponteggio era sempre in allestimento. Sarà così che si finisce per cadere dalle impalcature? si chiese Dipòk, lavorando su ponteggi in allestimento? Ecco, se lavorassi probabilmente non sarei qui davanti alla finestra a chiedermelo. Loro non se lo chiedono perché lavorano. Di sicuro, anzi, per poter lavorare, non possono neanche chiederselo. E anche tutti quelli che passano di qui, andando o tornando dal lavoro, e guardano l’impalcatura non se lo chiedono, anzi, forse non vedono neanche l’impalcatura, e neanche la casa, né gli uomini che spennellano le pareti, e tantomeno il cartello.
E se chiamassi i vigili? pensò Dipòk, e se gli dicessi: guardate, in via P. ci sono degli uomini che lavorano su un ponteggio in allestimento. I vigili forse mi direbbero: embé? E io gli direi: ma se lavorano, il ponteggio non dovrebbe essere già allestito? E loro potrebbero rispondermi: appunto, staranno proprio allestendo il ponteggio. Al che io potrei dire: ma i ponteggi si allestiscono con i pennelli in mano e la vernice gialla nei secchi? Allora i vigili penserebbero che voglio prenderli in giro e mi direbbero: senta, ma lei non ha di meglio da fare? E io potrei rispondere: no, io non lavoro. Ma se rispondessi così, di sicuro, mi prenderebbero ancora meno sul serio. E in quattro e quattr’otto chiuderebbero la telefonata: senta, mi direbbero, c’è la coda qui, allo sportello, oppure: senta, abbiamo da fare qui, buongiorno. Oppure: favorisca nome e cognome.
Allora io metterei giù il telefono un po’spaventata, pensando: ecco, vedi, se lavorassi non ti faresti  tante domande. Per esempio non mi chiederei sempre se ho voglia di continuare a vivere in questa casa, in questa città, in questo paese. Tornerei semplicemente a casa dal lavoro, contenta solo di aprire la porta, di sentire caldo, di accendere la luce, di sdraiarmi sul divano e di farmi i fatti miei.
E i fatti miei, se lavorassi, sarebbero molto semplici: fare la spesa, pagare i conti, riempire le pause tra una giornata di lavoro e l’altra, mangiare, dormire, lavarmi, essere stanca e non vedere l’ora che arrivi il sabato, o la domenica per riposarmi. Tutto lì.
Anche non lavorando i fatti miei sono molto semplici: fare la spesa, pagare i conti, mangiare, dormire, lavarmi. L’unica differenza, a parte i soldi che non guadagno, e che indubbiamente sono uno dei primi motivi per cui di solito si lavora, è che le pause, che poi pause non sono più, perché non cadono tra una mezza giornata di lavoro e l’altra, sono molto, ma molto più lunghe. Come va definita una pausa che non è più una pausa? Forse gli si deve ridare il nome di tempo. Perfino di vita.
Dipòk lasciò andare la tenda e continuò a guardare i due uomini lavorare dall’altra parte della strada. Stava diventando scuro. Per primo si accese il lampione davanti casa e tutti gli altri lungo la strada. Il cielo da azzurro, diventò blu e poi nero. Gli operai scesero dall’impalcatura, entrarono nel bar di fronte, dopo un po’uscirono, salirono su un furgone e se ne andarono. Le macchine avevano acceso i fanali. Poi, poco alla volta, si accesero le luci nelle case vicine. Faceva un po’freddo vicino alla finestra, ma ad un certo punto, con dei lievi rumori, ticchettii di metallo e leggeri mormorii di acqua, si accesero i termosifoni. Dipòk sentì i vicini tornare a casa, poi voci, l’abbaiare di un cane, rumori di passi, piccoli tonfi, il suono di qualche televisore, rumore di acqua nelle condutture, poi, un po’alla volta, silenzio. Per la strada ormai passavano poche macchine.
 
 
 

TERRAZZO D’AUTUNNO

18 novembre 2008
I sottovasi sono pieni d’acqua, la terra inzuppata, scura, la grande ciotola di fiorellini rossi, gialli e rosa è sott’acqua, inclinata sul portavasi come una pianura allagata, e ci si vede dentro il cielo nuvoloso, i fiori guardano in alto, da sotto, sgomenti.
La cassetta dei gerani posata di sghimbescio sui grandi vasi dei pomodori, si è rovesciata, e i pochi fiori rossi rimasti si sono impastati di acqua e di terra nera. Un’altra cassetta è caduta sul tetto, dall’altra parte della spalletta del terrazzo, e lì giace, in ombra, tra le tegole arancioni e il muro. Piccole foglie secche, polvere terrosa, e larghe chiazze d’acqua scura sui lastroni di cemento del terrazzo.
La signora dei gerani qualche giorno fa urlava alla nuora con voce soffocata, spenta: a te ho dato l’armadio, a te, e anche le lenzuola! Te l’ho detto. Quando la, e qui cadeva la voce, poi la televisione, rumori, passi, la casa, e poi ancora, è venuta, quella volta, ma io a te, a te l’ho dato!
Lei, la nuora, camminava veloce avanti e indietro per il corridoio, parlava, persuasiva, la voce alta, netta, veloce, no, no, non ero io , io non ce l’ho, non ti ricordi, non ti ricordi, apriva la porta, la richiudeva, tornava indietro, la riapriva, la lasciava accostata. Poi l’ha aperta, di colpo, è uscita, l’ha sbattuta richiudendola, un singhiozzo, forse un’imprecazione, ma di dolore, e piangendo, è corsa giù per le scale.
Poi silenzio. Solo la televisione, ancora per un po’, bassa, sul telegiornale. Poi niente.
Il gatto, in alto, sulle scale, guardava, spaventato.

UN ANNO

4 novembre 2008
Il cellulare suonò la sveglia, e Dipòk allungò a tentoni la mano sotto il cuscino per spegnerlo. I sogni rimasero per un attimo intrappolati tra il braccio e il lenzuolo, ma non appena Dipòk socchiuse l’occhio destro per guardare l’ora sul display bluette, si dispersero riluttanti nella stanza in penombra. Che sogni erano stati, si chiese. Ricordava un’idea di felicità. Forse poteva recuperarli, se solo avesse avuto un po’di tempo, un po’più di tempo. Forse aveva tempo. Dunque. Forse doveva andare a lavorare? Era domenica, era lunedì? Che giorno era? Frugò, un po’annaspando, nella memoria delle ultime ore e non riuscì a ricordare assolutamente niente. Bene, disse, sempre peggio, sempre peggio andiamo. Ma cosa diavolo, cosa diavolo ho fatto ieri. Ieri, ieri, ieri, ieri, ma che giorno era. Non ricordava assolutamente nulla, il giorno prima era un muro bianco, vuoto, e si perdeva nel nulla, in alto, in basso, ai lati.
Si sentì pesare sul cuscino, un corpo schiacciato dal sonno sul fondo di un mare tranquillo, torbido, buio. Scivolando, provò ad andare al giorno prima ancora. Niente. Ma che mi importa, pensò, abbandonandosi. Oggi va così, pensò, oggi va così, non ricordiamo niente, non siamo niente, non siamo più nessuno. Un ultimo scrupolo. Ma sarà possibile che decido di non essere niente e nessuno. Certo che è possibile, le disse William Wilson, è proprio quello che ho fatto anch’io. Dipòk gli sorrise: è un anno sai, un anno che cerco di farlo. Un anno giusto oggi, gli disse guardando i suoi occhi, grandi, chiari, allungati verso le tempie. Che strana forma, pensò, le ricordava qualcuno. Ma allora ti ricordi che giorno è oggi, le rispose lui. O forse lo pensò lei. Certo, è il quattro di novembre, disse. E subito pensò, ma che stupida, allora lo so bene che giorno è oggi, come posso dimenticarlo, è un anno che cerco i motivi per alzarsi al mattino.
In quel momento squillò il telefono. Dipòk si alzò di colpo sulle braccia, completamente sveglia. Gettò un’occhiata al telefono sul comodino. Da mesi nessuno chiamava più su quell’apparecchio. Molto tempo dopo, quando fu in grado di ricostruire gli avvenimenti di quella mattina, si sarebbe ricordata di aver guardato l’orologio vedendo che erano le dodici passate e chiedendosi come mai qualcuno la chiamava a quell’ora. Con ogni probabilità, pensò, sarà una bella notizia. Tese il braccio sinistro e alzò il ricevitore mentre suonava per la seconda volta.
– Sì?
– Pronto?- disse la voce.
– Chi parla? – domandò Dipòk.
– Pronto?- ripeté la voce.
– Io la sento . – disse Dipòk. – Chi è?
– Sono Paul Auster. – disse la voce. – Vorrei parlare con Elena.
– Qui non c’è nessuno che si chiami così.
– Elena, sto cercando Elena.
– Spiacente. – disse Dipòk. – Le avranno dato un numero sbagliato.
– E’ cosa della massima urgenza, – disse Paul Auster.
– Non posso farci niente, – disse Dipòk. – Qui non c’è nessuna Elena.
– Lei non capisce, – disse Paul Auster. – Non c’è quasi più tempo.
– Non c’è più tempo per cosa? Per cosa non c’è più tempo?
– Per il romanzo. Il mio romanzo. Ho bisogno di aiuto. E’ indispensabile, adesso. Senza indugio.-  sussurrò Paul Auster con un tono di disperazione.
– Cosa è indispensabile? – disse Dipòk.
– Che lei mi aiuti. Che mi aiuti a scriverlo insomma. Anzi. Che lo scriva lei. Io non posso. Non posso più, non ce la faccio.
– E con chi desidera parlare?
– Sempre con la stessa persona. Elena.
Questa volta Dipòk non esitò. Sapeva cosa stava per fare, e ora che il momento era arrivato, lo fece.
– Sono io – rispose. – Sono Elena.

Paul Auster 13Deliberatamente ispirato da La città di vetro dalla Trilogia di New York di Paul Auster, Einaudi

SONDAGGIO

27 ottobre 2008

Bene. Il sondaggino è questo: devo scegliere un pizzino per partecipare al concorso Blog & Nuvole.

Le alternative sono: scrivere un nuovo pezzo entro giovedì o scegliere tra uno dei miei post già pubblicati entro le duemila battute.
Mi sono messa a scrivere un nuovo pezzo, ma mi è venuto fuori TERRAZZA, che è il post di ieri.
Che poi è una rivisitazione di TERRAZZO, che già avete letto un mesetto fa. Ora, prima di rimettermi lì e far uscire un’ ulteriore variazione sul tema, qualcosa tipo Terrazzino, volevo chiedere a voi fedeli lettori o anche infedeli, o anche a chi passa di qui per la prima volta, di scegliere il pezzo che vi piace di più tra quelli già pubblicati.
Non vi assicuro che poi spedirò al concorso quello scelto, magari stanotte mi viene fuori un Poggiolo tutto nuovo, ma intanto mi piacerebbe sapere cosa vi piace di più.

Allora, la scelta per il momento è tra:

TERRAZZO           TERRAZZA            SPECCHIO DOPPIO             CRESCERE            HAIKU LUNGO

Quale vi piace di più? La scelta nei commenti qui sotto.
E grazie. 🙂


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