Archive for ottobre 2009

AUTUNNO

31 ottobre 2009

Oggi, sui viali, volavano le foglie gialle dei tigli. E ho pensato a questi tigli, e agli aceri e ai giardini autunnali, in Giappone,  tre anni fa.
Ma ero io anche allora o era un’altra?

Giappone 190

Giappone 187

 Giappone 376Giappone 179Giappone 307

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UMBRIZZARE

27 ottobre 2009

Ehm…
Volevo anche dirvi che hanno pubblicato un mio racconto qui:

libro!!!!

E che il libro verrà presentato a Umbrialibri 2009 il 15 novembre alle 10 e 30 alla ex Chiesa di Santa Maria della Misericordia, a Perugia.
Si intitola: "Umbria, geografie del mistero", Perrone editore. E’ una raccolta di racconti curata da Giovanni Pannacci.
Giovanni, è stato uno dei primi lettori di questo blog, ed è proprio attraverso il blog, e attraverso Giovanni, che ringrazio assai, che il mio raccontino è arrivato in Umbria.
Che c’entro io con l’Umbria, direte voi. Mah. La parola chiave è: "umbrizzare". A voi scoprire il resto, ma chi mi ama, (pochi) (nessuno?) ha già in parte la soluzione…

PENE AMORE E FANTASIA

27 ottobre 2009
È un film. Anzi, una fiction. Anzi è la realtà.
Allora, c’è Pietro Marrazzo (vero), quello del mi manda rai tre (vero), quello che ora è Presidente della Regione Lazio (vero), che si è mandato da solo in un appartamento di Via Gradoli (vero), quello dove tenevano prigioniero Aldo Moro (forse), quello della seduta spiritica di Romano Prodi (mah..), quello del film di Bellocchio (falso), con i poliziotti che bussano alla porta perché una soffiata dice che il covo delle Brigate Rosse è lì (vero), ma siccome nessuno risponde, se ne vanno (falso e vero), quello dove invece trentun’anni dopo, bussano due carabinieri, anzi non bussano, ma irrompono (vero) e trovano un transessuale (un o una?) ignudo e Marrazzo nudo dalla camicia in giù (vero). Trovano anche una striscia di coca (vero o falso?), il portafoglio pieno di Marrazzo, lo svuotano (vero o falso?), filmano Marrazzo e il transessuale (vero), ricattano Marrazzo (vero), lui stacca tre assegni lì per lì (vero) (boh). I due carabinieri allora propongono il video ad Alfonso Signorini, direttore di Chi (vero), lui indignato rifiuta (ohibò!), allora il Capo del Governo, padrone del giornale, Berlusconi, dice al Governatore del Lazio, Marrazzo: “Marrazzo, cribbio, mi consenta, guardi che la vogliono incastrare, stia attento! (Verissimo) guardi che gira un video compromettente su di lei, girato da quei due malandrini di carabinieri, ma io, Capo del Governo, mai ne parlerò sui miei giornali (buon uomo!), né mai denuncerò le loro gesta alla magistratura!”(vero). E Marrazzo niente, due volte la settimana sempre dai trans. Finché il caso (vero), vuole che, indagando in un altro caso, qualcuno per caso scopra tutto (vero) (falso?). I carabinieri si dicono vittime di un complotto ordito molto più in alto (vero) (falso). Marrazzo si sospende, anzi si dimette da Commissario della Sanità Regionale (vero). Berlusconi è bloccato nella dacia di Putin dalla bufera di neve (falsissimo).
Poi torna ma gli viene la scarlattina (ahahahahahah!).
In forma leggera, però.

ARTICOLO VENTISEI

22 ottobre 2009
Il questurino in borghese, faccia larga meridionale, labbroni sensuali, occhi bovini, basette e stempiatura con riporto, e collanina d’oro al collo con un unico grazioso pendente, una piccola manetta, fissando lo schermo del computer, digita con i ditoni, un tasto alla volta, il nome del mio articolo ventisei, un americano, ingegnere elettronico di Harlem, New York, che, in qualità di interprete, accompagno all’Ufficio Stranieri.
Il suo collega, in divisa di una taglia in meno, biondiccio, occhi chiari vicini, faccia lunga e stretta da vera razza Piave, gli sta accanto e gli ricorda che gli articoli ventisei hanno un’altra procedura.
Chiede al mio articolo ventisei: sportivo? Brad mi guarda interrogativo. No, rispondo, è un ingegnere elettronico, lavora alla xxxxxxx, qui a Venezia.
Quando siamo finalmente entrati nei locali dell’Ufficio Stranieri, dopo un’attesa di un’oretta, l’ora dell’appuntamento era le 7 e 34, e sono appena le otto e mezza, l’altro questurino, quello con i guanti verdi di lattice, che gli ha preso le impronte digitali per fare la richiesta del permesso di soggiorno, appena lo ha visto, lo ha chiamato Obama. Brad, che è nero, marrone chiaro, e assomiglia a Obama come io assomiglio a Angela Merkel, nel senso che siamo tutte e due bianche, ha alzato il pollice destro, dicendo yess. Il questurino ha sorriso e si è sentito figo.
Anch’io ho fatto la simpatica, sorridendo al suo yesssamerican e così io e Brad, dopo il primo passaggio di documenti, un paio di firme, e un altro paio di battute, ci siamo guadagnati il secondo passaggio, nella seconda stanza, senza neanche dovere tornare fuori in attesa della seconda chiamata, come di solito prevede la procedura, al freddo, nel vicolo antistante l’Ufficio Stranieri, ad aspettare, in piedi, tra le transenne, i due cessi chimici, un paio di file di sedie di plastica marrone luride accostate alle pareti, un container generosamente donato dalla ditta yyyyyyyyy per le attese delle famiglie con minori nelle lunghe mattine di inverno, in mezzo a decine di cinesi, ghanesi, ucraini, marocchini, ivoriani, burkinafasesi, indiani, pakistani, senegalesi.
Tutti preferibilmente accompagnati da bambini colorati, spaesati, piangenti, da anziane donne avvolte in scialli, da mogli nere, imponenti e silenziose, o attaccati alle transenne, impazienti, intimiditi, spaventati, scontrosi, incazzati, tutti con le orecchie tese, tesissime, per il timore di non riuscire a sentire il proprio nome urlato dal questurino di turno sulla porta dell’Ufficio Stranieri, con accento vuoi napoletano, vuoi siciliano, vuoi veneto.
Sarebbe anche divertente far caso alle varie pronunce di nomi cinesi: Lin Pin Tong, senegalesi: Ismael qualcosa, russi: Vladimir qualcos’altro e al sorrisetto o la noncuranza sciatta con cui vengono pronunciati velocemente, come se tutte le persone che sono convenute lì alle sette del mattino, sotto una pioggerella insistente, in un vicolo sporco, fossero lì per ridere dei loro nomi e cognomi urlati da un funzionario di polizia, e non per avere in mano, finalmente, dopo mesi di attesa, viaggi infiniti, documenti sgualciti di tutti i tipi tra le mani, andirivieni e code tra uffici postali e questure e prefetture e comuni, un permesso di soggiorno.
Invece per fortuna, stamattina, ci va di lusso a me e al mio articolo ventisei, che indica gli stranieri in possesso di permesso di lavoro come dirigente o personale altamente specializzato. Dobbiamo solo fare il secondo passaggio, in una stanza con quattro scrivanie, una ad ogni angolo, dove, stando in piedi, come questuanti, davanti al funzionario di turno, a noi tocca catenina con manetta, ognuno parla, urla per farsi sentire, dei fatti suoi, interpellato con tono, urlato, tra l’amichevole e il divertito. Lo stesso tono noncurante dell’infermiere all’anziano: e tu nonno, hai già fatto pipì? Del medico con l’ammalato, del cittadino di diritto con lo straniero. Lo stesso tono di chiunque, nel suo piccolo, si senta investito di un suo piccolo potere, e ami esercitarlo. Con accondiscendenza, bonomia, con l’uso del tu al posto del lei. La parola urlata, come se invece che anziano, malato o straniero, uno fosse sordo e rincoglionito.
Così veniamo a sapere che lei, alla mia destra è ivoriana, dov’è nata lei?? Abi.. Abi di gian?!? Lui invece è dal Burkina Faso, e tu dove abiti?e da quanto lavori qui? Che la cinese dietro di me è alta uno e sessanta, che lui prima ha lavorato a Milano e adesso hanno deciso di venire qui.
Una mezzoretta in piedi di fronte alla scrivania di Manetta, tra firme, timbri, controlli di passaporto, sfogliamento di documenti, richieste a mezza voce, altre impronte, altre verifiche e finalmente si va.
Il permesso di soggiorno, che culo, forse con la nuova procedura arriva solo fra trenta, quaranta giorni. E si figuri che c’è chi aspetta da più di un anno. Che fortunelli.
 
 

INCONGRUENTI COMMOZIONI

15 ottobre 2009
Sembra di no, ma io sono un tipo emotivo.
Di quelli che gli si chiude la gola a vedere certe storie al telegiornale, quelle di solito dove a nessuno gli si chiude la gola, perché di solito non piango mai al cinema quando gli altri piangono, il che è un meraviglioso metro di misurazione della commotibilità delle persone.
Inversamente, spesso rido quando gli altri stanno seri, e poi quando mi accorgo che sono solo io a rumoreggiare, pure mi vergogno e impercettibilmente, perché ho una dignità da difendere, rimpicciolisco nella poltrona, del cinema, ovviamente. Parlavo di cinema.
Per il resto difficilmente mi vedrete dare sfogo, o meglio, spazio, alle emozioni. Metto su la mia facies imperterrita e dentro mi contorco con la gastrite e pulso di tachicardia. Tanto non sarei mai in risonanza con il sentimento comune. Piango quando agli altri gli fa un baffo e rido quando gli altri stan seri, quindi tanto vale non farsi notare.
Tutto questo a mo’di preambolo per dire che la pubblicità dell’omino dell’Enel, il tecnico con la divisa blu e la faccia stanca e grigia da fiero e virile Uomo comune lavoratore, che guarda un po’ansioso attraverso i vetri della sua motorhome parcheggiata chissà dove (nello Utah?) (e il cavallo bianco che agita la criniera nella notte è suo? che ci fa un tecnico Enel con un cavallo?) in attesa del segnale convenuto con la figlioletta lontana ma non troppo (ma sarà un ragazzo padre? un separato? e la madre, quella disgraziata, che fine ha fatto? l’avrà mica lasciato? e che ci fa un tecnico Enel nel deserto dello Utah? e perché non abitano insieme con la figlioletta?), per poi illuminarsi a sua volta di un sorriso felice ma contenuto e sussurrare Buonanotte anche a te, per quanto incongruente e stravagante, a me mi commuove.
Ma io di solito le pubblicità non le capisco mai.

GUARDIAGRELE

10 ottobre 2009

Io un giorno prenderò il treno e andrò di casa in casa a controllare le connessioni internet e a interrogare i Guardiagrelesi per capire chi di loro legge il mio blog così assiduamente.
O tu mio fido Guardiagrelese, ti prego svela il tuo amore!
Sarai ricambiato!

NOWHERE LAND

9 ottobre 2009
Passavo sul ponte sul Piave, fiume sacro alla Patria, tra una fila incessante di macchine, camion, autocarri, furgoni, pulmann di qua e una fila incessante di macchine, pulmann, autocarri, furgoni, camion di là. Ascoltavo, come sempre, Bruce Springsteen, (vado avanti e indietro sullo stesso cd: o Radio Nowhere o The Devil’s Arcade, o Radio Nowhere o The Devil’s Arcade, a volte Girls in Summer Clothes), mi aspettavano in una scuola per un corso di inglese per apprendisti commessi del settore non alimentare, ero pure di corsa, perché la scuola sta di là, sulla sinistra Piave, e io sto di qua, sulla destra Piave (divisione fondamentale nella percezione antropologica della creazione delle razze per gli autoctoni della zona), non pensavo a niente, se non a cercare di capire come diavolo Bruce pronuncia your e remember, anzi cercavo di imitarlo senza riuscirci, quando ho buttato un’occhiata di là dal ponte.
Il Piave era in secca, come sempre da almeno un trentennio a questa parte. Una distesa di sassi bianchi, alternati a brevi, lunghi, fossi e laghetti azzurri di acqua ferma. Il Piave mormorava calmo e placido al passaggio dei primi fanti il ventiquattro maggio. E poi il tripudiar de l’onde e così via. Qui di onde nemmeno l’ombra, Bruce urlava come un dannato, gli autotreni scivolavano via tra i parapetti del ponte, dal finestrino semiaperto scorrevano ondate di frastuono e di idrocarburi, non si capiva bene se da nord stesse arrivando un temporale, quando, all’improvviso, di là dal fiume, alzando lo sguardo, ho visto il Veneto come era, lì, mille anni fa.
Su un cielo di vago cobalto, un fondale di malinconiche, lievi, solenni, colline nebbiose, verdi, scure, immobili su un fondo azzurro, cupo di montagne lontane, alberi foschi, raccolti, antichi, intorno al castello di Conegliano.
 

IN SCRIVIBILE

7 ottobre 2009
Guardare trasmissioni come L’Infedele, Ballarò o Report o quell’altro programma di cui non ricordo il nome, diretto da uno dei pochi giornalisti italiani degni di questo nome, Riccardo Iacona, e rimanere prostrata di fronte all’evidenza tangibile (ma diomio come non accorgersene!? come può una buona parte dei miei simili connazionali non vedere, non capire, o non volere capire?) della pochezza culturale, umana, ideale e di pensiero dei rappresentanti del mondo politico e amministrativo della destra italiana, sta diventando per me un atto di vero masochismo.
La mia non è più neanche rabbia, ma diventa vera sofferenza.
Un’implosione di sentimenti negativi e laceranti che non so neanche esprimere.
A parole non se ne parla. Mi sono detta: provo a scriverne. Scrivere mi viene più facile, almeno ho il tempo di riflettere.
A parole uscirebbero solo maledizioni e insulti. È per questo che qualcuno ha inventato la parola indicibile. C’è anche inenarrabile, ma sempre di voce si tratta.
E indescrivibile. Ma io non voglio farne una narrazione, né ho qualcosa da descrivere: i fatti li conosciamo tutti, che altro c’è da aggiungere? Vorrei scriverne.
E invece neanche scriverne mi riesce. Scivolo via, mi riaggrappo alle parole, le valuto, le studio, le soppeso, ed eccomi qua, non so neanche più uscirne.

IL PESO DEL RAFTING

5 ottobre 2009
Chissà perché sono costretta al mattino, da anni, da sempre, dalla mia testa, dalla mia indole, (o è forse una cattiva abitudine?) a svegliarmi e chiedermi il senso.
Eppure sono decenni ormai. Dovrei esserci abituata. E invece no, ogni mattina è una sorpresa: aprire gli occhi, rendersi conto e dire: ossignore, ma sono ancora qui? e a far che poi? e il motivo? Mah.
E poi, comunque alzarmi, ché mica sono il tipo che poi, salvo rari, passati, momenti, sta lì a marcirci dentro, nella domanda. Perché poi con gli anni, uno impara che non serve, non è di nessuna utilità marcire dentro qualunque cosa, perché già lo diceva eraclito che tutto scorre, e quindi tanto vale imparare quanto prima a scorrerci insieme come che la va.
Un po’come uno di quegli zatteroni a far rafting nel grand canyon: vai sotto vai sopra vai di lato vai un po’ su vai un po’ giù prendi un paio di gran botte e alla fine arrivi. E ti dai dei piccoli motivi: superare quel pietrone, occhio all’onda, attenzione a spostare il peso in avanti o indietro, navigare a vista, ben sapendo che la rotta, e il motivo del fare rafting nel grand canyon soprattutto,
(il che sarebbe basilare e non di poco conto), comunque sfugge.
Così, prima o poi, (son pochi secondi ma sembrano ore), mi alzo, e i primi minuti sono sempre i più difficili. Forse per quello siamo costretti, appena svegli, a darci da fare con minutaglie di pura sopravvivenza. In realtà, costretti alle minutaglie lo saremmo per tutto il giorno, se nel corso della storia non ci fossimo dotati di mille espedienti per procurarci del tempo libero.
Grave errore. Fossimo ancora lì a raccogliere bacche tutto il giorno, non avremmo un sacco di problemi.
Così, insomma, mi alzo e mi do da fare. Ma sempre con la sensazione di osservare ben bene il dito che indica la luna.
Mentre la luna gira da tutt’altra parte.
Ma ormai sono bravissima. Ho messo su la faccia di una che, sorniona, cerca i motivi per alzarsi al mattino.
La gente sorride perché crede che voglia continuare a dormire, (‘sta dormigliona!) in realtà è che non so per cosa alzarmi.


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