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EMERGENCY DEPARTMENT. ALICE SPRINGS

27 marzo 2010
Stanotte avevo un po’ nostalgia. Nostalgia di quel viaggio che mi sembra così lontano, di quella Dipòk che ora sembra un’altra.
A volte ho bisogno di rileggere cose scritte anche anni e anni prima per ritrovare pezzi di me che mi sembra di perdere per strada, capire chi ero e cosa cercavo.
Potrei riempirci una libreria Billy da 40 x 180 con le cose che ho scritto da quando ho avuto una penna in mano a oggi. E’ la mia memoria storica. Mi metto lì, mi rileggo diari, quaderni e blocchi di carta, e mi rimetto la tutina rossa di quando avevo otto anni, i pantaloni di fustagno della Benetton di quando avevo 14 anni, i jeans neri di quando ne avevo 25 e così via. Qui mi sono rimessa il camice bianco allacciato dietro che mi hanno dato quella volta al Pronto Soccorso di Alice Springs. Erano solo tre anni fa e sembrano cento.
L’avevo già postato qui un paio di anni fa, ma mi piace rileggerlo oggi. Spero piaccia anche a chi passa di qui.

Dei grossi insetti iridescenti caracollano lenti sul pavimento dell’Emergency Department dell’ospedale di Alice Springs. Nessuno sembra farci caso, qualcuno è calpestato, altri sono rovesciati e zampettano tristemente in agonia, solo un bambino aborigeno in braccio al papa’ a piedi nudi, li guarda e li indica con la manina.
Una grossa donna aborigena, immobile, il viso tumefatto, è stesa sul lettino dietro la tenda a fianco al mio. Un’altra si guarda intorno, gli occhi spaventati, seduta accanto al figlio che gioca tranquillo.
Un asiatico, con la scritta fluorescente "DOCTOR" sulla schiena, compila delle carte, seduto ad una delle scrivanie di fronte al mio letto. Infermieri sorridenti e silenziosi vestiti di tutine blu, ma con ai piedi gli scarponcini da camminata nel deserto che usano un po’ tutti qui in giro, vanno e vengono tra le tendine che dividono i pazienti.
L’albergatore mi ha portata qui in macchina dopo che sono svenuta della hall del Desert Rose Inn Motel. Ero stata malissimo tutta la notte, dopo cinque giorni a temperature infernali tra i 38 e i 42 gradi e un tour altrettanto infernale al monolite ad Ayers Rock. Novecento chilometri di pullman tra andata e ritorno, una sosta di una notte al Mt. Ebenezer Road Motel, dove ci hanno servito, in pieno deserto australiano, circondati da nugoli di mosche che qui non danno tregua, un piatto composto di pesce fritto unto, patate fritte ancora più unte e insalata di cipolle crude, e il giorno dopo panini al formaggio con pomodoro e insalata che immaginavo preparati dalle mani luride degli autisti-guide-rangers.
Durante il viaggio di ritorno, al buio, mentre attraversavamo il deserto rosso del cuore dell’Australia, circondati dal nulla, con un manto di stelle luccicanti sopra la testa, la Croce del Sud bassa sull’orizzonte di fronte al mio finestrino, con l’autista bene attento a scrutare la strada per non incappare in qualche animale (canguri, wallaby, cammelli, emu e vacche girano indisturbati per queste strade), il secondo autista, un bel tipo (il più’ pulito dei tre) vestito da ranger, che mi aveva anche invitato a bere qualcosa arrivati ad Alice Springs, improvvisamente si precipita dal fondo della corriera a vomitare nel bidone accanto all’entrata. Fine della serata. Una ragazza canadese lo segue a ruota. Alla fine tocca a me. Arrivata al Desert Rose Inn, nella mia stanzetta puzzolente di muffa, dalla moquette verde pisello, le lenzuola verde bottiglia, il lavandino marrone, le pareti di mattoni, un caldo torrido appena attenuato dal rumorosissimo condizionatore, sto malissimo tutta la notte.
Il giorno dopo nel pomeriggio ho l’aereo per Melbourne. Al mattino striscio verso la reception per chiedere se posso tenere la stanza fino al pomeriggio perché mi sento poco bene, e mentre sto parlando conl’albergatore, un tipo gentilissimo dall’accento incomprensibile, sento che sto per svenire.
Con una mano all’indietro cerco una delle poltroncine di vimini accanto al bancone, vedo i due coreani che ieri erano in gita con me scendere le scale lentamente e guardarmi, e capisco che ora verra’ il peggio.
Comincio a piovere sudore e a tremare, le mani mi si contraggono, la nausea esplode, come un geyser inondo il pavimento e scivolo giù, meravigliandomi di quanta acqua potessi contenere. Sento solo la cameriera tailandese che era dietro il banco della reception accorrere, abbracciarmi e urlare: ” she’s collapsing! help! she’s collapsing!” . Penso: io? Collapsing? Ma no. E mi sento dire: ”please, call a doctor, call a doctor”. Poi mentre sprofondo sempre di più nel nulla, mi chiedo perfino se sia più giusto dire “have you called a doctor?” o “did you call a doctor?” . Cosa sarà meglio? Ma l’avranno chiamato sto dottore? Vi prego, sto male, call a doctor, call a doctor. Penso al glorioso museo dei Flying Doctors che ho visitato qualche giorno fa. Ma quando era? Ieri? O l’altro ieri? Quindi ce l’hanno un ospedale qui. I Flying Doctors arriveranno con l’aeroplano e mi salveranno. Ma quando? E dove mi porteranno?
Poi, per un lungo attimo, più nulla.

La tailandese mi stringe al petto e mi asciuga il viso con un tappetino verde del bagno. Ho caldo da morire, ho freddo da morire. Mi toglie gli occhiali, io me li riprendo, lei me li ritoglie e io me li riprendo, mi abbraccia, mi toglie il fiato, cerco di scostarla, mi stringe, mi picchietta con la mano, mi vuole far bere dell’acqua da una bottiglia, no thank you, cazzo e’ gelata, moriro’, mi vuoi far morire? mi mette la bottiglia davanti alle labbra, penso che Cangrande della Scala e’ morto bevendo acqua gelata, ma lei e’ tailandese, che ne sa di Cangrande della Scala? Urla qualcosa all’altra cameriera che con un secchio di candeggina sta pulendo il disastro che ho combinato. La candeggina ha un odore fortissimo. L’altra, una bionda con gli occhi chiari, le urla qualcosa di rimando, io la guardo e , contemplando i miei resti che spariscono nel secchio, mi chiedo che accento abbia, sembra una ragazza dell’est europa, ma qui l’est e’ troppo lontano, pero’ forse anche il padrone viene di la’. Qui arrivano tutti da qualche altra parte. “Sorry, I’m sorry for that – le dico – sorry, I’m sorry”. Ma l’avranno chiamato il dottore? Did you? Have you? I Flying doctors, dove diavolo sono? Sto male. Sento dire “hospital”, la tailandese mi aiuta ad alzarmi, mi giro e vedo sulla strada il padrone dell’albergo che e’ andato a prendere la macchina. Sorry for that, I’m sorry, ripeto. “It’s ok – fa lui – it’s ok”. Improvvisamente mi ricordo del portafogli e del mio diario di viaggio che avevo in mano, con gli indirizzi, i numeri di telefono, gli appunti, tutto! “My book, my… come cazzo si dice portafogli!? …wallet! my wallet, please! My book!”. Non posso andarmene senza il mio diario! Torno indietro. Arranco. “My book!” La tailandese corre a prendere quaderno e portafogli, me li mette in mano con la bottiglia d’acqua e il tappetino, salgo in macchina, mi allaccia la cintura. Thank you, thank you.

Ed eccomi qui. Trasformata nel giro di dieci minuti, da turista in calzoncini corti a malata in camice bianco. Rispondo a domande, compilo moduli, mi meraviglio di sapere ancora il mio indirizzo e il mio telefono in Italia. “This is your bed”. Quello? Qui in mezzo? Sembra di stare in mezzo ad un ufficio. In effetti sembra ER della tivu. Tirano la tendina. Sto un po’ meglio.
L’infermiera Nat, una moretta carina, gentile e sorridente, mi mostra come infilarmi il camice e mi dice che ora verra’ il dottore a visitarmi. A parte gli scarafaggi sembra tutto pulito e a posto.
Arriva una ragazzona alta, bionda, con i capelli corti, in maglietta, calzoncini e scarponcini e mi chiede qualcosa. E’ lei il dottore.
Si chiama Tone Levang, e’ norvegese. Le chiedo che ci fa una norvegese ad Alice Springs e mi dice che cercava qualcosa di diverso. Cercava il caldo ? le chiedo sorridendo. No, no, qualcosa di diverso – dice – Prima sono stata in Tasmania, e poi, da un mese, sono qui ad Alice Springs. Dice che probabilmente la mia e’ un’intossicazione alimentare unita ad un colpo di calore, che sono disidratata, che ho la pressione a terra e che mi fara’ una sacca di liquidi in vena e comincia a forarmi il dorso della mano. Le mostro una bellissima vena verde/blu che ho nell’incavo del braccio, gonfia, visibile e pronta per ogni tipo di prestazione, ma lei insiste a volermi massacrare la mano e dopo avermi procurato un bel livido amaranto, si scusa e mi infila l’ago nel braccio.
“Si chiama butterfly questa? “ le chiedo, per far vedere che anch’io so e cercare di passare dalla condizione di paziente passivo a quella di paziente interattivo. “No, this is a cannula”. “Ah, la cannula!” dico io, come se, essendo un nome latino mi appartenesse. E lei: “come si dice butterfly in italiano?” “Farfalla” dico io. “FAFFALLA” ripete lei. Si’. Ecco. Sorridiamo.

Due sacche di liquidi, un te’, una fetta di pane tostato e a mezzogiorno esco dall’Alice Springs Hospital. Mi sento un’ameba ma devo fare la valigia.
Alle quattro ho il volo per Melbourne.

 

DOV’E’ IL CENTRO DEL MONDO

31 dicembre 2008
mappamondo
Episodio moraleggiante e di buon auspicio
 
Il mio primo viaggio all’estero senza la famiglia, a parte una toccata e fuga a Nizza sui 17 anni, fu l’anno della maturità. In otto, con una Renault 5 e una A112, decidemmo di andare in Grecia, passando per quella che allora era ancora la Jugoslavia.
Il giorno della partenza mio padre disse al mio moroso dell’epoca che era alla guida della Renault 5: “mi raccomando eh, stai attento. Se succede qualcosa a mia figlia, quando torni ti strozzo.” Fecero tutti e due un sorrisino, ognuno il suo, e si partì.
Tralascio di dire che in undici giorni si fece viaggio, giro della Grecia classica (imprescindibili per me e la mia amica Emanuela appena uscite dal classico, la visita di Atene, Micene, Corinto, Tirinto, Epidauro e relativi musei) e ritorno attraverso le infernali strade jugoslave spendendo circa centomila lire, mangiando carne in scatola direttamente dalla scatola, cuocendo chilogrammi di spaghetti sul fornelletto campingaz, dormendo nei campeggi più luridi del Mediterraneo, perché quello che volevo ricordare qui è un’altra cosa.
Per la prima volta ero all’estero e per la prima volta mi capitò di incontrare degli italiani all’estero. All’epoca le macchine avevano ancora la targa con la provincia di appartenenza, quindi sulla targa della nostra macchina stava scritto TV. Un giorno, mentre uscivamo da un qualche campeggio dell’Argolide o della Corinzia, facendo manovra nel parcheggio, ci affiancò un’altra macchina di turisti targati TV. Suonarono il clacson, smanettarono gli abbaglianti, si sbracciarono felici, e una signora sporgendosi dal finestrino ci gridò: “Arei, siu anca vialtri da Treviso?!?!?!” (*1)  “Sì, siamo di Treviso,” rispondemmo noi ricambiando il sorriso. Altri sorrisi e cenni di felicità dalla macchina, poi: “Ma da dove?” “…da Treviso” rispondemmo di nuovo un po’ perplessi. “Sì, ma da dove?” Ci guardammo senza sapere bene che rispondere. “Beh, io sto in centro” disse qualcuno, “anch’io, .. “ disse qualcun altro, “io sto vicino alla stazione” disse un altro. Dalla macchina i sorrisi si smorzarono: “Ah…, fece la signora con disappunto, nialtri semo da Silea.” (*2) (*3). I turisti targati Tv, con l’aria delusa, alzarono i finestrini, ingranarono la marcia e partirono.
Quando in Australia vidi questo planisfero che ho messo qua sopra, chissà come, mi venne in mente questo episodio di una vita fa, e pensai che un planisfero così dovrebbe essere messo in tutte le aule scolastiche d’Italia. Anzi, non solo d’Italia, ma del nostro emisfero. E viceversa, obviously.
Tanto per educare i nuovi umani a non considerare il proprio ombelico come il centro del mondo.
Che poi è il mio augurio per l’anno nuovo. Per tutti.
 
 
*1:    (n.d.t.: ehi,  siete anche voi di Treviso?)
*2:    (n.d.t.: noi siamo di Silea).
*3:    (n.d.a.: Comune della Provincia di Treviso, situato ad una distanza di circa sei chilometri dal centro del capoluogo.)

SHOCK CULTURALE

15 ottobre 2008

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Quando non so cosa scrivere, piazzo qui qualche mail dal giro del mondo.
Questa volta si parla dell’arrivo in Nuova Zelanda dopo una ventina di giorni di Giappone.
A rileggerla mi viene da ridere perché mi vengono in mente i miei giorni giapponesi. Giorni stupendi per tanti versi, in giro per un paese affascinante, diverso, totalmente diverso da qualunque altro posto del mondo.
E nello stesso tempo giorni di totale solitudine, in cui, dopo giorni in cui non riuscivo a fare due parole con nessuno, perché nessuno parlava inglese, mi ritrovavo a parlare o cantare da sola per la strada. Giorni anche di totale straniamento e fascinazione, passati a cercare di capire abitudini, gesti e modi di questo popolo di marziani.
L’arrivo, prima in Australia per scalo tecnico a Cairns, poi a Brisbane e infine a Auckland, dopo venti giorni di compassati e impassibili giapponesi, fu per me quel giorno un vero e proprio shock culturale.
Questo descrive cosa ne venne fuori!:

Il signor Dion Salmon, come risulta dalla targhetta spillata alla camicia, (e mi pare di capire che i suoi antenati non facessero gli allevatori di pecore), un ometto secco color castagna, con la faccia come un mocassino spiegazzato, mi fa togliere la cintura prima di passare attraverso il varco a raggi x all’entrata della sala transiti dell’aeroporto di Cairns, Australia.
Vicino a lui un omone alto e grosso, scuro anche lui, ma di un altro colore, il mio primo aborigeno, vestito di una tuta arancione con la scritta “custom”, dogana, mi guarda fisso. Sarà perché ho la giacca a vento e qui ci sono 25 gradi?
Sono le 4 e 40 del mattino e fa un caldo boia. Questa non l’avevo calcolata. Il transito intendo, all’alba e con questo caldo. Ora fra una mezzora dovrò prendere un altro volo che mi porterà a Brisbane, e poi un altro volo ancora fino ad Auckland, Nuova Zelanda. Penso che all’arrivo sarò una polpetta cotta.DSC02023

Oggi è stata una non-giornata. Una di quelle giornate in cui non si succede niente e non si fa niente perché tutto si svolge nell’attesa della partenza. Dopo 18 giorni lasciavo il Giappone per la Nuova Zelanda. Così, nel pomeriggio sono tornata a Narita, l’aeroporto di Tokyo, che ormai non ha più segreti per me, e alle otto di sera mi sono imbarcata sul volo Quantas che mi ha portata qui. Ho regalato alla hostess, una biondona australiana di Perth, quella fottuta carta telefonica giapponese che non sono mai riuscita ad usare perché in Giappone i telefoni parlano giapponese, e lei, riconoscente, ha continuato ad offrirmi te, caffè ed aranciata per tutto il volo. Gli altri passeggeri erano quasi tutti coppiette di giapponesi e famigliole australiane. Cairns, con le sue spiagge tropicali, è meta di vacanze natalizie. Infatti fa un gran caldo, e io con la mia giacca a vento, il maglione di lana e i pantaloni di velluto, mi sento un po’ fuori posto in mezzo a questo popolo di vacanzieri che si presenta in bermuda all’arrivo. Spero che ad Auckland, come pare, faccia un po’ più fresco.

Auckland. Ragazzi, mi ripeterò ma il mondo è davvero bello perché è davvero vario. Finalmente dopo venti giorni di alieni giapponesi, dei bei pezzi di uomini! Finalmente dei bei biondoni, rossi, castani, alti, grossi e con due spalle così! Mi gusto perfino i ciccioni, guarda te! Finalmente degli uomini che ti guardano e ti guardano negli occhi! E parlano! E ridono! E si stiracchiano. E stanno seduti stravaccati! E delle belle donne, cavallone, bionde, sorridenti, sciattone, vestite come capita, con i capelli per aria, i bambini che urlano e che rompono le balle e si sdraiano per terra.
All’aeroporto di Auckland, al controllo bagagli, dove arrivo pallida e stralunata, camminando come sulle uova, sbandando nei corridoi, dopo una notte insonne passata a cambiare aerei, mi accoglie un ragazzone rosso, pieno di lentiggini, sorridente che mi chiede da dove vengo. “Italia” dico io, e potrei quasi cantargli “o sole mio” da come mi fa sentire bene. E lui: ” ooooh Italiaa, brava ragazzo!!!”. Quasi mi commuovo, un uomo che mi parla e che mi sorride. Oddio quanto mi mancava l’occidente. Questo occidente. L’occidente della varietà, della commistione, della diversità tra simili. E anche un po’ di disorganizzazione, un po’ di confusione, un po’ di sana sporcizia. Ecchecavolo, in fondo sono italiana! E poi gli sguardi, la parola sorridente, il commento buttato là tra estranei per scambiarsi un’impressione, un pensiero. Per dire che in fondo siamo tutti qui a sfangarcela in questa valle di lacrime. E mica sono arrivata a Napoli, sono arrivata in Nuova Zelanda, dall’altro capo della terra. Si parla inglese qui e da quello che vedo sono minimo un metro e ottanta, biondi e molto wasp, almeno ad una prima impressione. Accidenti, ma quanto sono diversi i giapponesi!!

ULURU, AYERS ROCK

5 luglio 2008

Altra lettura domenicale dal giro del mondo.
Con questo caldo mi sembra anche adatta.
L’Uluru, la montagna sacra degli Aborigeni australiani. Un monolite di roccia rossa piantato in mezzo ad un immenso deserto di terra rossa.
Insieme all’azzurro scintillante e vibrante della baia di Sydney, il ricordo più emozionante che ho dell’Australia.

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Un gruppo di una ventina di turisti si materializza in distanza mentre avanza lentamente nell’aria tremolante di calura lungo il sentiero di sabbia rossa alla base dell’Uluru, il monolite sacro agli Aborigeni ad Ayers Rock.
Sono le quattro del pomeriggio, il calore è quello di un forno spalancato su questa pianura infuocata: secco, immobile ed implacabile. I turisti si avvicinano a passi incerti e li riconosco per il gruppo di anziani americani che avevo incrociato in aeroporto, tutti con in testa cappello australiano a larghe tese, retina antimosche e cartellino al collo con il nome: Judy, Jack, Ed, Carol.
Li guardo e penso che qualcuno a breve stramazzerà ai bordi del sentiero colpito da infarto. Questa mattina, all’entrata al parco nazionale, il termometro segnava i 42 gradi e la direzione del parco proibiva la scalata al monolite per avverse condizioni atmosferiche a quei pochi pazzi che ancora avessero voglia di tentarla.
Gli Aborigeni, padroni di queste terre, che gestiscono il parco insieme al Governo Australiano, in una sorta di amministrazione condivisa, chiedono di non arrampicarsi sulla montagna che loro ritengono sacra, ma molti ignorano l’invito.DSC01847
La guida che conduce il mio tour sta spiegando in australiano stretto il significato dei graffiti che ci ha portato a vedere sotto una sorta di volta disegnata dalla natura nella roccia rossa dell’Uluru.

Il turista in visita alle zone dei Northern Territory, ma anche gli abitanti, si riconoscono da quello che in lontananza sembra un continuo gesticolare, ma che in realtà è il vano tentativo di allontanare le mosche. Implacabili, inarrestabili, inafferrabili, come tutte le mosche, si posano a venti, trenta, quaranta alla volta in faccia, sulle palpebre, dietro gli occhiali, intorno alla bocca, nelle orecchie, sulle braccia, sulla schiena, sul collo. Sembrano preferire le zone sudate, ed, infatti, gli Aborigeni, che sono gli unici a non scacciarle, immobili, sostengono che le mosche facciano in realtà un’operazione di pulizia. I turisti asiatici sono quelli che apparentemente meno sopportano questa invasione, si agitano in continuazione e sono tutti muniti di retina sopra il cappello. Io cerco di resistere, ma alla fine soccombo alla retina soffocante.
La guida sostiene che è così solo durante l’estate, ma che da aprile in poi le rane se le mangiano. Ma intanto è solo febbraio.

L’Uluru intanto se ne sta lì, misterioso, stagliato contro il cielo blu, immoto, rosso, massiccio, solcato di strani disegni e formazioni rocciose a cui gli Aborigeni hanno dato significati sacri e su cui hanno costruito miti e leggende. Più prosaicamente le guide invece, come tutte le guide e le DSC01851aziende per il turismo in giro per il mondo, hanno dato dei nomi alle zone più facilmente raggiungibili ed identificabili dai turisti, perché quando un paesaggio naturale o un sito hanno un nome, e questo nome è riportato su una guida o su un depliant, diventa una destinazione degna di valore e degna di essere visitata. Così, come per esistere agli occhi del mondo come persona devi andare in televisione, per esistere come luogo devi avere un nome ed essere citato nelle guide turistiche. E così i turisti fanno i chilometri per vedere la formazione rocciosa che una guida ha definito “la bocca di Mick Jagger”, o “il serpente” o “la testa del cavallo”, e per dire: "eh, beh, sì, in effetti sembra proprio la bocca di Mick Jagger".
Ma lei, la montagna sacra, se ne sta lì, rossa di fuoco, inafferrabile nei suoi segreti, senza voce e senza volto per chi non la sa guardare, e indifferente osserva dall’alto questo circo allestito quotidianamente ai suoi piedi, fatto di negozi di souvenir, di centri informativi sulla cultura aborigena, di resort da centinaia di camere con tutti i comfort per i turisti più danarosi, di tour organizzati da Alice Springs tutto compreso per i turisti meno abbienti, di campeggi estemporanei alle sue falde nel deserto per i turisti indipendenti ma organizzati, di passeggiate delimitate da transenne, di percorsi ferrati sulle sue sacre volute per gli scalatori della domenica indifferenti alla solennità del luogo, ma desiderosi di portarsi a casa l’impresa.
La montagna sacra se ne sta lì, immobile, cupa, sorda, incendiata dal sole anche quando al tramonto si scatena l’ultima follia e migliaia di turisti accaldati e affamati, portati da decine di pullman, si accalcano a qualche centinaio di metri su un belvedere, a consumare tra le mosche DSC01872assatanate la cena con tipico barbecue australiano, dolce, gelato e bicchiere di champagne ghiacciato incluso, preparati in tutta fretta da decine di camerieri ed autisti iperorganizzati. E centinaia di macchine fotografiche scatteranno migliaia di fotografie, illudendosi di portare a casa qualcosa del suo mistero, di possedere finalmente Ayers Rock, l’Uluru Aborigeno, il cuore rosso dell’Australia.

Siamo arrivati qui stamattina, dopo aver passato la notte al Mt.Ebenezer Roadhouse, un posto di ristoro situato circa a meta’ strada tra Alice Springs e Ayers Rock. Tutte le corriere e i tour in transito per queste zone fanno una sosta al Mt.Ebenezer: una sorta di trattoria da pioneri del deserto, (dove ci verrà servito pesce surgelato), con annessa una piccola rivendita di artigianato gestita da un gruppo di Aborigeni della zona, e una decina di camere per chi, come noi, passa la notte qui.
Il Mt.Ebenezer è gestito da una famiglia australiana. Il padre cappello da cowboy australe, calzoncini corti e stivaletti da deserto, si divide tra la clientela al bar e altre attività, la madre cucina il pesce del deserto per i clienti del ristorante. Una delle figlie che aiuta al bar, un’adolescente cicciottella, racconta entusiasta alla nostra guida che sabato sera con le amiche andrà al Mc Donald. Niente di cui meravigliarsi, se non fosse ad un quattrocento chilometri da qui, ma a questa ragazzina evidentemente ottocento chilometri tra andata e ritorno, per una serata in città non sembrano gran cosa.DSC01725
Fuori, uscendo sul piazzale, una volta partite le corriere degli ultimi turisti, il nulla a perdita d’occhio: il deserto rosso australiano, ricoperto di piccoli arbusti e alberelli per centinaia e centinaia di chilometri. Prima della cena tento una doccia che risulta impossibile: l’acqua c’è, ma esce rovente sia dal rubinetto dell’acqua fredda che da quello dell’acqua calda. Solo al mattino presto, prima che si alzi il sole, diventerà tiepida.
Quando scende la sera, il calore infernale del giorno comincia ad attenuarsi, il sole scende lontano in un’esplosione di rossi, gialli e arancioni che sembrano voler colorare il mondo intero. Poi, sparito l’ultimo spicchio arancione di fuoco all’orizzonte, come nei presepi, un cielo indaco comincia a punteggiarsi di stelle luminosissime e brillanti, la Croce del Sud segna il cammino, le mosche cominciano ad allontanarsi e il cielo sempre più nero rivela un universo di stelle.
I rari camionisti che approdano qui, uscendo improvvisamente dal buio, felici di ricongiungersi ad una piccola fetta di umanità persa in questo avamposto solitario, raccontano di qualche animale, canguri, emu o vacche, avvistato lungo la strada, e via radio (i cellulari qui non hanno campo), lo segnalano ad altri autisti vaganti nella notte. Tutti i mezzi hanno dei grossi paraurti per proteggere il veicolo in caso di scontro con qualche animale.
Quando riparte l’ultimo camion, sulla strada seguo fino all’ultimo le luci di posizione che vengono a poco a poco inghiottite dalla notte.
Poi, nel nero di velluto mi perdo tra le stelle sconosciute dell’emisfero australe, così basse sull’orizzonte da poterle toccare.
Solo il rumore sordo del gruppo elettrogeno del motel mi ricorda che siamo sulla terra.

NUOVA ZELANDA

22 giugno 2008
Una lettura domenicale, per chi oggi non è al mare, passa di qui e ha voglia di viaggiare leggendo.
Solo impressioni e pensieri scritti e inviati agli amici del momento in cui, dopo aver lasciato la Nuova Zelanda e dopo varie vicissitudini all’arrivo in Australia, tra cui la ricerca di un medico per curare una bronchite giapponese e la definitiva crepatura dei miei preziosissimi occhiali da vista e da sole per opera di un ottico imbranato di Sydney, cercavo di tirare le fila del paese appena visitato e di cominciare a capire, guardandomi in giro, il paese/continente dove ero appena arrivata.
 
 
Cari amici,

sono ancora qui. in Australia.
dopo un lungo intervallo in cui ho cercato di capire dove andare in Australia, ho letto 3/4 guide diverse, girando per le librerie dove hanno dei reparti di libri di viaggio grandi come un’intera libreria delle nostre, ho vissuto negli internet point per cercare voli e alberghi, ho cambiato 128372732832672 alberghi, sono andata dal dottore per l’ennesima volta, sono andata a farmi la tessera sanitaria (e a cercare di capire dove farla a Sydney) per non pagare il dottore, ho comprato le medicine e sono tornata dall’ufficio della Medicare per farmele rimborsare (ma non le rimborsano), sono tornata a farmi rimborsare il dottore (e lo rimborsano subito cash! altroché alla Asl), ho trovato il modo di farmi distruggere gli occhiali da sole e vista da un cretino di ottico cinese che mi ha crepato le lenti e cosi’ ora devo andare in giro con gli occhiali vecchi e non vedo un tubo, ho telefonato 3838232640 volte al numero verde della ditta del cretino cinese per urlargli che hanno un deficiente di impiegato che non sa il suo mestiere e che cazzo! voglio un rimborso perché gli occhiali erano nuovi e pagati un occhio (anzi due), insomma, dopo un lungo periodo in cui ho avuto da fare, rieccomi qui.
però, siccome in tutto questo turbinio di andirivieni di rotture di scatole devo ancora davvero capire l’Australia, vi tocca un altro po’ di Nuova Zelanda.

a prima vista devo dire che in Nuova Zelanda mi sentivo più a mio agio. Non so perché ma è così, però finora ho visto solo il lato cittadino dell’Australia, da Brisbane a Sydney, passando per la Sunshine coast. Mi manca l’outback, l’interno dell’Australia. Alla fine, dopo vari ripensamenti, ho deciso di andarci. Per capire. E così, domani mattina parto per Alice Springs, tre ore e mezzo di volo e un altro fuso orario, mica bruscolini.

Ci risentiamo da Ayers Rock, anzi Uluru, come la chiamano gli aborigeni, il cuore rosso dell’Australia.

Ciao!

All’aeroporto di Christchurch, circondata di coreani, aspetto il volo che mi porterà ad Auckland. Dall’aspetto non è facile per uno sguardo europeo accorgersi della differenza tra un coreano ed un giapponese: i tratti somatici sembrano gli stessi,  anche se i giapponesi sono vestiti meglio, con una certa loro eleganza. Ma un aspetto importante fa la differenza: un coreano sta ad un giapponese come un napoletano ad uno svedese.
In poche parole, mentre i giapponesi sono sempre silenziosi, educati, gentilissimi ed imperturbabili, (tranne quando bevono), i coreani fanno un casino della madonna, urlano, ridono e schiamazzano come ragazzini all’ultimo giorno di scuola.

Ultima notte in Nuova Zelanda. Domani mattina un volo Qantas mi porterà a Brisbane, in Australia. Un po’ mi dispiace lasciare questo paese verde e gentile, giovane e pieno di energie, naturali ed umane, ondulato di colline vulcaniche ancora mobili, di geyser esplosivi, di fanghi ribollenti, di lave, di terremoti che non uccidono perché non ci sono case, dove la natura deve ancora trovare il suo assetto definitivo e tutto sembra ancora da fare.
E le città costruite l’altro ieri, dove le case sono di compensato e possono viaggiare da un posto all’altro, dove sono considerati monumenti degni di considerazione turistica le case abitate e gli alberi piantati dai settlers, i coraggiosi che per primi sbarcarono qui nella prima metà dell’800, approdando in baie magnifiche, luminose dell’aria sottile del clima oceanico, bordate di colline verdissime, nel paese chiamato Arotearoa “ la terra dalle lunghe nuvole bianche”, come l’avevano battezzata i maori quando arrivarono qui.
Un paese fatto di emigranti, dove tutti sono figli e nipoti di qualcuno che è nato da un’altra parte. Il paese “del latte e del miele” come lo descrivevano nelle lettere ingenue ai familiari i primi workers, i lavoratori scappati dalla miseria delle nebbiose città europee, dalla fame di Londra o delle campagne scozzesi e irlandesi, che si trovavano davanti un paese di un verde luccicante, intatto, ricoperto di foreste dove potevano sognare una nuova vita, dove esportavano la propria cultura, le proprie tradizioni, rimanendo tenacemente legati alla madre patria, ma sentendosi comunque dei pionieri.
E quindi l’Inghilterra, o meglio, il Regno Unito, da cui proveniva la maggioranza degli emigrati, qui è dovunque: nell’architettura e nella toponomastica delle città dove c’è sempre una Queen’s Road o una Victoria Street, nell’organizzazione sociale, nelle code alla fermata degli autobus, nella tradizione del fish & chips, del te, e dei pub, nella maledetta tradizione idraulica dei due rubinetti, uno di acqua rovente e uno di acqua gelida in lavandini ridicolmente piccoli e assurdamente scomodi, dove se cerchi di lavarti i denti finisci per sputarti sui piedi, e nelle tradizioni sportive del rugby, del cricket e della vela, per cui in spiaggia i bambini invece di giocare a calcio giocano a cricket come delle vecchie signore.

L’England, la vecchia Inghilterra, è ovunque, ma con qualcosa di diverso che una vita così difficile e così lontana dal resto del mondo ha saputo dare ai neozelandesi.
“Friendly”, ovvero amichevole, cordiale, è uno degli aggettivi più usati qui in Nuova Zelanda. Friendly sarà l’accoglienza al tale albergo, e friendly sarà il servizio offerto dal talaltro negozio. Friendly ricorre nei depliant dei servizi turistici, nelle descrizioni delle escursioni, nelle pubblicità dei take away, delle lavanderie, dei ristoranti.
E friendly, diversamente dagli inglesi, i neozelandesi lo sono davvero. La gente spesso ti sorride incrociandoti per la strada, o ti saluta come da noi ormai si usa solo incontrandosi lungo i sentieri di montagna o per le vie di paeselli dove tutti si conoscono.
La cassiera al supermercato ti chiede come va e fa due chiacchiere con te, l’impiegata dell’ufficio informazioni ti saluta come se foste state a scuola insieme e gli autisti degli autobus sono pazienti e disponibili come se fossero pagati per questo.
E’ un po’ un vezzo dei paesi di cultura anglosassone quello di elargire mille sorrisi e complimenti agli estranei, ma quello che talvolta in Inghilterra o negli Stati Uniti mi è sembrata una forzatura un po’ ipocrita e poco sincera, qui sembra proprio un modo di essere.
Del tutto diversa dalla cortesia rigida, formale e un po’ imbalsamata dei giapponesi, la cordialità neozelandese mi sembra solo un altro aspetto di quel take it easy che appare come il tratto fondamentale di questa gente.
E se devi prendere la vita come viene, anche essere gentile con il prossimo, probabilmente facilita le cose e rende tutto più semplice.
E così, friendly and easy mi sembrano le caratteristiche più evidenti di questo popolo, fatto di gente semplice, che pare sempre abbigliata di vestiti stazzonati, tirati fuori casualmente da una valigia, dove non sembrano esistere le marche, le mode, gli status symbol, i telefonini di ultima generazione, le automobili fighe, le pubblicità piene di allusioni erotiche, insomma tutti quegli eccessi a cui invece siamo abituati dalle nostre parti, complici un consumismo estremo, ma anche un nostro certo gusto per le belle cose, il buon mangiare, il bel vestire e anche apparire, che qui sicuramente non esistono.
Gente semplice, cordiale, diretta, che saluta tutti con un “hi folks!” salendo sull’autobus. Figli, nipoti e pronipoti della vecchia, decadente e complessa Europa o della nuova, emergente, spregiudicata e vitalissima Asia, o della miriade di isole del Pacifico che conosciamo solo per sentito dire: tutti arrivati qui in cerca di qualcosa e diventati Neozelandesi.
Gente che vive in barca, cammina a piedi nudi per le strade, mangia in macchina dalle scatole di cartone dei take away, non si fa problemi a fare tre, quattro, cinque bambini, tutti biondi e tutti scalzi, vestiti di niente quando ci vorrebbe la giacca a vento e la sciarpa, gente che cammina nella pioggia senza ombrello, se ne frega del vento che ti stacca la testa o del sole che ti brucia la pelle.
Gente dura, ma piena di promesse, senza complicazioni e senza fronzoli, che emblematicamente e diversamente da altri paesi che nelle loro bandiere e nei loro stemmi si fregiano di aquile bipenni, leoni rampanti, orsi minacciosi e tori possenti, ha scelto come simbolo del proprio paese il kiwi, un animalino nativo della Nuova Zelanda.
Il kiwi, un uccellino che non sa volare, imbelle ed indifeso, timido e notturno, con piume marroncine, cosi sottili e seriche da sembrare una pelliccetta scolorita, un lungo becco e due ali inutili, un po’ goffo, tenero e simpatico, ma assolutamente, ineguagliabilmente ed unicamente Neozelandese.

 

EMERGENCY DEPARTMENT. ALICE SPRINGS

2 marzo 2008

Quando l’anno scorso, più o meno in questo periodo, mandai questa mail al gruppetto di amici che seguiva le mie epiche gesta in giro per il mondo, ricevetti in risposta qualche mail un po’ allarmata, e qualche mail che invece mi comunicava che la descrizione della mia disavventura nel mezzo del deserto australiano li aveva messi proprio di buon umore e che era da morire dal ridere.
Beh, diciamo che avevo tentato di sdrammatizzare la cosa, ma insomma, un po’ di preoccupazione potevano anche provarla, no?!
Delle volte vorrei essere una di quelle donne bravissime a far preoccupare gli altri. Di quelle del tipo che si fanno portare le medicine, o che si fanno attaccare le tende dopo che le hanno lavate o che si fanno portare su al secondo piano le borse della spesa, o altre cose che non riesco a immaginare.
Ma probabilmente non avrei scritto una cosa come Emergency Department.
E probabilmente non ci sarei neanche stata all’Emergency Department di Alice Springs.
Ve la propongo come lettura domenicale.

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Dei grossi insetti iridescenti caracollano lenti sul pavimento dell’Emergency Department dell’ospedale di Alice Springs. Nessuno sembra farci caso, qualcuno è calpestato, altri sono rovesciati e zampettano tristemente in agonia, solo un bambino aborigeno in braccio al papa’ a piedi nudi, li guarda e li indica con la manina.
Una grossa donna aborigena, immobile, il viso tumefatto, è stesa sul lettino dietro la tenda a fianco al mio. Un’altra si guarda intorno, gli occhi spaventati, seduta accanto al figlio che gioca tranquillo.
Un asiatico, con la scritta fluorescente "DOCTOR" sulla schiena, compila delle carte, seduto ad una delle scrivanie di fronte al mio letto. Infermieri sorridenti e silenziosi vestiti di tutine blu, ma con ai piedi gli scarponcini da camminata nel deserto che usano un po’ tutti qui in giro, vanno e vengono tra le tendine che dividono i pazienti.
L’albergatore mi ha portata qui in macchina dopo che sono svenuta della hall del Desert Rose Inn Motel. Ero stata malissimo tutta la notte, dopo cinque giorni a temperature infernali tra i 38 e i 42 gradi e un tour altrettanto infernale al monolite ad Ayers Rock. Novecento chilometri di pullman tra andata e ritorno, una sosta di una notte al Mt. Ebenezer Road Motel, dove ci hanno servito, in pieno deserto australiano, circondati da nugoli di mosche che qui non danno tregua, un piatto composto di pesce fritto unto, patate fritte ancora più unte e insalata di cipolle crude, e il giorno dopo panini al formaggio con pomodoro e insalata che immaginavo preparati dalle mani luride degli autisti-guide-rangers.
Durante il viaggio di ritorno, al buio, mentre attraversavamo il deserto rosso del cuore dell’Australia, circondati dal nulla, con un manto di stelle luccicanti sopra la testa, la Croce del Sud bassa sull’orizzonte di fronte al mio finestrino, con l’autista bene attento a scrutare la strada per non incappare in qualche animale (canguri, wallaby, cammelli, emu e vacche girano indisturbati per queste strade), il secondo autista, un bel tipo (il più’ pulito dei tre) vestito da ranger, che mi aveva anche invitato a bere qualcosa arrivati ad Alice Springs, improvvisamente si precipita dal fondo della corriera a vomitare nel bidone accanto all’entrata. Fine della serata. Una ragazza canadese lo segue a ruota. Alla fine tocca a me.

Arrivata al Desert Rose Inn, nella mia stanzetta puzzolente di muffa, dalla moquette verde pisello, le lenzuola verde bottiglia, il lavandino marrone, le pareti di mattoni, un caldo torrido appena attenuato dal rumorosissimo condizionatore, sto malissimo tutta la notte.
Il giorno dopo nel pomeriggio ho l’aereo per Melbourne. Al mattino striscio verso la reception per chiedere se posso tenere la stanza fino al pomeriggio perché mi sento poco bene, e mentre sto parlando con l’albergatore, un tipo gentilissimo dall’accento incomprensibile, sento che sto per svenire.
Con una mano all’indietro cerco una delle poltroncine di vimini accanto al bancone, vedo i due coreani che ieri erano in gita con me scendere le scale lentamente e guardarmi, e capisco che ora verra’ il peggio.
Comincio a piovere sudore e a tremare, le mani mi si contraggono, la nausea esplode, come un geyser inondo il pavimento e scivolo giù, meravigliandomi di quanta acqua potessi contenere.
Sento solo la cameriera tailandese che era dietro il banco della reception accorrere, abbracciarmi e urlare: " she’s collapsing! help! she’s collapsing!" .
Penso: io? Collapsing? Ma no. E mi sento dire: "please, call a doctor, call a doctor". Poi mentre sprofondo sempre di più nel nulla, mi chiedo perfino se sia più giusto dire "have you called a doctor?" o "did you called a doctor?" . Cosa sarà meglio? Ma l’avranno chiamato sto dottore? Vi prego, sto male, call a doctor, call a doctor. Penso al glorioso museo dei Flying Doctors che ho visitato qualche giorno fa. Ma quando era? Ieri? O l’altro ieri? Quindi ce l’hanno un ospedale qui. I Flying Doctors arriveranno con l’aeroplano e mi salveranno. Ma quando? E dove mi porteranno?
Poi, per un lungo attimo, più nulla.

La tailandese mi stringe al petto e mi asciuga il viso con un tappetino verde del bagno. Ho caldo da morire, ho freddo da morire. Mi toglie gli occhiali, io me li riprendo, lei me li ritoglie e io me li riprendo, mi abbraccia, mi toglie il fiato, cerco di scostarla, mi stringe, mi picchietta con la mano, mi vuole far bere dell’acqua da una bottiglia, no thank you, cazzo e’ gelata, moriro’, mi vuoi far morire? mi mette la bottiglia davanti alle labbra, penso che Cangrande della Scala e’ morto bevendo acqua gelata, ma lei e’ tailandese, che ne sa di Cangrande della Scala?
Urla qualcosa all’altra cameriera che con un secchio di candeggina sta pulendo il disastro che ho combinato. La candeggina ha un odore fortissimo. L’altra, una bionda con gli occhi chiari, le urla qualcosa di rimando, io la guardo e , contemplando i miei resti che spariscono nel secchio, mi chiedo che accento abbia, sembra una ragazza dell’est europa, ma qui l’est e’ troppo lontano, pero’ forse anche il padrone viene di la’. Qui arrivano tutti da qualche altra parte.
"Sorry, I’m sorry for that – le dico – sorry, I’m sorry". Ma l’avranno chiamato il dottore? Did you? Have you? I Flying doctors, dove diavolo sono? Sto male. Sento dire "hospital", la tailandese mi aiuta ad alzarmi, mi giro e vedo sulla strada il padrone dell’albergo che e’ andato a prendere la macchina. Sorry for that, I’m sorry, ripeto. "It’s ok – fa lui – it’s ok".
Improvvisamente mi ricordo del portafogli e del mio diario di viaggio che avevo in mano, con gli indirizzi, i numeri di telefono, gli appunti, tutto! "My book, my… come cazzo si dice portafogli!? …wallet! my wallet, please! My book!". Non posso andarmene senza il mio diario! Torno indietro. Arranco. "My book!" La tailandese corre a prendere quaderno e portafogli, me li mette in mano con la bottiglia d’acqua e il tappetino, salgo in macchina, mi allaccia la cintura. Thank you, thank you.

Ed eccomi qui. Trasformata nel giro di dieci minuti, da turista in calzoncini corti a malata in camice bianco. Rispondo a domande, compilo moduli, mi meraviglio di sapere ancora il mio indirizzo e il mio telefono in Italia. "This is your bed". Quello? Qui in mezzo? Sembra di stare in mezzo ad un ufficio. In effetti sembra ER della tivu. Tirano la tendina. Sto un po’ meglio.
L’infermiera Nat, una moretta carina, gentile e sorridente, mi mostra come infilarmi il camice e mi dice che ora verra’ il dottore a visitarmi. A parte gli scarafaggi sembra tutto pulito e a posto.
Arriva una ragazzona alta, bionda, con i capelli corti, in maglietta, calzoncini e scarponcini e mi chiede qualcosa. E’ lei il dottore.
Si chiama Tone Levang, e’ norvegese. Le chiedo che ci fa una norvegese ad Alice Springs e mi dice che cercava qualcosa di diverso. Cercava il caldo ? le chiedo sorridendo. No, no, qualcosa di diverso – dice – Prima sono stata in Tasmania, e poi, da un mese, sono qui ad Alice Springs.
Dice che probabilmente la mia e’ un’intossicazione alimentare unita ad un colpo di calore, che sono disidratata, che ho la pressione a terra e che mi fara’ una sacca di liquidi in vena e comincia a forarmi il dorso della mano. Le mostro una bellissima vena verde/blu che ho nell’incavo del braccio, gonfia, visibile e pronta per ogni tipo di prestazione, ma lei insiste a volermi massacrare la mano e dopo avermi procurato un bel livido amaranto, si scusa e mi infila l’ago nel braccio.
"Si chiama butterfly questa? " le chiedo, per far vedere che anch’io so e cercare di passare dalla condizione di paziente passivo a quella di paziente interattivo. "No, this is a cannula". "Ah, la cannula!" dico io, come se, essendo un nome latino mi appartenesse. E lei: "come si dice butterfly in italiano?" "Farfalla" dico io. "FAFFALLA" ripete lei. Si’. Ecco. Sorridiamo.

Due sacche di liquidi, un te’, una fetta di pane tostato e a mezzogiorno esco dall’Alice Springs Hospital.
Mi sento un’ameba ma devo fare la valigia.
Alle quattro ho il volo per Melbourne.

ALICE SPRINGS

11 gennaio 2008

australia manoTerzo pezzo in cerca di una risposta alla riflessione di qualche giorno fa:

"Mi sono chiesto a volte che differenza c’è tra il visitare terre straniere da turisti e il visitarle senza passare per i musei, i luoghi di ritrovo dei turisti e i monumenti.
Io non sono mai entrato per esempio in un museo nè italiano ne straniero, non ho una sola foto con un monumento straniero o italiano, non conosco nulla dei luoghi turistici dei luoghi stranieri e italiani dove sono stato".

Non perdete il filo, prima o poi la risposta (la mia risposta) arriverà.

Nel frattempo, seguendo il filo del pensiero,  vi propongo di passare per l’Australia.

ALICE SPRINGS

In piedi, al semaforo tra la Larapinta Drive e la Telegraph Terrace, alla prima periferia di Alice Springs, comincio a pensare che le infradito di gomma mi si fonderanno nell’asfalto e che rimarrò lì, bloccata per ore, consumata dalle mosche dell’outback australiano.
Un calore infernale si alza dalla terra, e nonostante la crema protezione 30, sento le gambe bruciare sotto il sole. La temperatura è la stessa da giorni: siamo sui 38/40 gradi, il cielo è blu, percorso da alte nuvole candide e su questa pianura infuocata per migliaia di chilometri di deserto rosso, soffia un vento caldo e secco.
Sono venuta qui, a questo incrocio appena fuori dal centro di Alice, come la chiamano gli australiani, a cercare la stazione dei treni. Volevo vedere dove arriva il Ghan, il treno simbolo della grande avventura ferroviaria australiana che attraversa questo paese da Adelaide a Darwin, da sud a nord in quasi due giorni di viaggio, dallo stato della South Australia al Northern Territory, passando appunto per Alice Springs, uno dei primi insediamenti europei verso la fine dell’800, quando si decise di far passare per di qui, in mezzo al nulla, la linea del telegrafo che collegasse appunto il sud al nord dell’Australia e l’Australia al resto del mondo.

La ferrovia che per un errore di valutazione venne costruita nel posto sbagliato, nella zona di Alice Springs veniva annualmente spazzata via dalle piogge tropicali. L’ultimo tratto del percorso veniva quindi fatto con i cammelli condotti da cammellieri afgani che diedero il loro nome, Afghan, al famoso treno: il Ghan.
Le rotaie del Ghan, il treno del mito per i backpackers di mezzo mondo, come spesso accade ai miti quando si scontrano con la realtà, non sono altro che un misero binario a malapena segnalato che attraversa un incrocio trafficato, con un Mc Donald su un lato della strada e una ditta di infissi sull’altro, dove si muore dal caldo alla periferia di una cittadina ai confini del mondo.
Alice era il nome della moglie del responsabile della stazione telegrafica che venne costruita accanto ad una piccola sorgente d’acqua nel letto del fiume Todd che è perennemente in secca. Todd era il nome del telegrafista, Alice quello della moglie, e Alice Springs è tutta qui: una cittadina nata dal nulla e nel nulla in mezzo alla terra rossa del deserto australiano.
Una decina di strade che si incrociano perpendicolarmente formano il centro cittadino: il Todd Mall, punteggiato di negozi di souvenir, negozi per la vendita degli opali che vengono scavati qui intorno nelle tante miniere della regione, bar e ristoranti per turisti. E appena fuori dal Todd Mall, dal solito supermercato della catena Coles, dal Woolworths e da un cinema, qualche piccola ditta in una sorta di zona industriale nei pressi della stazione ferroviaria e poi per centinaia e centinaia di chilometri il nulla.

Un depliant dell’azienda di soggiorno dice che molti arrivano ad Alice Springs, se ne innamorano e decidono di restare, ed, in effetti, le poche persone con cui ho modo di parlare vengono da altre città dell’Australia e da altri paesi del mondo. Cosa vengano a cercare in questo inferno assolato è difficile capirlo. Eppure Alice ha tutto il fascino della vita di frontiera: dura, pesante, lontana da tutto e da tutti, con il suo passato di coraggiosi pionieri e di pazzi cercatori di opali, una vita scandita da condizioni di vita estreme ma ripagata anche da una natura unica.

"Da dove vieni ?" chiederò durante una tappa notturna nel mezzo del deserto ad una delle guide che conduce il tour che mi porterà ad Ayers Rock, "da Sydney, sono nato a Sydney."
" e come mai sei finito ad Alice Springs?" "per questo.." mi dirà lui, allargando il braccio ad indicare insieme il deserto rosso silenzioso, il cielo di velluto nero e le stelle infinite sopra la nostra testa distese da un orizzonte all’altro. " ..e anche per il caldo.." aggiungerà sorridendo.
La stessa cosa pensano i turisti, se è vero che approdano qui a migliaia e migliaia ogni anno anche solo per trattenersi qualche giorno, visitare la città, ma soprattutto andare ad Ayers Rock, l’Uluru, la montagna sacra agli aborigeni. E tra i turisti che si infilano accaldati tra un negozio e l’altro del Todd Mall, vagano gli aborigeni.

L’incontro faccia a faccia con un aborigeno è l’incontro improvviso con l’uomo della pietra:i lineamenti, la postura e perfino lo sguardo fanno pensare a uomini e donne venuti da un’altra epoca, dalle origini, appunto, del mondo. Un popolo antichissimo che da sempre ha abitato l’Australia, decimato da malattie, soprusi, omicidi e deportazioni, vive ora ai margini della società australiana.
Sono venuta qui apposta, nel Territorio del Nord, a cercare la storia dell’Australia che non avevo trovato a Sydney o a Brisbane, a cercare gli aborigeni, e li ho trovati sdraiati nei giardini di questa cittadina. A gruppi di cinque, sei, uomini, donne, bambini, ammaccati, pieni di fasciature chissà perché, sdruciti, sporchi. Giocano a carte, bevono birra a fiumi da barattoli nascosti in sacchetti di carta, guardano il nulla, coperti da grappoli di mosche. Oppure camminano, sempre a gruppetti di quattro cinque, veloci, come se sapessero dove andare, seri, distanti gli uni dagli altri, i capelli stopposi per aria, le gambe magre, le pance gonfie, vestiti di magliette di squadre di cricket o di colorate pubblicità, assurde e fuori tempo su uomini e donne così antichi.

Alle otto di sera, con il buio, su Alice Springs cala il coprifuoco. "E’ meglio non uscire da soli la sera", mi avvisa il proprietario dell’albergo, e dalla finestra della mia camera, per le strade buie e silenziose, percorse da folate di vento caldissimo e secco, vedo vagare le figure scure e veloci degli aborigeni e sento i loro richiami.

Aloysia, la ragazza del centro "Stolen Generation and Families Aboriginal Corporation" , mi racconta di una delle tragedie di questo popolo, per cui per quasi un secolo, fino al 1970, è stato perpetrato dal Governo Australiano una sorta di genocidio legale. I bambini aborigeni venivano semplicemente portati via dalle loro famiglie, i fratelli separati e messi a vivere in istituti, nelle missioni o in famiglie europee, dove venivano praticamente utilizzati come schiavi per il lavori di casa, nei campi o negli allevamenti. Erano comuni maltrattamenti e abusi di ogni tipo. Solo nel 1970 è stata abolita questa pratica e da qualche anno molti dei 100.000 ex bambini rapiti, sono in cerca delle loro famiglie e delle loro origini. La stolen generation, la generazione rapita, è solo uno dei tanti drammi di questo secolo, ma è davvero un dramma dimenticato e sconosciuto al mondo.

Gli uffici di questa organizzazione sono a un duecento metri dalla sede dei gloriosi Flying Doctors, i leggendari medici che con piccoli aeroplani raggiungono i posti più lontani di questo deserto, e dal museo dei Rettili, tappe obbligate della visita dei turisti che passano per questa cittadina, insieme alla sede della School of the Air, la scuola via satellite o via internet (una volta via radio), che da’ un’educazione ai bimbi sparsi nell’outback, ma nessuno fa caso alla villetta dalla porta aperta sul giardino e un grande cartello all’entrata che dice "non c’è denaro ne’ niente da rubare negli uffici" e la targa che cita appunto "Stolen generation & families".

Evidentemente la generazione rapita e tutti quelli che le girano attorno, si sentono in credito non solo dell’infanzia rapita e della vita perduta, ma di altre cose più’ materiali.

www.centralstolengens.org.au

 

 


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