Archive for the ‘giappone’ Category

AUTUNNO

31 ottobre 2009

Oggi, sui viali, volavano le foglie gialle dei tigli. E ho pensato a questi tigli, e agli aceri e ai giardini autunnali, in Giappone,  tre anni fa.
Ma ero io anche allora o era un’altra?

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PRECISIONE ED ESATTEZZA

27 aprile 2009
disordine
Rieccomi al tema di qualche giorno fa. Sì mi è caro, e nell’ultimo post, parlandone, sono scivolata a ragionare dei miei poco evidenti, ma molto sentiti, entusiasmi, e ho talmente debordato che sono finita a parlare della mia sfingitudine.
In realtà qualche giorno fa non sapevo neanch’io bene perché precisione ed esattezza mi stiano così a cuore, e ieri sera girando per la rete, in un evidente caso di serendipità, mi sono imbattuta in un pezzo che mi ha dato da pensare, e ha chiarito le mie idee su almeno uno dei probabili motivi per cui tengo tanto, e sempre di più, a essere precisa e accurata.
Di sicuro, precisa lo nacqui. Ma nessuno, a dire il vero, se ne accorse, tanto meno io. La mia cameretta, da piccola, era un bel casino, benché i miei quaderni fossero ordinati. A undici anni però la parrucchiera mi dovette tagliare via con le forbici un consistente grumo di capelli indestricabilmente arruffati e annodati a livello nuca, sotto la parvenza liscia e ordinata della mia lunga coda di cavallo, che ormai davano al mio cranio un aspetto bitorzoluto. Succede, se ci si pettina raramente e solo in superficie.
La mia casa ha un’apparenza ordinata, ma, contro ogni dettame del feng shui, mantiene dei punti oscuri di accumulo: la mensola in entrata, il sopra-frigorifero, l’angolo di destra del divano, il secondo cassetto dell’armadio, e soprattutto il buco nero del mio appartamento, il tracollo quotidiano dei miei buoni propositi, l’angolo di agglomeramento delle mie energie negative: lo sgabuzzino.
Con il mio lavoro, intendo il lavoro di venditrice di viaggi nella mia prima vita, ho dovuto imparare a essere implacabilmente precisa. Sbagliare a digitare un semplice numero, un tre invece di un quattro magari, se quello è il numero o l’ora di un volo o di un biglietto aereo in una prenotazione aerea significa far saltare l’organizzazione di un viaggio, perdere notti di albergo, escursioni, noleggi di auto, altri voli in coincidenza, e alla fine perdere soldi di tasca tua e arrampicarti sui vetri per non perdere pure i clienti.
Precisione ed esattezza richiedono però uno smisurato sforzo quotidiano, perché come sempre nell’universo, come disse pure Newton, ad ogni forza corrisponde una forza uguale e contraria, e tutto sembra congiurare contro di loro. La fretta, la memoria, la distrazione, il malumore, la stanchezza, e soprattutto l’abitudine tanto per dirne sei, di forze uguali e contrarie. Per non parlare poi della tendenza all’accumulo e dell’effetto imitazione che sono la conseguenza prima di imprecisione e inesattezza. Provate a lasciare per qualche giorno il giornale vecchio o la posta già aperta su una qualche mensola in casa, e nel giro di una settimana quello diventerà il posto della carta, provate a lasciare una pratica fuori posto in un ufficio e vi ritroverete con una trentina di  pratiche fuori posto o sparite in un buco nero di incontrollabile attrazione. Provate a lasciare il sacchetto della spazzatura in un certo punto per la strada e nello spazio di una serata, quello diventerà l’angolo dell’immondizia. Provate ad incominciare una riunione o una lezione con cinque minuti di ritardo per aspettare che tutti siano arrivati, e aspettatevi che alle successive riunioni o lezioni tutti arrivino in ritardo. Provate a non chiarire per troppo tempo equivoci o incomprensioni e vi ritroverete un grumo di nebbia nel cervello e nel cuore, vostro e di chi vi sta intorno.
Tutto questo solo per parlare della dimensione privata. Perché se cominciamo ad affrontare la dimensione pubblica, soprattutto italiana, degli effetti di imprecisione e inesattezza troveremo moltissime delle cause della nostra attuale disastrosa situazione sociale in primo luogo e poi via via e di conseguenza, secondo me, economica, politica, lavorativa, scolastica, eccetera.
Quindi, come mi sono resa conto solo ieri sera, leggendo il blog citato sopra, la mia personale guerra contro imprecisione e inesattezza arriva da lontano e mi è connaturata, ma la mia attuale, quotidiana lotta per la precisione e l’esattezza in realtà è una lotta di resistenza. Resistenza civile contro il pressapochismo, la cialtroneria e la faciloneria. Caratteristiche tutte italiane, purtroppo, che sono in parte causa dello sfacelo quotidiano a cui continuiamo ad assistere senza prenderci spesso la nostra parte di responsabilità per modificare le comuni consuetudini iniziando da cose piccolissime.
Circa due anni fa, da poco tornata dal mio viaggio intorno al mondo, comprai il libro di un ragazzo giapponese che da qualche anno vive in Italia, e che in “Italia più Giappone diviso due” parla dei due paesi, ovviamente dal punto di vista dell’osservatore giapponese. Il libro è molto istruttivo per renderci conto di molti nostri piccoli comportamenti, futili e veniali se osservati singolarmente, ma pericolosi, come la goccia che scava la pietra, nel creare sfiducia, cinismo, sentimento di impotenza e rabbia nelle persone, con tutte le conseguenze negative sul vivere sociale e politico che ben conosciamo.
Un esempio su tutti dal libro di Ryuta Naruse: “la macchina che produce il caos”. Questa macchina non è altro che quella macchinetta che distribuisce i numeri per fare la coda in posta, in banca o nei negozi. Naruta, con la semplicità del giapponese si chiede: come è possibile che, se un impiegato si assenta, nessuno pensi a bloccare il suo display che continua così a chiamare numeri e a creare confusione, così che la gente che aspetta il proprio turno, comincia a non capire, a litigare e a pretendere? Com’è possibile che un signore che magari è uscito a comprarsi le sigarette mentre era in attesa, ora pretenda di essere servito e che un impiegato lo respinga mentre un altro lo accoglie generando comunque malumori e confusione tra la gente in attesa? È possibile se le normali regole della convivenza non vengono accettate e rispettate. È possibile se non si rispettano in primo luogo precisione ed esattezza.
Quindi non ditemi che sono un’intransigente. La mia è solo resistenza, resistenza, resistenza.
 
 

UNA SPIETATA CERNIA

2 marzo 2009
cernia
Allora, consideriamo l’ipotesi che ci sia una tale che vorrebbe festeggiare un compleanno importante. (gasp..)
Consideriamo che ha una casa di circa cinquanta metri quadrati, da cui dobbiamo sottrarre bagno, cucina e sgabuzzino, e pure l’ingressino e diciamo anche la camera da letto, ché non sta bene portare la gente in camera da letto tutta insieme.
Resta un soggiorno di circa cinque per quattro e mezzo, che insomma fanno sempre una ventiunina di metri quadri. Togliamo il posto occupato da un tavolo, quattro librerie, due divani, un puff, sei sedie e un portatelevisore con televisore e un mobile ripieno come un krapfen. Diciamo che la superficie calpestabile si aggira sui dodici metri quadri. Quanta gente può invitare? E soprattutto chi? Diciamo poi che nel corso del mezzo secolo di vita questa tale abbia accumulato conoscenze, vicinanze, affettuosezze e amicizie (e pure amori, via) con qualche migliaio di persone.
Togliamo dal mucchio un bel tot di gente dispersa da decenni, considerato che la tal dei tali non si diletta con feisbuk, anzi lo tiene in odio, e che quindi non ha recentemente ritrovato i compagni di scuola delle elementari.
Togliamo pure gli amici emigrati e abitanti ai quattro lati della terra, che di sicuro non prenderebbero l’aereo o il treno per partecipare al festino.
Resta però un bel po’di gente che potrebbe far parte della raccolta degli eletti.
Considerando però che, pur calcolando la densità di popolazione del quartiere di Shibuia, a Tokyo, che è pari a tredici persone al metro quadro, è pur vero che quei tredici abitanti di solito non escono di casa tutti insieme per affollare la stessa piastrella, e che, verosimilmente, per passare una serata senza aver voglia di scappare come da un autobus all’ora di punta, bisognerebbe lasciare ad ogni persona almeno lo spazio vitale di un metro quadro, la tal dei tali, dovrà quindi procedere ad una spietata cernia degli aventi diritto.
Gli eletti dovranno essere al massimo dodici. Io, la tredicesima, (porterà sfiga?), posso autocomprimermi agitandomi qua e là.
Giunti a queste conclusioni, chi ha più diritto?
I vecchi amici o i nuovi amici? Quelli che vedi una volta all’anno, con cui non hai niente da dire, ma che ricordi con affetto, o quelli che vedi sempre e che proprio perché vedi sempre potrebbero anche non far parte del festino? Ma se li lasci a casa non sarebbe carino, mentre i vecchi potrebbero anche non sapere mai del fattaccio. E poi, quell’amica nuova della palestra? E quel vecchio amico appena ritrovato a un altro compleanno e che sa benissimo del tuo compleanno? E il moroso dell’altra vecchia amica, allora? Che conosci appena ma che lei senza di lui non si muove? E i vecchi morosi, che ne facciamo? Quelli che conoscono i vecchi amici, che sarebbero pure contenti di rivederli, forse più dei nuovi amici che non hanno mai visto, e che, insomma, potresti anche invitarli ma non sai se ne hai proprio voglia.
E se invece alla fine, dopo tante considerazioni e tante riflessioni non venisse nessuno?!

EMPRESS OF JAPAN

29 novembre 2008
EmpOfJapan1930_01
30 maggio 1911
Yokohama. Partenza per Vancouver col vapore Empress of Japan. Bel vapore tutto completo di passeggeri. 133 solo in prima classe. Questo vapore è però molto piccolo quantunque molto comodo e il beccheggio è nullo quantunque il mare sia leggermente mosso.
Il Grand Hotel di Yokohama prima di partire ci offre un portasigarette con un drago in rilievo.
 
31 maggio 1911
Siamo al largo dell’Oceano Pacifico, cielo sereno e mare calmo, solite onde dell’oceano. Abbiamo fatto una velocità di miglia 14,5 all’ora. A un signore seduto vicino a me è stata consegnata una busta chiusa con un marconigramma appena preso dal cielo.
Visto due gruppi di bellissimi e velocissimi guizzanti delfini neri sopra e bianchi sotto.
Oggi hanno innestato il vaiolo a tutta la ciurma cinese, non so se siano passeggeri di III° a poppa.
Dist.358 nodi.
 
1 giugno 1911
Oceano Pacifico – Nord – tempo sereno, fresco. Dist.331
 
2 giugno 1911
Oceano Pacifico – Nord – gabbiani
Di giorno il Purser ha preso nome, convenzione e relazione dei passeggeri per le autorità Canadesi ed Americane.
La sera un uccellino (sguissetù) è entrato nel salone di lettura, perduto in mezzo all’Oceano.
 
3 giugno 1911
Giornata fredda. Partite a scacchi con gli ufficiali francesi.
 
4 giugno 1911 Domenica
Nella scorsa notte ci fu molta nebbia per cui ogni tanto si udiva il fischio della sirena; oggi giornata monotona grigia nebbiosa. Sul tardi è anche piovuto.
 
5 giugno 1911
Antipode day 4/6
Oceano Pacifico. Tempo piovoso. Stamane abbiamo la linea di separazione della Data, per cui oggi siamo in un giorno senza data che a bordo si chiama Antipode Day. Credo che dovrebbe portare la data di ieri o essere il 4 bis.
5 giugno. Mare mosso, molto rullio con relativo movimento di tutti gli oggetti però non si soffre.
Tempo piovoso nebbioso.
 
6 giugno 1911
Oceano Pacifico. Mare leggermente mosso. Tempo nebbioso, freddo piovoso.
Partite a scacchi con gli ufficiali.
 
7 giugno 1911
Oceano Pacifico. Tempo sempre uguale, vita monotona. Anche oggi continua il rullio ma molto meno. Diversi grandi albatros scuri, dalle ali falcate seguono il piroscafo e si riposano nelle acque come le
anatre.
 
8 giugno 1911
Oceano Pacifico. Tempo freddo coperto. Il bastimento è riscaldato a termosifone. Il servizio è fatto da nonnocinesi ordinati, in giacche bianche e scarpe di feltro. Oggi hanno fatto diversi giochi. (con patate etc..)
 
9 giugno 1911
Ultimo giorno di viaggio. Tempo vario, mare mosso. Alla sera festa con suoni e canti e distribuzione di premi dalla governatrice di Hong Hong. Giornata piacevole.
 
Dai taccuini di viaggio del nonno.
 
 
 

SHOCK CULTURALE

15 ottobre 2008

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Quando non so cosa scrivere, piazzo qui qualche mail dal giro del mondo.
Questa volta si parla dell’arrivo in Nuova Zelanda dopo una ventina di giorni di Giappone.
A rileggerla mi viene da ridere perché mi vengono in mente i miei giorni giapponesi. Giorni stupendi per tanti versi, in giro per un paese affascinante, diverso, totalmente diverso da qualunque altro posto del mondo.
E nello stesso tempo giorni di totale solitudine, in cui, dopo giorni in cui non riuscivo a fare due parole con nessuno, perché nessuno parlava inglese, mi ritrovavo a parlare o cantare da sola per la strada. Giorni anche di totale straniamento e fascinazione, passati a cercare di capire abitudini, gesti e modi di questo popolo di marziani.
L’arrivo, prima in Australia per scalo tecnico a Cairns, poi a Brisbane e infine a Auckland, dopo venti giorni di compassati e impassibili giapponesi, fu per me quel giorno un vero e proprio shock culturale.
Questo descrive cosa ne venne fuori!:

Il signor Dion Salmon, come risulta dalla targhetta spillata alla camicia, (e mi pare di capire che i suoi antenati non facessero gli allevatori di pecore), un ometto secco color castagna, con la faccia come un mocassino spiegazzato, mi fa togliere la cintura prima di passare attraverso il varco a raggi x all’entrata della sala transiti dell’aeroporto di Cairns, Australia.
Vicino a lui un omone alto e grosso, scuro anche lui, ma di un altro colore, il mio primo aborigeno, vestito di una tuta arancione con la scritta “custom”, dogana, mi guarda fisso. Sarà perché ho la giacca a vento e qui ci sono 25 gradi?
Sono le 4 e 40 del mattino e fa un caldo boia. Questa non l’avevo calcolata. Il transito intendo, all’alba e con questo caldo. Ora fra una mezzora dovrò prendere un altro volo che mi porterà a Brisbane, e poi un altro volo ancora fino ad Auckland, Nuova Zelanda. Penso che all’arrivo sarò una polpetta cotta.DSC02023

Oggi è stata una non-giornata. Una di quelle giornate in cui non si succede niente e non si fa niente perché tutto si svolge nell’attesa della partenza. Dopo 18 giorni lasciavo il Giappone per la Nuova Zelanda. Così, nel pomeriggio sono tornata a Narita, l’aeroporto di Tokyo, che ormai non ha più segreti per me, e alle otto di sera mi sono imbarcata sul volo Quantas che mi ha portata qui. Ho regalato alla hostess, una biondona australiana di Perth, quella fottuta carta telefonica giapponese che non sono mai riuscita ad usare perché in Giappone i telefoni parlano giapponese, e lei, riconoscente, ha continuato ad offrirmi te, caffè ed aranciata per tutto il volo. Gli altri passeggeri erano quasi tutti coppiette di giapponesi e famigliole australiane. Cairns, con le sue spiagge tropicali, è meta di vacanze natalizie. Infatti fa un gran caldo, e io con la mia giacca a vento, il maglione di lana e i pantaloni di velluto, mi sento un po’ fuori posto in mezzo a questo popolo di vacanzieri che si presenta in bermuda all’arrivo. Spero che ad Auckland, come pare, faccia un po’ più fresco.

Auckland. Ragazzi, mi ripeterò ma il mondo è davvero bello perché è davvero vario. Finalmente dopo venti giorni di alieni giapponesi, dei bei pezzi di uomini! Finalmente dei bei biondoni, rossi, castani, alti, grossi e con due spalle così! Mi gusto perfino i ciccioni, guarda te! Finalmente degli uomini che ti guardano e ti guardano negli occhi! E parlano! E ridono! E si stiracchiano. E stanno seduti stravaccati! E delle belle donne, cavallone, bionde, sorridenti, sciattone, vestite come capita, con i capelli per aria, i bambini che urlano e che rompono le balle e si sdraiano per terra.
All’aeroporto di Auckland, al controllo bagagli, dove arrivo pallida e stralunata, camminando come sulle uova, sbandando nei corridoi, dopo una notte insonne passata a cambiare aerei, mi accoglie un ragazzone rosso, pieno di lentiggini, sorridente che mi chiede da dove vengo. “Italia” dico io, e potrei quasi cantargli “o sole mio” da come mi fa sentire bene. E lui: ” ooooh Italiaa, brava ragazzo!!!”. Quasi mi commuovo, un uomo che mi parla e che mi sorride. Oddio quanto mi mancava l’occidente. Questo occidente. L’occidente della varietà, della commistione, della diversità tra simili. E anche un po’ di disorganizzazione, un po’ di confusione, un po’ di sana sporcizia. Ecchecavolo, in fondo sono italiana! E poi gli sguardi, la parola sorridente, il commento buttato là tra estranei per scambiarsi un’impressione, un pensiero. Per dire che in fondo siamo tutti qui a sfangarcela in questa valle di lacrime. E mica sono arrivata a Napoli, sono arrivata in Nuova Zelanda, dall’altro capo della terra. Si parla inglese qui e da quello che vedo sono minimo un metro e ottanta, biondi e molto wasp, almeno ad una prima impressione. Accidenti, ma quanto sono diversi i giapponesi!!

IL SIGNOR TOTO

7 settembre 2008
Lettura domenicale dagli archivi del giro del mondo.
Giappone 144
Il Signor Toto in Giappone deve aver fatto i miliardi.
"Toto" è il nome del costruttore o della ditta che in Giappone ha prodotto tutti i gabinetti con cui sono entrata in contatto ravvicinato negli alberghi, per le strade e nei luoghi pubblici: negozi, bar e ristoranti durante il mio soggiorno giapponese.
I giapponesi dimostrano per i gabinetti una passione smodata, che appare così diffusa e così sentita, che non riesco a trovare un omologo nazionale italiano.
C’è da chiedersi come facessero prima della nascita del signor Toto, o in quali condizioni miserevoli fossero i loro gabinetti prima del suo avvento, per avere poi deciso di cambiarli tutti unanimemente.
Non so se arrivare a definire il Toto uno status symbol, perché, in effetti, il prezzo non è proprio stracciato e alla portata di tutti, perché va dai 70.000 ai 130.000 yen, come dire dai 500,00 ai 900,00 euro. (l’ho visto in vetrina, non e’ che voglio comprarmene uno).
Un bel po’ di più dei nostri gabinetti della ideal standard degli anni del nostro boom economico negli anni 60. Ma paragonare il nostro ideal standard ad un Toto, è come paragonare una Panda ad una Ferrari.
Intanto devo fare una premessa: come ho già detto altrove, la pulizia e la cura dei bagni giapponesi non hanno nulla a che vedere con quella dei nostri. Anche nella più infima osteria, ho trovato un bagnetto profumato, con i soliti quattro rotoli di carta igienica, un mazzolino di fiori e il Toto.
Di sicuro i giapponesi hanno una cura per i particolari, un gusto per le belle cose e un senso della pulizia e dell’ordine che da noi non esistono. O di sicuro è molto diverso, e certamente non si avverte nella gestione della cosa pubblica.
Insomma per farla breve, il Toto è un gabinetto de luxe e superaccessoriato. Giappone 077
Da noi, nei gabinetti moderni, esistono al massimo due possibilità: più acqua o meno acqua.
Il Toto, invece, è governato da una centralina elettronica con disegnati dei culetti stilizzati dove l’utente può scegliere: se vuole lavarsi davanti, dietro, in mezzo, a spruzzo, se vuole tanta acqua o poca acqua e altre opzioni che non sono riuscita a decifrare perché le istruzioni erano solo in giapponese. Inoltre, il sedile è meravigliosamente riscaldato, di solito ci sono appunto almeno quattro rotoli di carta igienica perché non si sa mai, un dispenser di coprisedile di carta, e un altro dispenser di detergente/disinfettante con le istruzioni per lavare il sedile prima di sedersi nel caso che qualche straniero sporcaccione l’avesse fatta fuori.

Ma la finezza insormontabile, in cui ritrovo tutta quella giapponesità così palpabile, fatta di timidezza, riserbo, gentilezza e rispetto per il prossimo, è un riproduttore acustico di scrosci d’acqua. Insomma un registratore elettronico di sciacquoni che si attiva con una fotocellula, passandoci davanti la mano nel momento del bisogno, appunto, e che va a coprire i rumori molesti.Giappone 142
Del riproduttore sonoro di sciacquoni, avevo già letto tempo fa a proposito delle grandi ditte giapponesi che avevano rilevato enormi costi nella fornitura d’acqua di cui non avevano saputo darsi spiegazione. Fatte le debite indagini, avevano scoperto che le timide e riservate impiegate giapponesi, quando andavano al bagno, per coprire eventuali rumori, usavano tirare l’acqua più volte. Fatti due conti, constatato che, moltiplicato il numero delle impiegate per le pipì fatte ogni giorno e i litri d’acqua sprecati ogni volta, si spendevano un sacco di soldi, i dirigenti avevano deciso di comprare questi dispensatori di suoni idraulici.
Questi registratori sono però una finezza che non ho trovato dappertutto. Probabilmente un optional del Toto.

La sorpresa è stato trovarlo all’interno di un tempio zen a Kyoto. Un tempio nel pieno centro della città, nel quartiere antico di Gion, uno dei quartieri superstiti, rimasto quasi illeso dopo i bombardamenti americani della seconda guerra mondiale. Tra l’altro ho scoperto che un buon 80/90% delle grandi città giapponesi è andato distrutto durante la guerra o nei molteplici incendi nel corso della storia, e che una buona parte dei templi è stata ricostruita tale e quale era prima della guerra e utilizzando gli stessi materiali. Dicevo, che in questo splendido quartiere, dove vivono tuttora le geishe, e si ritrova nelle strade, nelle costruzioni, nell’architettura e nell’armonia delle cose, lo spirito dell’antico Giappone, c’era questo piccolo tempio zen, il Giappone 129Kenninji, in cui mi sono persa per ore, meditando di diventare buddista, farmi monaca e vivere lì per sempre.
Un luogo incantato, fatto di silenzio, di passi leggeri di piedi scalzi sui pavimenti legno, di sommesso gorgogliare di fontanelle d’acqua e di prospettive insolite e armoniose: un giardino zen, con il ghiaino tirato a righe concentriche, che si intravvede tra le foglie rosse di un acero e i riquadri di carta di una parete scorrevole. Un piccolo acquario con un pesce rosso che si muove lentamente davanti ad una finestra aperta su un altro giardino dove diresti che ogni piccola pianta, ogni arbusto, ogni filo d’erba ha un senso nel suo colore, nella sua forma e nella sua posizione, ed è stato piantato lì, cresciuto e curato amorevolmente perché tu lo dovessi scoprire.
In questo piccolo tempio, il bagno, dove, come in tutti i bagni giapponesi, si entrava cambiando le ciabattine date in dotazione all’entrata, e infilandone delle altre, aveva il suo "Toto", e accanto al Toto sfiorandolo appena con una mano, gorgogliava l’optional.
E così, in un tripudio sonoro e molto zen, di cascatelle cristalline e di tintinnanti acque purissime, anch’io, come le timide e ritrose impiegate giapponesi, ho fatto la pipì.

 

COME SI FA AD ESSERE TRASGRESSIVI NEL 2008

5 agosto 2008
ciao..volevo solo dirvi k avete proprio ragione ..io posso definitmi emo …xk conosco il significato della parola ,so le sue origini e so anche k in inglese si pronuncia imoh…poi credo di ascoltare musica realmente emo e nn i tokio hotel ,avril lavigne o i finley ..( k definisco poser) .. e sono diaspiaciuta k il mio star male VERAMENTE oppure il mio essere felice di piangere ( xk nell’emo c’è anche questo ..emo nn è solo essere tristi cm la gente pensa) sia ora diventata una moda ..qst mi rende davvero molto triste ..ma la cosa k mi rende ancora più triste è k prima tutti i ragazzi e le ragazze ridevano di me e mi escludevano invce ora si vestono tutti come me e nn sanno niente del vero EMO.
 
Non sono improvvisamente regredita all’età di quindici anni. Tutte quelle kappa e quei puntini di sospensione poi, mi danno già il nervoso. Questa è una lettera vera di una vera emo, (lo dice lei) trovata nel web girando per siti e forum di ragazzini.
C’è dentro tutto il malessere di un’età complicata, che per molti non finisce mai, in cui non si è più bambini e non si è ancora adulti, e questo, dai Dolori del Giovane Werther in poi non è cambiato. Tutti passiamo attraverso un periodo di sturm und drang e in più da quando i “giovani”, per motivi cultural-consumistici, sono diventati una categoria sociale, è riconosciuto, e pure accettato, il loro naturale bisogno di trasgressione.
Se ad una certa età non si trasgredisce, lo sanno tutti, non ci si libera dall’infanzia e dalla famiglia, e si Giappone 053finisce per trasgredire a trenta, quaranta, cinquanta e passa anni. Mandando all’aria matrimoni, comportandosi come i figli e passando le serate all’happy hour o in cerca di rave party. C’è poi chi crede di trasgredire tutta la vita e non capisce che la trasgressione non può essere eterna, perché finisce per diventare norma e regola. E allora è tutto da rifare.
Ma leggendo la lettera della povera emo qui sopra, e guardando con quanta ansia, con quanta tenacia e determinazione i ragazzi che abbiamo intorno, tutti i giorni tentino di apparire trasgressivi senza riuscirci, mi sono chiesta come diavolo si fa ad essere trasgressivi nel 2008.
Come si fa ad essere trasgressivi quando tutti i vestiti che porti sono già moda, e in quattro e quattr’otto te li ritrovi nelle sfilate del pret-à-porter? Se tutto quello che ti metti oggi per fare l’emo è già stato visto in King’s Road venti anni fa?
Tutto: a partire dal ciuffo colorato, per passare per la cresta, lo spillone che ti trafigge l’orecchio o il labbro, il jeans attillato e sbregato, la maglietta strizzata e l’aria da morto che cammina. E se decidi di essere un metallaro, anche quello è già stato fatto, e pure il rockabilly con il ciuffone e il giubbotto di pelle, e gli skinhead, gli heavy metal con borchie e tutto, i rastafari, (che ci fa un seguace di Haile Selassie, Giappone 057imperatore di Etiopia, in mezzo ai condomini della periferia di Mestre?), e i grunge, e quelli con la kefiah, e i punkabbestia. Già visti. Tutto già visto. Che magari c’è ancora qualche signora che si scandalizza se girate con le borchie e i jeans bucati per le strade di San Vito al Tagliamento, ma vi assicuro che a Milano o anche a Bologna non vi bada nessuno.
E allora cosa resta ad un quindicenne per trasgredire? Farsi gli spinelli? Ma figuriamoci, lo faceva sua nonna al Parco Lambro, e sua mamma all’Heineken Jamming festival quando va a vedere Vasco Rossi, che peraltro è suo coetaneo. Ubriacarsi? Quello lo faceva già suo nonno e pure il suo bisnonno alpino.
Ma allora, che fare di diverso quando tutto è già stato fatto, quando tutto è già consumo e moda, quando tutto è già stato visto e non ti resta che fare l’imitazione di quello che è già successo, e addirittura, tristissimo destino, non ti resta che fare quello che fanno i poser: cioè l’imitazione dell’imitazione?
Giappone 049
A Tokyo, in Giappone, nel quartiere di Harajuko, decine di ragazzi e soprattutto ragazze si ritrovano ogni fine settimana per il Cos play zogu. Nella zona del Jingu-bashi, il ponte che collega la stazione di Harajuko con l’Yoyogi Park, decine di ragazze vestite di tutto punto, da gothic girl, da personaggi dei fumetti, dei manga, delle anime (cartoni animati) giapponesi, si pavoneggiano per tutta la giornata davanti a orde di fotografi e turisti. Nello Yoyogi Park invece, la domenica pomeriggio, centinaia di ragazzi trasgrediscono in spazi appositamente assegnati lungo i viali del parco, vestendosi da rockabilly, suonando in piccoli complessi rock, punk, pop, e esibendosi in vari spettacoli di strada. La sera raccolgono strumenti, amplificatori e palchi e, con la cresta di capelli in disfacimento e il trucco che cola, si avviano in metropolitana verso i quartieri dormitorio della sterminata periferia di Tokyo.
Una tristezza mai vista.
 
 

4 gennaio 2008

Uno dei miei dieci saltuari lettori, in un commento ad un post, ha fatto questa riflessione:

"Mi sono chiesto a volte che differenza c’è tra il visitare terre straniere da turisti e il visitarle senza passare per i musei, i luoghi di ritrovo dei turisti e i monumenti.
Io non sono mai entrato per esempio in un museo nè italiano ne straniero, non ho una sola foto con un monumento straniero o italiano, non conosco nulla dei luoghi turistici dei luoghi stranieri e italiani dove sono stato".

Io ho risposto: ci scriverò un post.

Poi, invece ho pensato di scriverne diversi per trovare una risposta. Un po’ di risposta già ce l’ho in mente, e inizia da Tokyo.

SHIBUYA

Giappone shibuyaNel quartiere di Shibuya, uno dei ventitre quartieri di Tokyo, una città di duecentomila persone pressate in una densità di circa 13.000 abitanti per chilometro quadrato, ( che se non sbaglio a fare i conti significa 13 persone per metro quadro, e se sbaglio qualcuno mi corregga!), ho passato almeno un paio d’ore in un caffè al secondo piano di un palazzo, a guardare un incrocio.

L’incrocio era il punto di incontro di sette strade regolate nel flusso automobilistico da vari semafori e con diversi attraversamenti pedonali. I palazzi intorno erano quei grattacieli che di solito abbiamo in mente quando pensiamo alla modernità del Giappone e a Tokyo in particolare: edifici coperti di ideogrammi luminosi, di enormi pubblicità semoventi, visi asiatici sorridenti, immagini colorate, scritte che si rincorrono, musiche e suoni confusi e alieni. Sotto, nelle strade, il movimento incessante di migliaia di persone, tutte giapponesi, che vuol dire con la faccia da giapponesi e parlanti giapponese, che camminano, mangiano, corrono, parlano, discutono, ridono, comprano, e l’impressione di sentirsi premuti e compressi da tutti i lati e di trovarsi sempre in un autobus affollato all’ora di punta.

L’unico momento di stasi, l’attimo in cui la marea di folla si ferma improvvisamente, come per un intervento di paralisi collettiva, e forma un argine umano lungo il marciapiede, è quando scatta il semaforo rosso per i pedoni. Allora, in pochi secondi, si addensano centinaia di persone: una vicina all’altra, e poi una dietro l’altra e poi ancora in seconda fila e poi in terza e quarta e quinta e sesta e settima fila e per pochi secondi formano un’unica massa immobile. E così anche sui marciapiedi intorno: a destra, a sinistra, al centro, sopra e sotto, tutti in attesa del verde.
E intanto le automobili, i pullman, i furgoni corrono attraversando l’incrocio: e c’è chi svolta a destra, a sinistra, in basso a destra, in alto a sinistra, sopra e sotto, a fasi alterne ma mirabilmente oliate, senza un ingorgo, senza un rallentamento, senza un colpo di clacson, in perfetta e ammaliante scioltezza, finchè non scatta il verde.
Allora lo stesso movimento magico e oliato si ripete per i pedoni: tutti simultaneamente, come ballerine di fila ordinate e attente, attraversano velocemente l’incrocio non solo perpendicolarmente, ma anche in diagonale, da destra a sinistra, da un lato all’altro, da sopra a sotto e da sotto a sopra, senza mai uscire dalle strisce pedonali, e approdano al marciapiede di fronte.
Pochissimi si avventurano con il giallo, tutti sono fermi al rosso.

Adoro i giapponesi.

ITALIA PIÙ GIAPPONE DIVISO DUE

4 novembre 2007

Il 95,333 per cento delle persone, amici, parenti e conoscenti, che ho ritrovato al ritorno dal mio giro del mondo, mi ha posto essenzialmente tre domande: 1) com’è andata? 2) qual è stato il posto più bello che hai visto? 3) e adesso cosa farai?

Risposto "benissimo" alla prima, sorvolando su bronchiti infinite, svenimenti nel deserto e altre amenità, svicolato sull’ultima, la seconda domanda mi metteva invece sempre in serio imbarazzo, perché era come da bambini quando ti chiedevano: ma vuoi più bene alla mamma o al papà?

Quindi ogni volta, me ne venivo fuori con una risposta diversa, sapendo di fare comunque torto ad un sacco di situazioni, di paesaggi, di momenti entusiasmanti, commoventi, che mi avevano lasciato con il cuore in gola per l’emozione o con i brividi per la consapevolezza di stare vivendo un momento unico che non si sarebbe più ripetuto, o con l’euforia e l’ebbrezza di stare quotidianamente realizzando a manciate i sogni di una vita.

Passato ormai più di un mese dal mio ritorno, quando nei momenti di depressione sedentaria mi chiedo dove tornerei, la risposta è senz’altro il Giappone.

Il Giappone è come uno sconosciuto di bell’aspetto che incontri in treno, con cui scambi due parole, che ti da’ risposte sorprendenti, e di cui cominci a chiederti che tipo di persona sia, da dove arriva, che passato ha, visto che, piacevolmente, per una volta, non riesci a inquadrarlo in nessuna delle categorie mentali che l’esperienza ti ha fornito. E quando scende alla fermata prima della tua, ti lascia una gran curiosità e una gran voglia di rincontrarlo per continuare a capirlo e a conoscerlo. Ecco, mentre geograficamente il paese agli antipodi dell’Italia è la Nuova Zelanda, culturalmente parlando, secondo me, invece gli antipodi sono il Giappone.

Per uno strano scherzo della storia, dei costumi e delle abitudini, se prendessimo a caso degli aggettivi che qualifichino l’italiano medio, saranno, come accade nel Thesaurus dei sinonimi e contrari della lingua italiana, l’esatto contrario degli aggettivi che qualificano il giapponese medio. Così, come spesso gli italiani possono essere cialtroni, leggeri e approssimativi, così i giapponesi sono molto frequentemente precisi, rigorosi e seri. E ancora, se noi possiamo essere individualisti, ladri ed estroversi, così loro sembrano collaborativi, onesti e riservati.

Non ho mai creduto alle semplificazioni, al tentativo di raggruppare singole persone sotto un ombrello di caratteristiche condivise, spesso fatto di banalità e di luoghi comuni, ma girando per il mondo ho dovuto rivedere e correggere alcune delle mie convinzioni: c’è poco da fare, certi popoli hanno delle caratteristiche comuni che li rendono molto identificabili e diversi da altri popoli, ed il Giappone è uno di questi. E forse, proprio la compattezza delle sue origini, proprio l’essere stato un paese chiuso al resto del mondo per secoli, l’uniformità di lingua, usanze ed abitudini, lo rendono così diverso dall’Italia, da sempre svincolo del Mediterraneo, circonvallazione dell’Europa, terra di accoglienza e di rapina, attraversata e calpestata da popoli diversissimi tra loro che hanno lasciato in eredità siciliani dai tratti arabi ma con gli occhi verdi dei normanni e veneziani neri di capelli come greci ma con la faccia da tedeschi. Quindi, lasciatemelo dire: i giapponesi sono onesti, gentili, puliti, riservati, precisi e puntuali. Gli italiani no. O almeno, spesso no.

La cosa sorprendente a questo riguardo, è che non immaginavo che anche un giapponese potesse pensarla esattamente come me sul fatto che Italia e Giappone sono culturalmente agli opposti.

Giorni fa, mentre giravo per internet cercando informazioni sul Giappone, sono capitata nel blog di "Un giapponese in Italia": http://nihon.blog.kataweb.it/

Ryuta Naruse, il "giapponese in Italia" del titolo, vive a Modena da qualche anno e sull’argomento paesi agli antipodi, ci ha scritto un libro: "Italia più Giappone diviso due = ?"

Secondo Ryuta, la somma dei nostri paesi darebbe come risultato il paese perfetto. Un paese dove nessuno ruba le biciclette, che a Tokyo sono semplicemente parcheggiate per strada o appoggiate ai muri senza catene né lucchetti, dove i treni e le metropolitane arrivano puntuali al secondo, sui cartelloni delle stazioni non esiste neanche lo spazio per segnalare i minuti di ritardo, perché semplicemente il ritardo non esiste, le porte dei vagoni si aprono davanti ad un preciso punto segnato sul marciapiede dove la gente fa ordinatamente la coda, e a nessuno verrebbe in mente di passare davanti al vicino. Ma anche un paese perfetto dove le persone non hanno bisogno di ubriacarsi di sake a fine giornata con i colleghi negli izakaya per poter finalmente mollare i freni inibitori, lasciarsi andare e dire cosa non va in ufficio con il capo o con i colleghi. O dove alla fine di un viaggio in treno, dopo aver chiacchierato per tutto il tragitto, i viaggiatori si salutano come vecchi amici. In Giappone non succederebbe mai: posso testimoniare che in un tragitto di otto ore di pullman tra Tokyo e Kyoto, tra i pochi viaggiatori presenti non circolò una sola parola. E pure al ritorno.

Ryuta, nel suo libro, in un italiano simpaticissimo e aiutato da curiose fotografie e dai disegni in stile kawaii dell’amico Tomoyoshi Ishikawa, si sorprende delle differenze di abitudini tra i nostri paesi ed evidenzia con la semplicità disarmante di chi non capisce, i nostri comportamenti più cialtroni, più tekitou. Tekitou è un aggettivo che significa "irresponsabile, impreciso, superficiale e leggero", un aggettivo che si adatterebbe benissimo ad alcune delle nostre caratteristiche nazionali, viste attraverso gli occhi di un giapponese, ma Ryuta lo legge anche in positivo, come un modo di essere che può anche risultare molto simpatico. Sarà per questo che in Giappone quando dicevo di essere italiana tutti sorridevano, ed io intuivo una corrente di simpatia come quella che si può provare per un parente un po’ infantile ma nello stesso tempo simpatico, estroso e bizzarro. Ryuta ci informa che in tutte le guide turistiche giapponesi c’è scritto: "L’Italia è un paese per mangiare, amare e cantare". Ci credo che quando poi incontrano un italiano si mettono a ridere.

Il nostro giapponese in Italia, con la semplicità del testimone esterno, si chiede: "come è possibile?" ed ecco ad esempio che la macchina che distribuisce i numeretti per la fila alla posta, nei negozi o in banca diventa "la macchina che produce il caos", perché da noi le regole sono create per essere aggirate o semplicemente non rispettate, e così allo sportello di banca momentaneamente senza impiegato i numeri continuano a scorrere sul display che nessuno pensa di bloccare, la gente in attesa comincia a non capire, a litigare e a pretendere. Oppure, mentre aspettava il proprio turno,

un signore è uscito a comprarsi le sigarette e ora pretende comunque di essere servito perché ha il numero precendente, e un impiegato lo respinge, mentre un altro lo accoglie. Ryuta, osservatore giapponese, giustamente osserva: "in Italia tutto dipende dalle persone e dalle situazioni.. bisogna sempre provarci.. non si sa mai". Il che in due righe riassume secoli di storia patria.

Ed infine, tra i tanti, un ultimo esempio. Ryuta vende il libro attraverso il suo blog o in qualche libreria dove ha portato personalmente qualche copia. Per chi vuole acquistare il libro da casa, suggerisce di andare in posta e pagare con il sistema del postepay. Io ho provato a scrivergli e a chiedergli se poteva spedirmi il libro senza farmi passare per le code della posta, gli avrei mandato 10,00 euro in una busta. Tanto, gli ho scritto, so di potermi fidare, perché i giapponesi sono onesti. C’era di mezzo il primo maggio, non avevo il francobollo, e ho spedito la lettera il 2 maggio. Anche Ruyta mi ha spedito il libro il 2 maggio senza aspettare di ricevere i soldi. Domanda retoricissima: quale italiano avrebbe fatto la stessa cosa?


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