Archive for ottobre 2008

CRESCIAMO

31 ottobre 2008
Cresciamo, nonostante tutto. Incidiamo colline, anche montagne a volte, come fiordi ostinati, senza sapere verso dove.
Il mare, forse.
Sbuchiamo tra cubi di porfido indifferenti, pazienti, ci facciamo strada nei buchi del cemento per vedere in alto un marciapiede, o se va bene, una fetta di cielo tra i tetti.
Qualche ramo si incaglia e scorre sotterraneo, argilloso, nascosto, impermeabile a tutto, pericoloso. Qualche altro finisce nel nulla, si disperde, arena di fiume, e piano evapora umidità dispersa, diffusa, o si fa cristallo secco, calcareo.
C’è poi chi cresce e matura perfino. Prende spazio e luce e forza tra gli argini, trascina detriti e rami spezzati e bottiglie di plastica e fango e ciottoli di vetro colorato, e leviga i sassi e infine si perde nel mare. Poi forse si scioglie, forse rinasce.
La mia pianta di basilico dice che è autunno, fa freddo, o comunque non è stagione, e che lei non ce la fa più. Le foglie sempre più piccole, stentate, i rami sempre più legnosi, ingialliti.
Dice che lei veste solo foglie estive, verde basilico, fiori delicati, bianchi, e che ora usano altri colori.
Le sue ultime volontà sono dei piccoli semi neri. Li fa cadere, noncurante, rovesciando minuscoli calici verdi sulla mensola in cucina. Ma io so che ci tiene.
Devo pensarci anch’io, a lasciare qualcosa.

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TROTE

28 ottobre 2008
L’altro giorno ho comprato due trote. Intere. E’ un po’ di tempo che mi sono messa a mangiare pesce che non sia scatolette di tonno Maruzzella, e ho cominciato a cimentarmi con i filetti di sogliola, i filetti di pesce persico, i filetti di merluzzo.
Faccio così: arrivo davanti al banco del pesce in qualche supermercato, che al mercato del pesce, quello vero, non ho ancora avuto il coraggio di andare, troppi omaccioni pescatori rudi che sanno il fatto loro e donnaccione pescivendole con i capelli scarmigliati, i guanti arancioni, la voce potente e lo sguardo ma che? vuoi solo un filetto da un etto e mezzo? così, ho pensato che era meglio cominciare dal banco del pesce del supermercato, più finto, più plastificato, con commessi qualunque, di quelli che poi trovi al banco della verdura a spalare zucchine, e che di pesce ne sanno poco più di me.
Tutta colpa di mia madre, che non cuoceva mai il pesce, e giù di gran risotti e minestre, e minestroni e cotolette e spezzatini, e al massimo ogni tanto un merluzzone che stava tutta la notte nell’acqua, o era baccalà? e comunque come impari a cucinare il pesce e a capire come si chiama se nessuno te lo insegna? così, ho deciso alla mia tarda età, di imparare i nomi dei pesci.
Vado davanti al banco del pesce e, con fare di nulla, osservo i clienti. Ho scoperto che ci sono persone che comprano delle bestie intere da tre chili, e chiedono: me lo squama? E il pescivendolo afferra un coltello lungo mezzo metro e parte a far saltare lamelle luccicanti. Ho scoperto che si comprano perfino i filetti di acciuga, ma non ho ancora osato chiederli. Temo che mi dicano: i filetti di acciugaaaaaaa? ma sta scherzando? Si rivolga all’orefice, a Benvenuto Cellini, qui mica facciamo la filigrana di pesce, ma dove crede di essere?
Quindi sono ancora alla navigazione di piccolo cabottaggio e mi limito a comprare quello che c’è.
L’altro giorno però, mi sono fatta coraggio. Ho visto questi bei bestioni luccicanti sul banco e, con un atto di forza, ho comprato due trote, intere. Per tutto il giorno poi, ho rinviato l’esecuzione. Mi ero fornita di un libro di cucina che spiegava come trasformare due pesci in roba da mangiare, ma dovevo trovare il tempo e la disposizione per mettermici. Alla fine, la mattina dopo, ho deciso, ho tirato fuori dal frigo il cartoccio e ho rovesciato il contenuto nel lavello.
Così, per la prima volta, ho avuto due bestie nel lavello. Due animali. Due bei pesci iridescenti, d’argento, brillanti di squame perfette, di pinne aerodinamiche, di code affusolate, di occhi fissi e un po’ perplessi. Morti, certo, e forse, fossero stati vivi, sarebbe stato meno brutto. In fondo aggiungendo acqua nel lavello non sarebbe stato così assurdo guardarli, ma probabilmente avrei ceduto, e alla fine, invece che in padella, mi sarei ritrovata due trote vive in una boccia da pesce rosso in soggiorno.
Invece mi sono infilata i guanti da chirurgo, ho cercato il coltello più affilato che avevo e, facendomi coraggio, ho iniziato l’intervento. E’ stata durissima.
Non come quella volta con il coniglio intero, che mi veniva da piangere, guardando le coscine rosa, la testina scuoiata, le zampine davanti mozzate, ma credo che tornerò ai filetti. O passerò ai crostacei, via.

SONDAGGIO

27 ottobre 2008

Bene. Il sondaggino è questo: devo scegliere un pizzino per partecipare al concorso Blog & Nuvole.

Le alternative sono: scrivere un nuovo pezzo entro giovedì o scegliere tra uno dei miei post già pubblicati entro le duemila battute.
Mi sono messa a scrivere un nuovo pezzo, ma mi è venuto fuori TERRAZZA, che è il post di ieri.
Che poi è una rivisitazione di TERRAZZO, che già avete letto un mesetto fa. Ora, prima di rimettermi lì e far uscire un’ ulteriore variazione sul tema, qualcosa tipo Terrazzino, volevo chiedere a voi fedeli lettori o anche infedeli, o anche a chi passa di qui per la prima volta, di scegliere il pezzo che vi piace di più tra quelli già pubblicati.
Non vi assicuro che poi spedirò al concorso quello scelto, magari stanotte mi viene fuori un Poggiolo tutto nuovo, ma intanto mi piacerebbe sapere cosa vi piace di più.

Allora, la scelta per il momento è tra:

TERRAZZO           TERRAZZA            SPECCHIO DOPPIO             CRESCERE            HAIKU LUNGO

Quale vi piace di più? La scelta nei commenti qui sotto.
E grazie. 🙂

TERRAZZO

26 ottobre 2008
Questo è un esperimento. Il pizzino riprende in parte un altro pizzino già pubblicato tempo fa, però va a parare da un’altra parte.
Intanto leggete. Poi farò un sondaggino.
 
 
La mia anziana vicina, per tutta l’estate si è ostinata a piantare fiori in terrazza, di sopra.
Gerani, soprattutto. Gerani, gerani e gerani, e poi, in grandi vasi: basilico, zucchine e piccoli pomodori che però, già a metà luglio, si sono arresi per il gran caldo. E’ una terrazza comune, di quelle dove si stende la biancheria, coperta a metà da una tettoia, il pavimento di cemento, i fili per il bucato tirati da un lato all’altro, lenzuola rigide, abbandonate lì per giorni.
A casa sua, in montagna, mi racconta, le piante crescono da sole, non occorre neanche bagnarle. E i gerani, vedesse i gerani, mi dice. Come vengono su con il fresco. A me piacciono solo rossi. Voglio vedere rosso dappertutto, e sorride. Poi scuote la testa guardando intorno le piantine stentate, che spesso, ormai, si dimentica di annaffiare.
I suoi figli hanno deciso che al suo paese, in montagna, da sola ormai non può più stare.
E lascia che si stravi con i suoi gerani, ha detto la nipote alla nuora che si chiedeva se era il caso di piantare tutti quei fiori.
E le piante stanno lì. Un po’ amate e un po’ no. Dipende dai giorni, dalle medicine, dai programmi della televisione, dalla forza nelle gambe, dai pensieri che vagano, e chissà da dove vengono e dove vanno. A volte arrivano dalla finestra socchiusa sul cortiletto, rimangono intrappolati tra le tendine ricamate della cucina, lasciando la testa vuota e perplessa, le labbra d’un tratto mute o mosse da parole che cadono dalla bocca in frammenti incerti, a volte, lenti, scorrono davanti agli occhi, diventano immagini sfocate, colori annebbiati, e si confondono, mentre le palpebre si socchiudono, con brevi sogni, quelli sì nitidi e colorati, ma fatti tutti, ormai, di niente.
In terrazza le piante aspettano, pazienti. Accomunate e vincolate agli stessi disordinati percorsi di pensieri intermittenti, a volte lucidi ed affettuosi, a volte opachi e indifferenti.
Un cespuglietto lilla di viole del pensiero, si sporge rigoglioso da un lungo vaso semivuoto. Da una grande ciotola rotonda ripiena di terra arsa, fiorellini rossi, gialli e rosa, si ostinano a fiorire tra rametti ispessiti e foglie secche. Una lunga cassetta di gerani rossi, un po’ sfioriti e un po’ in boccio, poggia di sghimbescio sul grande vaso dei pomodori. E tutti, gerani, viole, fiori rossi, gialli e lilla, risoluti e silenziosi, decisi a continuare.
 

FACCIO OUTING

24 ottobre 2008
Io, di mio, sarei una che di notte non dorme. O forse dovrei dire: io sono una che dormirebbe di mattina, il che è molto diverso. Diciamo che, potendo scegliere, il mio orologio interno, che io da sempre immagino come una specie di vecchio orologio da cartoni animati, con due tre molle bizzarre che fanno sbeeennng! solo a guardarle, una lancetta sola che gira vorticosamente, un quadrante colorato con una specie di smile beffardo e un paio di viti in meno, si muove da solo, secondo una sua scala temporale, indifferente a tutto: ritmi circadiani, orari degli uffici, fusi orari, albe e tramonti.
Io, potendo, dormirei tra le tre, quattro di notte e le undici del mattino, ma poiché di solito in questa valle di lacrime è raro poter scegliere, è stato soprattutto tra le sei e trenta e le nove del mattino di tutti i giorni della mia vita che ho forgiato il mio carattere.
Questa cosa dell’alzarsi presto al mattino è, tra l’altro, da sempre oggetto di intrasigenti e violente prese di posizione: chi non si alza presto è via via peggiorando: pigro, scansafatiche, lazzarone, fannullone o vizioso, per cui da tempo immemorabile tento, non riuscendoci, di tenere nascosta questa mia perversione.
Evito per esempio di rispondere al telefono al mattino, e se qualcuno mi chiede: ma ti sei appena alzata? Rispondo: eh … no, cough cough … sono… arf arf… daffeddata.
Evito come la morte le scampagnate in montagna, al mare, in campagna, in città, all’alba della domenica, adducendo impegni famigliari, matrimoni, battesimi o funerali.
Per tutta la vita ho cercato di evitare di avere lavori che mi portassero a dovermi alzare all’alba delle sette o delle otto del mattino, e, poiché, secondo imprecisate leggi universali se desideriamo tantissimissimissimo qualcosa, prima o poi succede, o meglio forse, la facciamo succedere, ho avuto la, chiamiamola fortuna, di avere sempre lavori che non mi costringessero ad alzarmi presto.
Inutile dire che questo ha sempre provocato battutacce invidiose da parte dei miei detrattori, cosacce del tipo: te che nella vita non hai mai fatto un cazzo. Come se, solo il fatto di alzarsi presto al mattino, volesse già significare darsi un sacco da fare. Eppure le giornate sono di ventiquattro ore per tutti. 
Oltre a questo genere di invidiosi, i peggiori fustigatori di noi accidiosi, sono ovviamente quelli che al mattino saltano giù dal letto ancora prima che suoni la sveglia, quelli che, incomprensibilmente, amano alzarsi presto.
Quelli che al mattino appena svegli hanno già tutti i neuroni in fila, già i denti freschi di dentifricio, tutti i muscoli al loro posto e non sbattono contro il muro mentre cercano di infilare la porta del bagno, quelli che camminano già belli dritti, parlando a voce alta e tonante, alzando il volume della radio, quelli che, baldi e prestanti come caporali, tirano le tende con un gran rumore di ferraglia, alzano le tapparelle con un unico gesto, come facessero l’alzabandiera, e le lasciano impiccate in alto, o peggio, aprono la finestra e respirando a pieni polmoni esclamano: ah senti che bell’aria fresca. E poi, con un malcelato disprezzo, si girano a guardare te, polpetta ranicchiosa, abbarbicata al tuo loculo, gli occhietti strizzati, le zampine rattrappite sotto lenzuola, che, se proprio devi, ma solo perché devi, silenziosamente scivoli giù dal letto con il portamento sarmentoso di un rampicante e strisci verso il bagno allungando e accorciando lenta le tue spire attraverso il pigiama caldiccio.
Ecco, quelli lì, dico i mattinieri, sono i peggiori.

SVOLTE

23 ottobre 2008
In tivu e sui giornali non fanno che dire che questa crisi economica farà solo bene a tutto il mondo, che tutti dovremo ripensare alle nostre scelte, alle nostre priorità, che le scelte di politica economica dovranno per forza essere diverse, che i governi dovranno prendere altre strade, e così l’economia, il capitalismo, e le regole del libero mercato, sottintendendo quasi che sarà forse possibile una sorta di riscatto dei poveri, degli ultimi, dei morti di fame, e che insomma, il mondo cambierà.
A me ogni volta viene in mente una vignetta di Altan, (che tra l’altro è stranamente un prodotto di questa terra di capannoncini, dove casualmente continuo ad abitare..) disegnata in altri tempi, poco dopo l’11 settembre 2001, altra data che doveva segnare la svolta, in cui la sua solita donnona, mezzo busto, braccia mollemente incrociate, chioma fluente, palpebre a mezz’asta e sguardo perso nel nulla, dice:
 
Forse sono troppo ottimista,
 ma penso che dopo l’11 settembre
 continueremo ad essere
 la stessa gentaglia che eravamo prima.

 

PSEUDONIMI

22 ottobre 2008
In passato Quinn era stato più ambizioso. Nella prima giovinezza aveva pubblicato alcuni libri di poesie e scritto drammi e saggi critici, nonché lavorato a una quantità di ponderose traduzioni. Poi di colpo, aveva piantato tutto. Una parte di lui era morta, spiegava agli amici, e non voleva che tornasse a tormentarlo. Era stato allora che aveva scelto il nome di William Wilson. Quinn non era più la parte di sé capace di scrivere libri, e anche se sotto molti aspetti continuava a esistere, Quinn esisteva solo per se stesso.
Aveva continuato a scrivere perché sentiva che non avrebbe potuto fare altro. I romanzi gialli gli erano parsi una soluzione ragionevole. Non faceva troppa fatica a inventare i complicati intrecci richiesti dal genere, e poi scriveva bene, spesso suo malgrado: sembrava non costargli alcuno sforzo.
Non considerandosi l’autore di quello che scriveva non se ne sentiva responsabile e perciò non doveva difenderlo di fronte a se stesso. Dopo tutto William Wilson era un’invenzione e pur essendo nato da Quinn ora aveva una vita indipendente. Quinn lo trattava con deferenza, a volte persino con ammirazione, ma non arrivò mai a credere che lui e William Wilson fossero lo stesso uomo. Per tale ragione non gettò mai la maschera dello pseudonimo.
Anche Dipòk, per una qualche ragione, aveva scelto uno pseudonimo. Pensava che, se molto tempo prima, non avesse scelto di chiamarsi Dipòk,  non avrebbe mai più potuto entrare nella solita libreria all’angolo tra la Sessantesima e la Madison e vedere Doug, il vecchio commesso, alzare gli occhi dal libro che, come sempre, teneva tra le mani, sostenere il suo sguardo impassibile e passare oltre, tra gli scaffali, per dare un’occhiata alle ultime novità.
Né, tantomeno avrebbe più potuto sentirsi a suo agio tornando al vecchio quartiere, giù a Brooklin, dove sicuramente, all’entrata del vecchio cortile, che portava all’appartamento di sua madre, l’anziana signora Pebble avrebbe bussato sui vetri della finestra della cucina e, con un sorriso zuccheroso le avrebbe chiesto come andava l’ultimo libro.
No, non l’avrebbe sopportato. Per questo lei e Quinn andavano d’accordo. Perché lui era William Wilson e lei era Dipòk. Dipòk e basta.
“Anche la famiglia di mia madre era di origine polacca.” Aveva commentato lui, quella sera in cui si erano conosciuti, mentre camminavano verso la fermata della metropolitana, stretti sotto l’ombrello di Quinn. Nevicava dal mattino e i fiocchi continuavano a cadere, a tratti lentamente, a tratti roteando vorticosamente, spazzati da folate di vento gelido. Lei si era girata a guardarlo, chiedendosi per un momento se doveva dirgli la verità. “Non sono polacca, sono italiana… e mi chiamo…” aveva detto alla fine, decidendo che di quell’uomo voleva fidarsi. In quel momento un gran colpo di vento capovolse l’ombrello, Quinn si girò controvento cercando di farlo rovesciare, le parole volarono via, perse tra la neve, e Dipòk non seppe mai se Quinn avesse capito.
 
Il corsivo è di Paul Auster, La città di vetro dalla Trilogia di New York. Einaudi

EGO

21 ottobre 2008

In un impeto di senso civico e di narcisismo ho mandato via il pezzo sull’ombralonga e ora me l’hanno pubblicato qui.

PAN E VIN FA BEL BAMBIN

21 ottobre 2008
Questo è un link interessante che Repubblica ha in prima pagina oggi.
Lo metto qui come risposta per tutti quelli che pensano che i ragazzi vadano all’Ombralonga per bere un buon bicchiere in compagnia.
Il problema è che il buon bicchiere non è uno solo, ma decine. E che non è neanche buono, o forse lo è ma neanche lo apprezzano.
 
http://www.repubblica.it/interstitial/interstitial1341835.html

OMBRALONGA 2008

20 ottobre 2008
Una ragazzina, la testa penzoloni e i piedi striscianti per terra, viene sorretta per le braccia da due amici, una ragazza e un ragazzo che oscillando salgono i gradini della stazione. Tutti e tre vestono il grembiule nero con il logo Ombralonga enogastronomia doc, Treviso 2008. Gli altri anni il grembiule era bianco, e non faceva bello vedere in giro migliaia di ragazzi ciondolare ubriachi con un grembiule bianco, sporco di macchie di vino rosso, di vomito e di unto, così quest’anno si è scelto il nero, più elegante.
La stazione dei treni che attraverso, mio malgrado, per andare in città, verso le sette di sera, è attraversata da un fiume di ragazzi e ragazzini ubriachi, urlanti, ciondolanti o inebetiti, tutti di ritorno dal centro città dove si sta concludendo la tre giorni della diciottesima edizione dell’Ombralonga, da sempre fortissimamente voluta da quello che è stato Sindaco e che oggi è il Prosindaco della città, Giancarlo Gentilini, dall’Ascom, dalla Lega e dal PDL, per valorizzare la cultura enogastronomica, i prodotti e i valori dell’antica Gioiosa et Amorosa Marca Trevigiana.
Mentre il Doge Galan, governatore della regione Veneto, partecipa commosso ai funerali del paranazista Heider, schiantatosi in macchina contro un pilone di cemento l’11 ottobre scorso, al termine di una serata passata a bere vodka e a girare per locali notturni, nella trista cittadina in cui vivo, dove la ragione dorme da tempo in località segreta in camera doppia con la cultura, e il suo sonno ha generato infatti individui come l’ex sindaco Gentilini, e una compatta maggioranza leghista che domina da anni la città, si è tenuta anche quest’anno l’Ombralonga.
Le altre città organizzano Pordenonelegge, il Festival della Letteratura, il Festival della filosofia, perfino CioccolaTO’ o il Festival degli artisti di strada, se proprio non ce la fai a leggere un libro. Noi no, noi abbiamo l’Ombralonga.
Giusto qualche messaggio copiato dal sito della manifestazione culturale:
 
“Merda che giornata!!!
Che giornata che ci siamo fatti l’anno scorso quest’anno nn possiamo mancare, ho stracciato in treno al ritorno cazzo se sono stato male ma mi sono divertito troppo. Dopo le 16 nn mi ricordo nulla. Mi sono addormentato perterra sui ciottoli, mi è venuto a svegliare un polizzioto per vedere se c’ero ancora, nn trovavo gli altri per fortuna poi ci sono riuscito. Il giorno dopo a lavoro ero disfato e ho chiesto di nn andarci al pomeriggio. Tra domenica notte e lunedì ho dormito complessivamente 20 ore…! DOMENICA 19 STO ARRIVANDO!!! “
 
“ gg è stato troppo bello! nn finivo + di ridere! chissà xk poi! 
volevo fare un complimento al tipo che ha provato ad arrampicarsi sul palo di piazza dei signori!”
 
“E’ qui la festa?!!
Domenica piena di ubriachi e rifiuti!!! Che bello!!! Spero di divertirmi un sacco anche quest’anno! Attenti alle bottiglie rotte in mano!”
 
“Che merda tutti che non capiscono un cazzo. Tutti che vomitano. Tutti che ti toccano. Tutti che ti spingono. Blah.. ..almeno fosse qualcosa di più ‘sobrio’.. per carità..”
 
Le vie della città sono ricoperte da uno spesso strato di rifiuti, di carte, di bottiglie, di bicchieri, di plastica per carità, di vomito e di piscio. L’amministrazione ha provveduto a installare colorati cessi portatili nei punti nevralgici, e i ragazzi si divertono a farli dondolare con gli amici dentro. Una fiumana di altri ragazzi inebetiti, ciondolanti e urlanti avanza a file serrate, per riuscire a stare in piedi, verso la stazione. In Piazza dei Signori, quattro cinque ragazzine ballano al suono di un tamburo sull’aiuola pensile che sormonta la panchina-arredo urbano, circondate da una folla di ragazzi schiamazzanti. Si attendevano ventimila presenze quest’anno, dalla provincia e dalle città vicine, e la stima pare sia stata confermata.
Alle otto e mezza, la città si è svuotata, i partecipanti alla manifestazione sono partiti, gli uomini e i mezzi della Treviso Servizi, con alacrità ed efficienza tutta veneta, stanno spazzando e ripulendo le strade, e in un paio d’ore la città tornerà linda, lustra e pulita come il tinello di casa. I ragazzi hanno lasciato per tempo la città per far ritorno alle loro case, e domani mattina, quelli che non sono ricoverati in ospedale per coma etilico, si presenteranno puntuali nelle scuole, negli uffici, nelle fabbriche, nei negozi per riprendere lezioni e lavoro come sempre.
Avranno imparato o mantenuto la tradizione che vuole la Regione Veneto piazzata in classifica come la seconda regione, dopo la Lombardia, con la più alta percentuale di incidenti per guida in stato d’ebbrezza, che la legge dice che ai minori non va servito l’alcool ma che un’intera amministrazione cittadina se ne fotte, che lo sballo del fine settimana è lecito e consentito perché protetto dalle tradizioni e dalla cultura del territorio.
Solo un ragazzo purtroppo, non avrà imparato nulla dall’Ombralonga. Si chiamava Andrea Dal Cason, aveva 23 anni ed è morto stasera alla stazione di Paese, a qualche chilometro da Treviso, quando, probabilmente ubriaco di ritorno dall’Ombralonga, ha sbagliato treno, è sceso alla prima stazione, si è seduto sul marciapiede vicino ai binari, forse si è addormentato o era talmente intontito da non accorgersi del treno merci che stava arrivando, che l’ha agganciato e travolto. L’amico che era con lui è stato svegliato dai soccorsi chiamati dal conducente del treno successivo.
 
 

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