Archive for luglio 2009

BEL PAESAGGIO URBANO

30 luglio 2009
C’è un caldo umido notturno alla finestra sulla strada.
Un amico, giovane architetto, tanti anni fa, definì la vista dalla mia finestra bel paesaggio urbano: la statale, un lampione curvo, un paio di piccoli condomini, cime di alberi, tetti. E poi la cabina del telefono, il bancomat illuminato, la croce verde della farmacia, l’insegna del bar spenta, le macchine parcheggiate e quelle che passavano.
Io allora mi ero messa alle sue spalle, avevo guardato bene intorno, avevo cercato la sua prospettiva, e avevo pensato: bah.
Lui diceva di non mettere le tende alle finestre. Io le misi lo stesso. Poi, ogni tanto, negli anni, la sera, nell’uscire dalla stanza, mi succedeva di spegnere la luce, lanciare un’occhiata alla finestra, vedere, dietro la tenda, l’alone della luce paziente del lampione, e pensare: bel paesaggio urbano.
 
Se tutto va bene, sarà l’ultima estate in questa casa. L’ultima estate in questa stanza dove il caldo crea un muro invisibile ma compatto di particelle solide, impenetrabili alle correnti d’aria e inamovibili come una grossa spugna incorporea. La sensazione di entrare in una soffitta ai tropici, se esistono le soffitte ai tropici, e di rimanerci intrappolato perché l’aria non passa più per i polmoni, ma si aggrappa alla pelle, alle braccia, alle gambe con le sue manine sudaticce.
E tu non puoi far altro che cedere, sfogare da tutti i pori, sdraiarti sul divano, sudare e bere Cuba Libre fumando un Havana.
Ecco, se non altro, l’estate sarà meno tropicale.
(segue)
 
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HAIKU TRISTE E ANCHE UN PO’INCAZZATO DELL’IMMAGINE RIFLESSA ALL’IMPROVVISO SU UNA VETRINA IN UN GIORNO DI SOLE AL TRAMONTO

20 luglio 2009

Una volta ero una bella ragazza.
Ora sono una che una volta era una bella ragazza.

STO TORNANDO

17 luglio 2009

Abbiate pazienza. Sto tornando. Finita la scuola, finiti i corsi, finita (forse) la ricerca della casa. Come dice la mia amica Matilde, avevo un sacco di file aperti. Non si può mica vivere e nello stesso tempo scrivere.
Ho perfino cambiato parrucchiere. Ma che volete di più da me? : )))

PICCOLE ANIME

8 luglio 2009
Sono in lutto, un piccolo lutto, dal 9 gennaio del 2005 e non lo sapevo.
So bene che in quel giorno tremendo, ho preso il coraggio a due, quattro, otto, sedici, trentadue mani e ho portato il mio amato gatto quasi ventenne a morire, so bene che le sue ciotole, quella dell’acqua e quella del mangiare, sono ancora da qualche parte infilate sotto il lavandino della cucina, che la sua cesta di vimini è ancora sopra una mensola in alto nel ripostiglio, e che la sua spazzola spunta ogni tanto da una vecchia scatola dei biscotti dietro il barattolo dell’acquaragia e del Sidol, ma io da allora non ho più voluto pensarci.
Sono poche le cose della mia vita che cerco di rimuovere in modo così netto e voluto. Chi mi conosce sa che, per tutto il resto, non mi do tregua. Dire che spezzo il capello in quattro è poco, quando si tratta di affrontare un problema, un dolore, una difficoltà. Ho un bisogno interiore di chiarezza, di pulizia e di logica, che parte dai cassetti dell’armadio, passa per i pensili della cucina, e arriva agli angoli dei pensieri. Ammetto che sono più indulgente con la polvere sulla libreria e il disordine tra la biancheria da stirare, ma sono una kapò delle SS con pensieri e riflessioni.
Tutto deve essere affrontato, sondato, valutato e archiviato. E non credo di avere mai messo da parte per paura o vigliaccheria o quieto vivere un qualsiasi ricordo doloroso. Il mio schedario di gioie e dolori è perfetto e aggiornatissimo. Io la chiamo la manutenzione dei pensieri.
Manca solo la lettera G. Alla voce Gatto non c’è nulla. Quando arriva lì, il pensiero vola via, non vuole soffermarsi sul suo                                                     sul tavolo del veterinario, e già scrivere questa frase è una specie di tortura, anzi magari la cancello, o rileggerò questo scritto saltando una riga. Quindi passerò oltre, ma non subito.
Perché c’è un’altra triste storia felina che mi perseguita da una decina di anni: ho ucciso un gatto. L’ho buttato in mare dal porto quieto e azzurro di una piccola isola greca. Stava per morire, sbattuto ai bordi della strada da una macchina in corsa, e, da due giorni, non ci riusciva. Un veterinario sull’isola non c’era, così anche quella volta, mi feci un bel discorso, respirai a fondo, guardai fisso davanti a me, presi il coraggio a cento mani e lo aiutai a morire.
Chi ama gli animali mi capirà, perché con lui, povero gatto sconosciuto, è morta di sicuro una piccolissima parte di me. Di quella giornata ricordo solo le voci delle persone a cui avevo chiesto di aiutarmi a cercare un veterinario, in inglese, in italiano, a gesti, in grecoingleseitaliano, le conferme: “no, non c’è un veterinario sull’isola” e in particolare queste parole: “devi decidere tu cosa fare, lui ha scelto te.”
Così, da sola, lo presi in braccio, (e non posso pensare alle sue fusa e al suo sguardo mentre lo portavo verso il porto, così anche questo lo scriverò veloce e non rileggerò mai più) e lo gettai in mare. Subito dopo, e giuro, ancora oggi non so se sognavo o se davvero successe, mentre mi scendevano fiotti di lacrime, mi coprivo gli occhi con le mani, e mi sentivo scoppiare il cuore, un bellissimo gatto dal pelo lungo, così diverso dai gatti magri e patiti delle isole greche, arrivò, lì, sulla banchina del porto, spuntando dal nulla e mi passò accanto, accarezzandomi leggero le gambe nude, con la sua coda. Come arrivò, subito sparì. Lo cercai guardando in giro, ma non lo rividi, né allora né mai più.
Il giorno dopo era l’11 settembre del 2001. Mentre al telefono mi dissero cosa stava succedendo a migliaia di chilometri, ricordo che stavo guardando un mare placido e azzurro dall’alto di una collina. Il mondo che cambiava di un colpo mi aiutò a non pensare a quello che avevo fatto.
Ma anche questo gatto rimane lì, a vagare per i miei pensieri, dolcissimo, morbido e nebuloso, senza riuscire ad arrivare alla catalogazione nello schedario dei miei fatti, parole e sentimenti.
È un piccolo lutto, certo. Niente di fronte ai grandi dolori, alla morte delle persone, alle piccole e grandi disgrazie che capitano intorno, ogni giorno, in ogni posto.
Eppure che dolore, ieri, quando il gatto della vicina, saltando dalla tettoia, si è sdraiato sul davanzale della mia finestra, allo stesso modo in cui si metteva il mio micio. E io l’ho visto, improvvisamente, passando per il corridoio: una piccola ombra scura, stagliata sulla facciata chiara della casa di fronte, e mi si sono riempiti gli occhi di lacrime.
Accidenti, anche lui ha scelto me. Ma in un altro modo, per fortuna. Non so ancora quale.

POLENTA GRUMOSA

6 luglio 2009
Che sto facendo? Vedo case, faccio lezione, guido la macchina da una scuola all’altra, telefono alle agenzie, le agenzie telefonano a me, faccio la spesa. Torno a casa, tolgo la spesa dai sacchetti, (in genere due), lavo i piatti del pasto precedente, tolgo la buccia ai cetrioli, lavo e taglio i pomodori, tolgo delle foglie all’insalata romana, le lavo, le taglio, lavo e taglio i rapanelli (ravanelli?), metto una bistecca sulla bistecchiera, tolgo la bistecca e, tenendola a distanza, appoggio la bistecchiera rovente sul davanzale. Guardo fuori per un attimo se c’è il gatto sulla tettoia sotto la finestra. Di solito sta girato di spalle, attentissimo a qualcosa di piccolissimo e invisibile giusto davanti a lui. Solo un orecchio fa un mezzo giro, come un piccolo radar, e so che lui sa che lo sto guardando. Mangio, leggo il giornale, guardo la tivu, ascolto la radio, a volte tutto insieme, a volte no, a volte sto in silenzio. Bevo il caffè. Di solito ho già preparato lo zainetto rosso con i libri. Controllo che siano i libri giusti, la scuola giusta, la classe giusta, l’ora giusta. Finora non ho mai sbagliato. Sono gli altri che sbagliano. Arrivo a scuola e si sono dimenticati di mandare il bidello ad aprire la sede addormentata. Arrivo in un’altra scuola e si sono dimenticati di avvisarmi che la sede è un’altra perché lì c’è la maturità. Arrivo a scuola e si sono dimenticati di avvisare gli studenti che i corsi di recupero iniziano quel lunedì lì. Arrivo a scuola e hanno corretto due volte l’orario sbagliato sul tabellone con gli orari giusti, così i ragazzi della seconda non sanno se devono fare inglese o matematica. Arrivo a scuola e ci sono quelli della terza e quelli della seconda tutti insieme. Arrivo a scuola e la fotocopiatrice non funziona, o non c’è la carta, o la carta c’è ma è da cercare in magazzino, oppure la fotocopiatrice l’hanno spostata ma la bidella non sa dove, oppure l’hanno messa nell’altra ala ma non ci si può andare perchè stanno facendo la maturità, oppure manca il tecnico che solo lui può fare le fotocopie, oppure è nell’altro edificio a duecento metri sotto il sole delle due, oppure non mi hanno dato la scheda per fare le fotocopie, oppure hanno spostato la fotocopiatrice in segreteria ma la segreteria al pomeriggio è chiusa. Faccio lezione, esco, mi porto in spalla lo zainetto rosso con i libri, lo metto nel bagagliaio. Cerco un distributore sulla destra, faccio benzina. Guardo l’agenda. Ho il dentista alle sei. Torno a casa, cerco parcheggio, faccio per due volte il giro dell’isolato. Parcheggio. Apro il frigo, sbuccio un altro cetriolo, lavo e taglio i pomodori, tolgo l’insalata lavata dal sacchetto, metto un panino a scaldarsi nel fornetto. Faccio bollire le mezze maniche e taglio a pezzettini pomodoro e basilico. Aggiungo pepe e olio. Apro una bottiglia di prosecco. Mangio, leggo un giornale di annunci immobiliari e faccio un cerchietto intorno agli annunci che mi interessano. Giovedì devo vedere un’altra casa.
Ci sono dei momenti in cui la vita si raggruma, condensandosi, come la polenta mal rimestata, in grumi di azioni asciutte, mal cotte, non amalgamabili con il resto. E non c’è niente da fare, anche se cerchi di schiacciare i grumi con la forchetta sul cucchiaio di legno, la polenta sarà grumosa. E non avrai altro da mangiare.
 

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