HEREAFTER: QUI E DOPO

A vedere “Hereafter”, l’ultimo film di Clint Eastwood, bisogna andarci quando si ha il cuore in pace.
A me personalmente questo accade qualcosa come una volta ogni dieci anni, per qualche minuto, quindi ci sono abituata, ma se non siete nelle migliori condizioni di spirito, non pensate poi di poter proseguire la serata con una pizza e via, come se niente fosse.
Il film parla di morte, di vita, di vita oltre la morte.
Hereafter che letteralmente si potrebbe tradurre con un bellissimo quidopo, come a dire che dopo qualcosa resta qui, in maniera molto più linguisticamente corretta sta per d’ora in poi, o in futuro, ma anche per un aldilà, che per fortuna non è stato utilizzato come titolo per la versione italiana perché avrebbe portato con sé tante di quelle connotazioni e sfumature di natura cattoreligiosa di cui noi italiani possiamo fare volentieri a meno, soprattutto nel momento in cui si abbassano le luci in sala e cominciamo a goderci un film.
 
E il film ce lo godiamo dal primo momento, con una scena da moderna apocalisse: lo tsunami del 2004 che si abbatte con la sua onda terrificante sulla vita tranquilla e pacifica di centinaia di migliaia di persone in un qualunque mattino di quell’inverno/estate nell’Oceano Indiano.
Da qui prende il via la vicenda di una giornalista francese che, per quelli che sono i casi della vita, quindi per quelle circostanze che sono proprio l’here, l'hic et nunc, il qui ed ora, si intreccerà alle vicende di un operaio di San Francisco e di un bambino londinese che per la loro storia personale hanno avuto a che fare con l’after, quello che viene dopo.
Il film procede per un continuo intrecciarsi di casi e coincidenze, che sono poi le semplici avventure della vita, a pensarci e a farci caso, che diventano poi casi e coincidenze quando proprio vogliamo dar loro un senso e un perché.
In realtà la morte, che arrivi con un’onda di trenta metri, con un incidente d’auto, per mezzo di un attentato terroristico o per malattia, fa semplicemente parte della vita, ma a vederla da lontano, cioè da vivi, pare spettacolare, inaspettata, sorprendente e soprattutto crudele. Crudele perché ci lascia tramortiti, appunto, spaesati, appunto, pieni di domande in cui ci chiediamo quale sarà il nostro paese d’ora in poi e come riusciremo a viverci, incapaci di proseguire nel nostro cammino come se niente fosse, perché ci ha toccati, come nel caso della giornalista francese, o perché ci ha portato via un pezzo, come nella vicenda del piccolo inglese, o perché, come nel caso dell’operaio sensitivo americano, ci coinvolge così quotidianamente con la sua ombra da renderci impossibile la vita.
Vita che per quanto si sposti continuamente tra splendide spiagge indonesiane, le redazioni di un editore parigino, l’appartamento di un operaio americano e la terraced house di una famigliola londinese è ugualmente sempre in bilico tra la vita e la morte, anche se, per vivere non possiamo e non vogliamo accorgercene.
E tutti siamo sempre lì, sul filo, vuole forse suggerirci Clint Eastwood, sia che prendiamo il sole a Pee Pee Island per le vacanze di Natale, sia che prendiamo la metropolitana a Charing Cross o attraversiamo la strada di corsa. E tutti siamo uniti dallo stesso filo: che siano i racconti di Charles Dickens ascoltati da un audiolibro in un appartamento di San Francisco o certe storie tragiche della Londra dickensiana, sempre attuale, anche dopo duecento anni, in certi sobborghi della grande capitale inglese, tutti navighiamo a vista, tentando di arginare la nostra personalissima cognizione del dolore, quello che, da umani, ci è toccato in sorte.
 
Clint Eastwood è sempre, o sempre più, grande. Non ci da’risposte confezionate, sonda e mostra con la grande poesia e il tocco lieve e denso di cui è maestro, il materiale disponibile senza fornirci interpretazioni religiose o laiche: così stanno le cose, prendete, servitevene tutti e fatene quello che credete. Matt Damon è stupendo nell’offrirci l’interpretazione di un uomo semplice schiacciato dal macigno del suo dono/condanna e dalla solitudine che ne deriva, senza una donna, senza amici, perso in un lavoro anonimo: lontano dalla vita perché troppo vicino alla morte e alle domande che ci pone.
Il film finisce bene, nel senso che in qualche modo si esce dal cinema sollevati. Il magone di certe scene sparisce, per fortuna, anche se sappiamo bene che è solo rimandato.
Ma in fondo, è la vita no?

 

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9 Risposte to “HEREAFTER: QUI E DOPO”

  1. tracotnt Says:

    mi sembra bello.

  2. guerreronegro Says:

    Condivido la recensione.
    Uno dei più bei film di Eastwood, forse il migliore dopo Million Dollar Baby che secondo me è insuperabile.
    E sono anche d'accordo sui possibili effetti collaterali del film. I miei sono stati questi. Ed è ovvio che il mio sogno della donna affogata che sopravvive derivi esattamente da una delle scene iniziali di hereafter che avevo visto nel pomeriggio.
    Lo consiglio caldamente a tutti!

  3. lemmaelabel Says:

    Senti, Pochette, torno ora giusto giusto dall'aver visto il film….
    Tu scrivi una bella recensione, nella tua bella lingua.
    Ma perché a me il film non è piaciuto? Eppure i film di Clint Eastwood mi piacciono e sono andata al cine tutta contenta di andare…ma, non mi è piaciuto…Non sono in grado di spiegare il perché. Posso solo dire che mi ha lasciato fredda (!).  Ci penserò.

  4. dipocheparole Says:

    @Tracò: provalo:))

    @guerrero: inquietante il tuo sogno in effetti. Ma la prima scena è davvero da incubo.

    @lemmola: mah, che dirti. ripensandoci, c'erano delle cosette che avrei preferito tagliare nel film, però ammem'hapreso tutto insieme.

  5. anonimo Says:

    Visto anch'io, non appena è uscito. Volevo scriverci sopra ma non ci sono ancora riuscito e quando ho letto il titolo del tuo post mi sono fiondato a leggerlo. Malgrado fossi un po' scettico su quest'ultimo film, non ho potuto che ricredermi, ormai Eastwood è una sicurezza e il suo cinema classico è per me fra i migliori in assoluto in questi ultimi anni.
    p.s. Matt Damon, Elena, non Matt Dillon (ma ci piace anche il secondo) 🙂

  6. dipocheparole Says:

    @s|a: aaaaaaah! ho confonduto un Damon con un Dillon!! correggo correggo!!!

  7. Ciclofrenia Says:

    Niente da fare.
    Come tutti, o lo si ama o lo si odia, quel film.

  8. anonimo Says:

    Clint Eastwood e' migliorato invecchiando, esattamente come il buon vino. Col passare degli anni dai suoi films hanno cominciato a filtrare le emozioni e le sensazioni che probabilmente la vita ha fatto affiorare in lui. Non e' una cosa cosi' scontata, molte persone vengono inaridite dalle esperienze, soprattutto quando non mantengono la loro coscienza aperta al nuovo. Non ho ancora visto questo film, ma appena tornero' in Italia trovero' il modo di vederlo o di aggiungerlo alla mia collezione assieme a MIllion Dollar Baby e a Gran Torino

    JGW

  9. dipocheparole Says:

    @ciclo: è vero. ho sentito moltissimi pareri opposti!

    @jgw: ciao wolf:) vero quello che dici. Gran Torino comunque è meglio.

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