Archive for settembre 2008

UOVA FRESCHE

29 settembre 2008
DSC01073Mi sono scivolate via le idee. Non so da che parte siano uscite, ma so che non le trovo più. Mi sono scivolati via anche i pensieri. Rimangono lì in superficie, vagano appena sotto la corteccia, ma sono sfilacciati, sbattono qua e là, come se la testa mi fosse improvvisamente diventata troppo grande e il cervello rimpicciolito. Da qualche parte sono volate via pure le emozioni. Non le trovo più, già da un po’. Sono rimaste delle ombre scure, come macchie sui muri. Incrostazioni sulle pareti. Beh, non tutte tutte. Sono rimaste quelle stantie, risapute, noiose come una pastasciutta olio e parmigiano fatta in fretta tanto per mangiare qualcosa. Che poi non la mangio mai, io, una pastasciutta olio e parmigiano. Tuttalpiù mi faccio delle tagliatelle paglia e fieno, almeno, con burro e salvia. E magari ci gratto sopra pure la noce moscata. Dico, almeno mangiare qualcosa che abbia un sapore. Mica siamo qui solo per sopravvivere. E invece mi sono rimaste solo queste fiacche emozioni di sopravvivenza. Quelle che ti fanno alzare la mattina senza sapere bene per far che, e rigirare dei pensieri come un filo intorno a un dito, avanti e indietro, avanti e indietro senza costrutto mentre stai parlando o pensando a qualcos’altro. Ma il brutto è che non stai pensando a qualcos’altro, hai solo quel pensiero lì, che gira, rigira. Lo dimentichi per un po’ perché magari fai una telefonata o perché parli con qualcuno. E poi, finita la telefonata, pensi: dunque, dove eravamo rimasti? perché sai che non si scappa. E il pensiero da filare si ripresenta. E tu dici: e macheppalle, ancora, no. Ma altri non ne vengono. E mica è un pensiero importante. Chessò una bella ossessione, una passione finita male, un dolore, un amore infelice, una gioia perfino. La felicità? Che poi sapremmo anche come comportarci, con quelli. Gliela faremmo vedere noi, a quelli. Che mica si pensino che siamo sprovvedute come una volta, ennò cari miei, sappiamo bene come fare, ormai. Macchè ossessioni e passioni: è solo un pensiero inutile, scialbo, senza spina dorsale. Come un giornale vecchio, già letto, di cui era rimasto quell’articolo che ti interessava, ma neppure tanto. E lo guardi, tutto spiegazzato, e ti dici: beh magari lo leggo domani, e intanto lo lasci lì. E lui resta lì e ti guarda, e tu lo guardi e non ti decidi a buttarlo, come qualcosa di incompiuto, da finire. E lo sposti, dal tavolo alla sedia, dalla sedia al divano. E lui sopravvive. Che noi non lasciamo mai le cose a metà, dannazione. Ci mettiamo poco, tanto, ci mettiamo i secoli, ma le finiamo. E pensi che ci vorrebbe una bella droga. Ma non le droghe che usano tutti. Eh, magari ci bastassero quelle. Droghe, benzodiazepine, bottiglie di vino, di spritz con l’aperol, di liquori. Mannò, non sappiamo che farcene. Ci vuole un’endovena, una trasfusione, un trapianto di fatti. Fatti brillanti, luccicanti, freschi di giornata. Da bere appena svegli, come un uovo appena fatto. Ancora caldo di gallina, con un bel tuorlo rosso, energetico, vivo di vita viva.

MAORI

27 settembre 2008
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Lettura domenicale tratta dalle “lettere da lontano”, le mail dal giro del mondo. Questa arriva dalla Nuova Zelanda. Si parla di Maori, di Pakeha, di Kauri, di opossum e infine di tradizioni. Tanto per non dimenticarsi che fuori di casa c’è un mondo.
DSC00963L’autista del pullman Paihia/Auckland è un degno rappresentante della comunità dei Pakeha, come i maori chiamano gli europei arrivati nella loro terra nei primi anni dell’800. Alto, magro, roseo, un che del Principe Carlo d’Inghilterra, di quel biondo stoppa che mi fa pensare a degli avi inglesi o scozzesi. Diverso insomma, dall’autista dell’andata: un maori piccoletto e tarchiato, con i capelli ricci, scuri e gli occhi azzurri, in calzoncini blu corti e calzettoni bianchi, la divisa della Northliner Express, che tanto ricorda il passato coloniale inglese e a me in particolare il colonello Alec Guiness del Ponte sul fiume Kwai.
I Pakeha, all’inizio arrivarono soprattutto dall’Inghilterra, dalla Scozia, dall’Irlanda, ma anche dalla Dalmazia perché i dalmati erano abili nell’estrazione della resina dagli alberi giganti chiamati Kauri e considerati sacri dai maori. E a vederli, queste meraviglie di alberi, alti 30 metri, con diametri che raggiungono i 10 metri, perfettamente diritti, come un muro di legno vivente, e in grado di raggiungere i 1000 anni, non gli si può dare torto.
I Neozelandesi vanno molto fieri dei buoni rapporti di convivenza che hanno saputo raggiungere con la comunità dei maori, i quali diversamente dai tranquilli e sognanti aborigeni australiani, grazie alla loro tradizione di guerrieri, hanno saputo difendere i loro diritti fin dagli inizi (forse perché hanno subito dichiarato le loro intenzioni mangiandosi qualche marinaio del Capitano Cook o qualche volenteroso missionario anglicano). DSC01047
In realtà, sua maestà Vittoria, la regina d’Inghilterra, con il trattato di Waitangi del 1840, autoproclamandosi sovrana della Nuova Zelanda, ma facendo firmare il trattato anche ad una maggioranza di capi tribù maori, con grande abilità fece diventare la Nuova Zelanda parte dell’Impero britannico, avvalendosi dell’opera di convincimento e diplomazia dei primi missionari e dei primi suoi rappresentanti su litigiosi capi tribù maori, e avvalendosi anche di una traduzione non proprio corretta del trattato dall’inglese al maori, sulla quale tuttora si discute e che ha provocato innumerevoli controversie anche nella compravendita delle terre che gli europei acquistavano dai maori, tanto che ancora oggi chi compra un terreno nelle zone dei primi insediamenti può andare incontro a problemi di rivendicazione da parte dei discendenti degli antichi maori.
Insomma, qui I maori sono quasi allo stesso livello dei Pakeha, anche se noi europei, come sempre, quando siamo arrivati qui abbiamo portato malattie, alcool, fucili e introdotto animali che sono andati a modificare per sempre l’equilibrio di questo paradiso terrestre dove non esistevano animali predatori. Prova ne è l’abbondanza di uccelli che non sanno volare come il simbolo nazionale: il pacifico kiwi.
Quell’animalino carino che si chiama opossum, per esempio, introdotto in nuova zelanda dagli australiani, qui lo odiano perche’ si mangia di tutto, ne hanno circa 70 milioni di esemplari, e se lo incontrano guidando lungo una strada di campagna, lo riducono volentieri in frittata. In compenso, sempre in tema di salvaguardia della fauna, i maori quando sono arrivati qui dalle isole della Polinesia, hanno trovato molto facile cacciare e mangiarsi il povero Big Moa che era una specie di piccione terrestre e indifeso, alto 3 metri, che non sapeva volare, ma pare che fosse molto buono arrosto. E se lo sono mangiato fino a che si DSC00885e’ estinto, intorno al 1700. Da allora credo che i maori si siano buttati sul fish and chips e sul burger king perche’ sono tutti abbastanza in carne: omoni grandi e grossi e donnone alte, imponenti, dalla pelle ambrata, a volte ricoperti dei tatuaggi tradizionali, dagli occhi grandi e liquidi della gente polinesiana , un che di sognante e ironico nello sguardo e tutti con le gambe rigorosamente a X.
I maori sono ormai solo un 14 % della popolazione neozelandese, nella scala sociale sono un po ‘ sotto la media degli europei, ma, fieri delle loro origini e delle loro tradizioni, si danno molto da fare per affermare i loro diritti e per tenere viva la loro cultura e la loro lingua che e’ comunque ovunque nelle diciture ufficiali, al pari dell’inglese. DSC00880
A livello turistico, la tradizione maori ha una grande rilevanza, e dappertutto vengono organizzate visite e ricostruzioni di villaggi maori, cene tipiche e danze antiche, dove viene riproposta la famosa Haka, la rituale danza tribale che noi conosciamo perche’ la squadra degli All Blacks la ripropone all’inizio delle partite di rugby e che aveva lo scopo di intimorire i nemici. E in effetti, a vederli danzare, questi pezzi di uomini, dandosi grandi manate a braccia e gambe, roteando gli occhi, tirando fuori la lingua, tatuati di segni misteriosi e urlanti suoni minacciosi, incutono un certo rispetto.DSC00655
Poi, finita la rappresentazione ad uso e consumo dei turisti, le armi vengono riposte, il villaggio maori viene smontato, gli abiti tradizionali ripiegati, e guerrieri e danzatrici se ne tornano a casa a guardarsi le news delle 7 alla tivu. Il giorno dopo poi li vedi in giro in t shirt e pantaloncini mentre si bevono una coca dal Mc Donalds, o alla guida di qualche taxi o alla cassa del supermercato Woolworth. A quel punto mi chiedo sempre quanto valore e quanto senso abbiano per un maori ad Auckland, per un italiano a Sydney, per un marocchino a Milano o per un pakistano a Londra, insomma, per tutti quelli che, per un motivo o per l’altro vivono fuori posto, lontano dal loro mondo nel tempo e nello spazio, mantenere vive le proprie tradizioni, la propria lingua i propri usi e costumi, attribuendo a questi aspetti la propria identita’ di persone. Mi chiedo insomma se non sarebbe piu’ semplice accettare il nuovo e la nuova vita ed integrarsi, ma in effetti cosi’ perderemmo molte di quelle specificita’ e diversita’ che rendono il mondo bello e vario, o se invece sia giusto mantenere e tramandare, a volte contro tutti e contro tutto, la lingua dei Baschi in Spagna, il velo islamico a Parigi o il matrimonio combinato a Manchester.
Io, la risposta non ce l’ho.

 

 

PORDENONELEGGE 2008

25 settembre 2008
La signora in piedi alla mia destra accanto al palco, in attesa dell’incontro con Paolo Giordano, all’improvviso prende per un braccio la figlia e esclama ad alta voce: “Guarda, guarda! C’è Mauro Corona! Lo vedi? Mauro Corona! Là, lo vedi? Lo vedi?” “Dove? Ma dove?”, fa la figlia, alzandosi sulle punte dei piedi e spingendomi per cercare di vedere oltre il palco, “là, là, dall’altra parte, dietro la fontana! Lo vedi? Vai vai, corri a chiedergli l’autografo!” La figlia, con il cellulare in mano, si stringe la borsa sottobraccio e mi passa sui piedi correndo lungo il corridoio di sicurezza, come lo chiamano i volontari che da una mezzora cercano di arginare la folla radunata in Piazza San Marco a Pordenone. Dietro il palco, dall’altra parte della piazza, si intravvede la testa, con la consueta bandana blu sopra i capelli crespi di Mauro Corona. Lo scrittore scultore alpinista poeta saggio, nella sua divisa d’ordinanza, è in maniche corte, come il Dalai Lama, nonostante i dodici, tredici gradi: maglietta blu e pantaloni tirati sotto le ascelle.
All’arrivo di Paolo Giordano il gruppetto di ragazzi dietro di me, con un’occhiata stabilisce che è più piccolo e più giovane di come sembrava in fotografia, tanto gli bastava, e decide di andarsene prima che l’incontro abbia inizio.
Paolo Giordano, scrittore esordiente, Premio Strega e Premio Campiello Opera Prima a ventisei anni non ancora compiuti con “La solitudine dei numeri primi”, con un sorriso timido, jeans, maglioncino e giubbotto di pelle nera, sale sul piccolo palco in legno accompagnato da Marino Sinibaldi che condurrà l’incontro, e lentamente, un po’impacciato si siede.
La gente applaude, commenta, mormora, il cagnolino grigio in braccio alla ragazza dietro di me abbaia, qualcuno alza il cellulare per riprendere lo scrittore, un paio di fotografi ufficiali scattano fotografie da varie angolature.
Paolo Giordano si guarda intorno, parte con un filo di voce, e tirandosi giù la maglietta sulla schiena, chiede al pubblico in attesa un attimo di tempo per abituarsi alla situazione. Mi giro a guardare verso il pubblico e lo vedo dalla sua prospettiva: la piazza, un catino leggermente in discesa, come un teatro naturale, affiancato da una fila di portici e dal muro del vicino sagrato della Chiesa di San Marco, è affollata da centinaia di persone. Una buona parte ha trovato posto a sedere, dopo una lunga attesa, in una coda ordinata che si dipanava dall’entrata nella piazza per un centinaio di metri, tutti gli altri si sono disposti, in doppia e tripla fila, lungo i portici e sopra il muro che sovrasta la piazza. Altri, come me, sono a ridosso del palco. In tutta la piazza non c’è un buco libero. Centinaia di persone immobili, facce attente, bendisposte. Tutti, in silenzio, aspettiamo l’inizio dell’incontro.
Cosa pensa un ragazzo di venticinque anni, che pure ha scritto un bel libro, non eccelso ma bello, che è diventato senza che nessuno se lo aspettasse, lui meno che mai, il caso editoriale dell’anno, di fronte a centinaia di persone che attendono di sentirlo parlare? E noi? Cosa stiamo aspettando di sapere noi, tutti quanti? E tutte le ragazze e le giovani donne sedute tra le prime file con il suo libro in mano, sono venute per vedere il ragazzo Paolo Giordano, che è pure un bel ragazzo, o per ascoltare lo scrittore? E gli scrittori si ascoltano? Una volta non bastava leggerli? Una volta ci bastava aprire un libro e leggerlo, non sapevamo neanche che aspetto avesse chi lo scriveva, né come fosse arrivato a scriverlo né perché. Al massimo c’era chi cercava nelle prime, seconde e terze stesure, ritrovate a distanza di anni dalla pubblicazione, il perché di certe scelte stilistiche o narrative, ma a nessuno sarebbe venuto in mente di chiedere ad uno scrittore se aveva la morosa o no, o dove andava in vacanza d’estate. O forse ce lo siamo sempre chiesti, ma nessuno osava dirlo.
Stessa situazione un paio di ore dopo, qualche centinaio di metri più in là, in Largo San Giorgio, dove, sotto un tendone affollatissimo, Mauro Corona parla al pubblico. Il pubblico rumoreggia benevolo, sorride, commenta con il vicino, annuisce, scoppia in brevi applausi, approva.
Mauro Corona ripropone il suo personaggio. O forse ripropone solo sé stesso, il vecchio ragazzo di paese, sopravvissuto al Vajont, l’alpinista e il poeta dei boschi, ma a questo punto della sua carriera di scrittore affermato, è difficile dirlo. Forse non lo sa più neanche lui se quello che si vede in pubblico è sempre lo stesso Mauro Corona.  Il personaggio si sovrappone alla persona e guardandolo parlare da fuori del tendone, discosti dal suo pubblico, è più facile chiedersi se quella maglietta blu a maniche corte che di sicuro lui porta da sempre, anche sulla neve, girando solitario per Erto, non sia ormai caldeggiata dai suoi agenti letterari, se la bandana stretta in testa sopra i capelli scomposti non sia suggerita come il cappellino di tela verde per Vasco Rossi o il mezzo cilindro per Zucchero, ora che dalla piccola casa editrice provinciale della friulana Biblioteca dell’Immagine, è passato alla Mondadori . Cosa succederebbe alla sua immagine cartonata nelle librerie, il disegno di un mezzobusto a braccia conserte, con maglietta, riccioli e bandana, se improvvisamente Mauro Corona decidesse da domani di tagliarsi i capelli, mettersi un cappello di lana a righe rosse, vestirsi con una felpa a maniche lunghe perché improvvisamente sente freddo o s’è beccato una periartrite?
I librai dovrebbero rifare le vetrine, gli agenti riformulare i contratti, il marketing ripensare alla prossima copertina e alla prossima pubblicità. Che casino ragazzi. Meglio continuare a vestirsi allo stesso modo, meglio ripetere le stesse frasi in tutte le interviste. Ripetere che bisogna insegnare ai bambini che nasceranno domani che non bisogna spendere, che i soldi fanno schifo, che non ha senso possedere un sacco di oggetti inutili. Che bisognerebbe imparare a vivere togliendo, eliminando il superfluo, con lo stesso procedimento di chi, intagliando il legno, a poco a poco, si vede nascere una scultura tra le mani: chi crea non aggiunge, casomai elimina. Sante parole. La gente approva, scatta fotografie con il cellulare, applaude.
Perché non riesco mai a stare sotto il tendone con gli altri?
Anzi, dov’è che potrei stare sotto un tendone con tanta gente senza farmi domande?
 
 

PASSAGGIO A LIVELLO

18 settembre 2008
un racconto
Devo restituire il libro in biblioteca. Ormai sono due mesi che ce l’ho, e se finora non ho mai avuto voglia neanche di aprirlo, vuol dire che non lo leggerò più.
E se la Debora mi chiede com’era, mi inventerò qualcosa. Che era interessante, o che mi aiutava a prendere sonno la sera. Ma se le dico così, forse penserà che era noioso e che non mi è piaciuto. Però potrebbe anche pensare che era un buon libro, perché in qualche modo mi aiutava. Lei è una che vuole sempre aiutare. Aiutarmi. Anche quando è al banco della biblioteca chiede a tutti se può aiutarli. Anni fa, mi disse che che quando aveva fatto lo stage a Londra, le avevano insegnato a dire così: “posso aiutarla?” Qui però la gente la guarda un po’ sorpresa. Mica tutti hanno bisogno di aiuto, e se ce l’hanno di solito non lo chiedono. Sono quelli che non hanno bisogno, quelli che di solito chiedono aiuto.
In parrocchia c’era la fila. I Lamentosi, li chiamava don Mario, quando era da solo con me e magari mi stava raccontando quelle belle storie che sapeva lui. Che non sembrava neanche un prete.
“Scusa Luciano – mi diceva – c’è un Lamentoso che mi cerca. Ma torno subito, tu intanto gioca con la Debora .“
Due palle mi facevo a giocare con la Debora. Lei e le sue Barbie. Arrivava in canonica con sua madre, che era una Lamentosa di prima categoria secondo me, e pure secondo mia madre che non chiedeva mai niente, e che invece avrebbe avuto da chiedere, eccome. Arrivava con il suo zainetto rosa strapieno di libri, quaderni, merendine e quelle bambolette secche, americane del cazzo, piene di quei capelli biondi, rossi, assurdi, dritti, rigidi, che lei si ostinava a pettinare, a farci le trecce e le code di cavallo. Lei che invece aveva i capelli ricci, ricci e crespi come i neri, anche se era bionda.
A me le donne sono sempre piaciute in carne, anche da piccolo, e mi chiedevo cosa ci trovasse di bello la Debora in quelle bambolette. Forse perché loro erano magre e lei invece era grassotta, già da bambina. E insomma noi si stava lì tutto il pomeriggio, io a volte anche fino a notte, quando finalmente arrivava mia madre a prendermi, se non si dimenticava.
Io facevo i compiti, leggevo, e se la Debora non mi incastrava in qualche gioco balordo di principi e principesse, giravo per il cortile, guardando gli altri che giocavano a calcio.
Gli altri, quando finivano le partite, entravano di corsa, ridendo, urlandosi dietro, prendendosi a spintoni o saltando e correndo per tutto l’oratorio. Don Mario metteva dentro la testa dalla sua stanza e gli urlava di farla finita, di stare zitti e mettersi a far merenda. Allora loro ci chiedevano se avevamo da cambiare le monete per prendersi la coca dal distributore o se sapevamo dove erano finite le palline o le racchette per il ping pong. Come se noi, io e la Debora, fossimo i custodi dell’oratorio. Una piccola coppia di portinai. Marito zoppo, anzi, storpio, e moglie grassa con tante piccole figlie secche e bionde. Io, il marito, di sicuro cornuto, primo perché nero di capelli, secondo perché storpio. O forse, anzi meglio: primo perché storpio, secondo perché nero di capelli. E in ogni caso, secondo loro, sarei anche stato fortunato ad avere avuto una moglie, anche se era la Debora, che nessuno di loro aveva mai badato, perché era grassa e aveva gli occhiali. E sarei stato ancora più fortunato quando poi, da grande, la Debora crescendo era dimagrita, si era messa le lenti a contatto, era quasi diventata figa, aveva studiato ed era diventata bibliotecaria.
Ma in ogni caso, non era mai successo niente, primo perché lei moriva dietro a quell’idiota di Mirko, secondo perché per me Debora era come mia sorella, anzi meglio di mia sorella, e terzo perché era meglio così.
Ma loro, e tutto il paese, avevano continuato a pensare che lei non mi avesse voluto. Ed era ovvio. Del resto, che ci faceva uno come me, con una famiglia come la mia, con una ragazza normale.
Lei aveva continuato con questa storia del volermi dare una mano, del volermi aiutare, del volermi essere vicina, e quanti altri modi di dire si sarà inventata in tutti questi anni per non dirmi, una volta per tutte, che tanto con me non ci avrebbe mai scopato.
Perché, alla fine, tanti anni fa, c’è stato un momento in cui quella era davvero l’unica cosa che mi importava, e lei era l’unica ragazza che conoscevo. E che mi voleva bene. O io volevo bene a lei, non ho mai ben capito. E comunque, niente, tra di noi, sarebbe mai stato possibile,
con sua madre di mezzo, e con suo padre, e mia madre, e il paese, e lei, e io.
L’avevo capito già ai tempi delle superiori: lei tornava dalla scuola in città con il treno e io, chiusa l’officina, che poi era il magazzino sotto casa, l’aspettavo al binario. Da sempre, con mia madre e mia sorella, abitavamo di fianco al passaggio a livello, vicino alla stazione, in quello che era stato l’alloggio del casellante, prima che mettessero le sbarre automatiche, una casa dove nessuno voleva più abitare perché si diceva che portasse disgrazia.
Ma a me piaceva stare lì, mi piaceva vedere i treni arrivare e partire, e mi piaceva aspettare la Debora, vederla scendere dal treno, tutta allegra, con i libri in mano e i ricci saltellanti, e raccontarmi della mattinata mentre la accompagnavo verso casa.
Sua madre non mi chiamava più Lucianino già da un pezzo e quando le apriva il cancello, e dalla finestra ci vedeva lì in strada a chiacchierare, le strillava di muoversi che era pronto, e a malapena mi salutava.
Lei si dispiaceva per me, per sua madre, per suo padre che era sempre malato, che ci tenevano tanto che lei studiasse e facesse un buon matrimonio, voleva far contenti tutti e non faceva contento nessuno. Tantomeno sé stessa.
 
Era stato anche per questo che avevo cercato quel lavoro a Milano. Fuori dai piedi, via, via, via, via da tutto. Mia madre ormai stava con il romano giù in paese, mia sorella se n’era andata già da un pezzo, sposandosi a diciotto anni con uno che se l’era portata in Germania, Don Mario era morto da anni, e la Debora ormai era via, all’Università, e da un po’ si diceva che a breve si sarebbe sposata con quel tipo, quello che la mollava una volta al mese e con cui poi ha fatto due figli.
Nel vecchio casello ero rimasto solo io. Non ci stavo più volentieri, anche se i treni mi facevano compagnia. La notte non dormivo più, e il giorno non arrivava mai.
In paese si diceva che anche il casellante, che aveva abitato lì anni prima, quando ancora le sbarre si abbassavano azionando a mano un argano, soffrisse di insonnia, e che da quando la moglie lo aveva mollato, scappando con uno di Torino, tra l’espresso dell’una e il merci delle cinque del mattino, girasse di notte per il paese.
Una bella notte d’estate però si era addormentato, seduto ad uno dei tavolini del bar Centrale, di fronte alla chiesa. Forse era stanco di camminare quella notte lì, si era seduto per riposarsi un po’, e finalmente era arrivato il sonno.
Nessuno aveva chiuso le sbarre al passaggio del primo treno del mattino, e il merci aveva investito una ragazza, una giovane infermiera che in bici tornava dal turno di notte in ospedale. Dicono che il casellante si svegliò al rumore della frenata che echeggiò per tutto il paese addormentato, corse disperato verso il passaggio a livello, vide il merci immobile, silenzioso nella notte chiara, sentì, lontane, le urla dei macchinisti che correvano verso la stazione, e vide quello che era successo. Qualcuno, quella notte, l’aveva visto per l’ultima volta lungo i binari, la borsetta rossa della ragazza tra le mani, e poi più nulla.
Nessuno, da allora, lo aveva mai più rivisto, ma io, da quando sono tornato a vivere qui al paese, la notte ci parlo, perché lui, invece, gira ancora per il casello. Che sia vivo o morto non lo so, ma di sicuro, tra l’eurostar dell’una e venti e il regionale delle cinque e trentotto, io so che lui è qui intorno.
Lui torna, di corsa, tutte le notti, per chiudere le sbarre. Arriva, affannato, fa un gran casino con la porta da basso, cerca tastando nel buio, la vecchia lampada che io gli lascio a portata di mano attaccata al muro in entrata, esce, gira intorno al casello, e ogni notte, con un lamento soffocato, cerca, cerca, cerca ma non trova, l’argano a manovella per abbassare le sbarre. Poi, finalmente, all’improvviso, scatta tutto l’impianto: il dispositivo fa suonare la campanella d’avviso e lampeggiare le luci, e le sbarre scendono lentamente sulla strada. Allora, piano piano, lui rientra. Leggero, sale le scale, e si mette tranquillo, seduto, quieto, nell’angolo della camera da letto.
 
Ci facciamo dei gran discorsi io e lui. Più che altro io parlo, e lui ascolta.
Gli racconto di Milano, della fabbrica, di come erano stati duri i primi tempi. Poi, mentre parlo, delle volte ci ripenso, mi fermo e dico: ma che sto dicendo? perché non è che prima o dopo la vita fosse stata più semplice. È che delle volte mi piace pensare che ad un certo punto era andata meglio, che finalmente anche per me le cose avevano cominciato a girare in un altro modo, diverso dal solito, insomma. Ma a me posso anche raccontarmela, a lui, no. Lui mi guarda, nel buio, seduto sulla sedia, tra il cassettone e la finestra. È calmo, silenzioso. Anche lui non dorme mai, e sa che fino al mattino può starsene lì seduto, ad ascoltarmi. E delle volte, è così preso ad ascoltare i miei ricordi, che anche lui non si accorge che fuori il sole è già alto e che dovrei aprire le imposte. Io qualche volta faccio apposta, faccio finta di non vedere che tra le imposte filtra la luce per tenerlo lì, a parlare, a raccontargli, perché so che appena apro le finestre lui se ne va.
 
L’altra notte per esempio, gli stavo raccontando di quando in mensa, alla fabbrica, avevo conosciuto l’Angela. L’Angela mi sorrideva sempre quando arrivavo per il pranzo. Lavorava in cucina, ma finito di cucinare dava una mano a portare via i carrelli con i vassoi. Mi piaceva guardarla mentre puliva svelta i tavoli, la pelle ambrata, i capelli lucidi, neri che sfuggivano alla cuffia azzurra. Sorrideva ed era gentile, ma era una che sapeva anche farsi i fatti suoi.
Poi, era successo tutto così in fretta che neanche mi ero accorto di essere felice. Lei era venuta a stare da me, io avevo continuato a uscire la mattina, a mangiare in mensa a mezzogiorno e a tornare a casa la sera sul mio autobus. Ogni volta, quando tornando vedevo la luce accesa in casa mia, mi fermavo un attimo, sotto, in strada, a guardare la finestra illuminata. Lei mi preparava il bagno e io, mentre lei cucinava, stavo anche una mezzora nella vasca a guardare la sua biancheria rosa appesa al filo insieme alla mia.
Quando una sera mi spiegò che sua madre stava morendo, e che doveva tornare a Manila, Angela piangeva. Lei non parlava bene l’italiano, e io non capii molto. Forse sarebbe tornata, forse no. Aveva anche un bimbo laggiù.
Per un anno e mezzo continuai a uscire la mattina per andare al lavoro, a mangiare in mensa, e a prendere l’autobus per tornare a casa la sera, poi, un giorno mollai tutto e decisi di tornare qui, al paese.
“Hai fatto bene” aveva sussurrato dal buio una voce spenta, qualche minuto dopo che avevo finito di raccontare. Era la prima volta che il casellante commentava le mie parole, e io guardai sorpreso verso l’angolo dove stava seduto. “Bene … Ho fatto bene a far cosa? “ gli chiesi. “Hai fatto bene a tornare qui. Un uomo deve sapere quando è arrivato il momento di arrendersi.” mormorò lui lentamente. Sì, hai ragione, pensai io, vorrei tanto lasciarmi andare. Smettere di lottare contro il mondo. Sono proprio stanco. Ho solo tanta voglia di dormire.
Lui non rispose nulla e improvvisamente mi venne una gran rabbia: eccoci qua, lo zoppo e il cornuto a lamentarci della vita! Che bello spettacolo che eravamo. “E chi ti dice che io mi sia arreso?” sbottai allora io. “E poi, proprio tu parli di resa. Proprio tu che ogni notte, da vent’anni, corri qui a chiudere le sbarre.” Seguii una lunga pausa. Guardavo nell’oscurità e non vedevo nulla. “Infatti, io non ho mai saputo capire quando è arrivato il momento di arrendersi. Ma per te, può essere diverso.” disse, piano, la voce nel buio.
 
La mattina del cinque febbraio, ben prima dell’alba, l’aria era tersa e limpida. Non c’era traccia di foschia, né di nebbia, che è pure consueta in quella stagione, in quella zona di risaie tra Novara e Milano. I fari del regionale delle cinque e trentotto, solo qualche chilometro dopo la stazione di Novara, illuminarono improvvisamente la figura di un uomo. L’uomo era fermo in mezzo ai binari, le braccia alzate, le mani ben aperte, dritte sopra la testa. Il macchinista frenò disperatamente, tirando la rapida con tutte le sue forze. Non riuscì neanche a provare a suonare, tanto la cosa era stata improvvisa.
I viaggiatori, perlopiù pendolari, alcuni addormentati, qualcuno in piedi, ancora in cerca di un posto, rovinarono gli uni sugli altri, mentre valige e zainetti cadevano dai ripiani e cappotti, cappelli, cartelle e pacchetti volavano negli scompartimenti. I due macchinisti scesero immediatamente dalla locomotiva. Le porte rimasero bloccate. Il capotreno e gli altri ferrovieri corsero verso la testa del treno facendosi largo tra i passeggeri. I macchinisti, sgomenti e già atterriti dallo spettacolo che aspettavano di trovarsi davanti, camminavano lentamente lungo la massicciata. Passarono davanti alle sbarre chiuse del passaggio a livello con la strada provinciale, arrivarono all’ultima carrozza, andarono ancora più indietro, scrutando ansiosamente nell’oscurità, anche se il primo macchinista era sicuro di avere investito l’uomo proprio all’altezza del passaggio a livello, ma la frenata poteva essere stata più lunga di quanto sembrava. Andarono avanti e indietro lungo il treno per due volte, guardarono intorno puntando le lampade verso gli altri binari, mentre ormai si sentivano avvicinarsi le voci dei ferrovieri della vicina stazione e arrivava anche una macchina dei carabinieri, i lampeggianti blu accesi. Nessuno trovò niente. Nessuna traccia di investimento. Nulla di nulla.
Intanto i passeggeri erano tutti affacciati ai finestrini, si guardavano intorno, commentavano tra di loro, e cercavano di capire cosa fosse successo.
Qualcuno guardò verso il passaggio a livello, e nell’ombra, vide un ragazzo zoppicante che camminava lentamente verso il vecchio casello. Lo seguii con lo sguardo per qualche secondo, e quando passò sotto un lampione ai bordi della massicciata, gli sembrò strano che stringesse al petto una borsetta da donna rossa. Poi sentii freddo, con un brivido chiuse il finestrino, e non ci pensò più.
  
 
In memoria di uno sconosciuto
 
 
 

BASILICO

14 settembre 2008
La mia piantina di basilico, comprata al mercato a fine maggio è cresciuta.
Era una piantina di una quindicina di centimetri in un vasetto di plastica nero. La donna baffuta del mercato mi urlò, come se io fossi sul marciapiede di fronte, ma era solo il suo normale tono di conversazione, che avrei dovuto trapiantarla in vaso e togliere via via le foglie dall’alto, o dal basso, non mi ricordo più, perché così si sarebbe ingrandissata, insomma, la pianta se sgrandisse se te ghe cavi e foje dall’alto. O dal basso.
Così feci, e per la prima volta, invece che buttare piantina e vasetto dopo un paio di settimane, ho ottenuto una vera pianta di basilico. Alta, ramificata, verde. Verde basilico.
Per tutta l’estate è stato tutto un mettila dentro la sera se minaccia vento o pioggia, mettila fuori al sole alla mattina, riparala dal sole troppo forte del pomeriggio con una mezza imposta chiusa, che così sta in ombra se ha troppo caldo. Ho dovuto perfino potarla.
E poi due pentolini d’acqua alla sera, un po’ di fertilizzante ogni due, tre settimane. E raccogliere piccole foglie gialle, cadute, piccoli petali bianchi un po’ appassiti portati dal vento sul pavimento della cucina. Le cose vive perdono sempre qualcosa.
Nei pomeriggi d’estate la guardavo circondata da vere vespe che ronzando impercettibilmente, entravano a curiosare nei suoi piccoli fiori bianchi, uno alla volta, e portavano via il suo polline, chissà dove, chissà per farci cosa. Come se fosse una vera pianta di basilico in mezzo ad un campo, e non una piccola pianta in vaso sul davanzale di una cucina a trenta metri dalla statale.
Delle volte, mentre lavo i piatti, la guardo sul davanzale della cucina, e faccio ragionamenti silenziosi sulla natura e sull’universo.

FINE ESTATE

13 settembre 2008
lignanoIl bagnino, che da giorni, dall’alto della sua torretta domina la spiaggia, in solitudine, figura indistinta, in semi ombra sotto il sole abbagliante, rassicurante nel suo paziente osservare il mare blu, lontano, fino all’orizzonte, e pure nel tener d’occhio, come un padre indulgente, sotto, tutti noi, banali bagnanti spalmati di creme abbronzanti, alle prime gocce, per la prima volta, si toglie gli occhiali scuri a specchio, scende la scala della torretta, e si svela per essere un piccoletto, bruttino, rincagnato e dal naso a becco.
Sul mare il cielo è ancora sereno, azzurro, quasi limpido, mentre da terra, dalla pianura arriva un suono, basso, lontano, di tuoni, e un fronte compatto di nuvole blu scuro.
Le onde diventano verdi, grigie, cupe,  all’improvviso raddoppiano la loro frequenza mentre una gigantesca ombra a mezzaluna, lenta e incombente come l’astronave di Startrek, avanza da terra.
Il vento si alza da est, a raffiche. Tre, quattro uomini in canottiera rossa, accorrono dal fondo della spiaggia a chiudere gli ultimi ombrelloni lasciati aperti dai pochi turisti in fuga, mentre qualcuno ancora rimane in riva a guardare il mare diventare nero.
Nel giro di mezzora l’estate è finita.

IL SIGNOR TOTO

7 settembre 2008
Lettura domenicale dagli archivi del giro del mondo.
Giappone 144
Il Signor Toto in Giappone deve aver fatto i miliardi.
"Toto" è il nome del costruttore o della ditta che in Giappone ha prodotto tutti i gabinetti con cui sono entrata in contatto ravvicinato negli alberghi, per le strade e nei luoghi pubblici: negozi, bar e ristoranti durante il mio soggiorno giapponese.
I giapponesi dimostrano per i gabinetti una passione smodata, che appare così diffusa e così sentita, che non riesco a trovare un omologo nazionale italiano.
C’è da chiedersi come facessero prima della nascita del signor Toto, o in quali condizioni miserevoli fossero i loro gabinetti prima del suo avvento, per avere poi deciso di cambiarli tutti unanimemente.
Non so se arrivare a definire il Toto uno status symbol, perché, in effetti, il prezzo non è proprio stracciato e alla portata di tutti, perché va dai 70.000 ai 130.000 yen, come dire dai 500,00 ai 900,00 euro. (l’ho visto in vetrina, non e’ che voglio comprarmene uno).
Un bel po’ di più dei nostri gabinetti della ideal standard degli anni del nostro boom economico negli anni 60. Ma paragonare il nostro ideal standard ad un Toto, è come paragonare una Panda ad una Ferrari.
Intanto devo fare una premessa: come ho già detto altrove, la pulizia e la cura dei bagni giapponesi non hanno nulla a che vedere con quella dei nostri. Anche nella più infima osteria, ho trovato un bagnetto profumato, con i soliti quattro rotoli di carta igienica, un mazzolino di fiori e il Toto.
Di sicuro i giapponesi hanno una cura per i particolari, un gusto per le belle cose e un senso della pulizia e dell’ordine che da noi non esistono. O di sicuro è molto diverso, e certamente non si avverte nella gestione della cosa pubblica.
Insomma per farla breve, il Toto è un gabinetto de luxe e superaccessoriato. Giappone 077
Da noi, nei gabinetti moderni, esistono al massimo due possibilità: più acqua o meno acqua.
Il Toto, invece, è governato da una centralina elettronica con disegnati dei culetti stilizzati dove l’utente può scegliere: se vuole lavarsi davanti, dietro, in mezzo, a spruzzo, se vuole tanta acqua o poca acqua e altre opzioni che non sono riuscita a decifrare perché le istruzioni erano solo in giapponese. Inoltre, il sedile è meravigliosamente riscaldato, di solito ci sono appunto almeno quattro rotoli di carta igienica perché non si sa mai, un dispenser di coprisedile di carta, e un altro dispenser di detergente/disinfettante con le istruzioni per lavare il sedile prima di sedersi nel caso che qualche straniero sporcaccione l’avesse fatta fuori.

Ma la finezza insormontabile, in cui ritrovo tutta quella giapponesità così palpabile, fatta di timidezza, riserbo, gentilezza e rispetto per il prossimo, è un riproduttore acustico di scrosci d’acqua. Insomma un registratore elettronico di sciacquoni che si attiva con una fotocellula, passandoci davanti la mano nel momento del bisogno, appunto, e che va a coprire i rumori molesti.Giappone 142
Del riproduttore sonoro di sciacquoni, avevo già letto tempo fa a proposito delle grandi ditte giapponesi che avevano rilevato enormi costi nella fornitura d’acqua di cui non avevano saputo darsi spiegazione. Fatte le debite indagini, avevano scoperto che le timide e riservate impiegate giapponesi, quando andavano al bagno, per coprire eventuali rumori, usavano tirare l’acqua più volte. Fatti due conti, constatato che, moltiplicato il numero delle impiegate per le pipì fatte ogni giorno e i litri d’acqua sprecati ogni volta, si spendevano un sacco di soldi, i dirigenti avevano deciso di comprare questi dispensatori di suoni idraulici.
Questi registratori sono però una finezza che non ho trovato dappertutto. Probabilmente un optional del Toto.

La sorpresa è stato trovarlo all’interno di un tempio zen a Kyoto. Un tempio nel pieno centro della città, nel quartiere antico di Gion, uno dei quartieri superstiti, rimasto quasi illeso dopo i bombardamenti americani della seconda guerra mondiale. Tra l’altro ho scoperto che un buon 80/90% delle grandi città giapponesi è andato distrutto durante la guerra o nei molteplici incendi nel corso della storia, e che una buona parte dei templi è stata ricostruita tale e quale era prima della guerra e utilizzando gli stessi materiali. Dicevo, che in questo splendido quartiere, dove vivono tuttora le geishe, e si ritrova nelle strade, nelle costruzioni, nell’architettura e nell’armonia delle cose, lo spirito dell’antico Giappone, c’era questo piccolo tempio zen, il Giappone 129Kenninji, in cui mi sono persa per ore, meditando di diventare buddista, farmi monaca e vivere lì per sempre.
Un luogo incantato, fatto di silenzio, di passi leggeri di piedi scalzi sui pavimenti legno, di sommesso gorgogliare di fontanelle d’acqua e di prospettive insolite e armoniose: un giardino zen, con il ghiaino tirato a righe concentriche, che si intravvede tra le foglie rosse di un acero e i riquadri di carta di una parete scorrevole. Un piccolo acquario con un pesce rosso che si muove lentamente davanti ad una finestra aperta su un altro giardino dove diresti che ogni piccola pianta, ogni arbusto, ogni filo d’erba ha un senso nel suo colore, nella sua forma e nella sua posizione, ed è stato piantato lì, cresciuto e curato amorevolmente perché tu lo dovessi scoprire.
In questo piccolo tempio, il bagno, dove, come in tutti i bagni giapponesi, si entrava cambiando le ciabattine date in dotazione all’entrata, e infilandone delle altre, aveva il suo "Toto", e accanto al Toto sfiorandolo appena con una mano, gorgogliava l’optional.
E così, in un tripudio sonoro e molto zen, di cascatelle cristalline e di tintinnanti acque purissime, anch’io, come le timide e ritrose impiegate giapponesi, ho fatto la pipì.

 

PIANEROTTOLO 2, EASY VERSION

3 settembre 2008
(tempo di lettura: 3 ore per Marino, 13 minuti per gli altri utenti)
Pinchi e Mimi, che sono due gatti, (Pinchi è un gatto di color nero/marrone, di pelo abbastanza folto, con coda molto pelosa e grandi occhi verdi, Mimi è una siamese marroncina, color siamese, con occhi appannati di colore indefinito e coda a grappolo, dell’apparente età, rispettivamente di anni 6 e 20), in questi giorni stazionano spesso sulle scale dell’edificio in cui attualmente risiedo, in particolare sulla scala che dal secondo piano porta verso la terrazza a livello del tetto..
La loro padrona, mia vicina di casa, Signora N.S., dell’apparente età di anni 80, abitante al n. 18 di Via P. a T., pare stia al momento trascorrendo un breve periodo di vacanza nella sua casa di T. di Cadore, luogo del quale è originaria.
I figli della Signora N., da me denominata signora dei gerani, per il fatto di avere a lei fatto riferimento in un precedente post, e alla sua abitudine di coltivare innumerevoli piante di geranio rosso in vaso, allocandoli sul terrazzo dell’edificio dove entrambe risiediamo, insieme ad un’altra famiglia a lei imparentata, hanno deciso di portare la loro congiunta per qualche giorno a T. di Cadore. La signora, pertanto, ha avvisato i suoi gatti, i soprannominati Pinchi e Mimi, che si sarebbe assentata solo per il week end, ma, avendo tratto beneficio dal soggiorno montano, e perdurando qui nella sua città di residenza un periodo di particolare afa estiva, pare abbia deciso di continuare il suo soggiorno montano per, all’incirca, sette giorni.
Pare inoltre, che i parenti della Signora N., abitanti nell’appartamento sottostante, al primo piano dell’edificio, che avevano avuto l’incarico di provvedere al mantenimento di Pinchi e Mimi, fornendo loro quotidianamente croccantini e acqua versandola nelle ciotole, una rossa e una verde,  appositamente predisposte nella cucina dell’appartamento della Signora N., non abbiano ritenuto opportuno avvisare i due gatti dell’inattesa e inaspettata decisione della loro padrona di trattenersi fuori sede, e sembra pertanto che i due animali siano rimasti alquanto sconcertati e spaventati dal protrarsi dell’assenza della Signora N.
I gatti sono infatti notoriamente considerati animali molto abitudinari, e nonostante quello che comunemente si pensa, in molte circostanze, si è notata una certa loro capacità di dimostrare veri sentimenti di affetto e attaccamento al loro padrone.
Quindi, nonostante il fatto che qualcuno, in particolare la nuora della Signora N., abitante nell’appartamento sottostante, provveda al loro mantenimento, fornendo loro con regolarità croccantini e acqua, i due animali dimostrano con il loro comportamento un disagio e un irrequietezza che, senza particolari dubbi, possono essere ricondotti all’assenza della loro padrona.
Poiché la tenutaria di questo blog abita da diversi anni nell’edificio sopra descritto, intrattiene rapporti di buon vicinato con la signora N., i suoi gatti e la famiglia abitante al primo piano, e poiché sia la Signora N. che la famiglia del primo piano considerano la tenutaria di questo blog persona onesta e affidabile, e poiché possiamo ritenere che un qualunque comune ladro potrebbe aver ragione in quattro e quattr’otto dei portoncini di casa dei tre appartamenti, è invalsa l’abitudine tra i tre coinqulini di non chiudere a chiave la porta, di lasciarla accostata, e perfino talvolta socchiusa.
La tenutaria pertanto, tornando a casa ieri sera e trovando Pinchi e Mimi sulle scale, notando una certa loro irrequietezza e agitazione, ed essendo mossa a commozione al ricordo del suo defunto gatto Micio, ha pensato quindi che i gatti suddetti avrebbero tratto giovamento da un sovrappiù di croccantini e da qualche carezza che andasse a consolarli e a confortarli della mancanza della loro padrona. Ha cercato pure di spiegar loro le ragioni del mancato rientro a casa della Signora N., ma ritiene di non essere riuscita a farsi capire. Prova ne è la lunga, commossa, smarrita occhiata che i felini, pure intenti alla loro cena, hanno lanciato in direzione della loro vicina al suo allontanamento dall’appartamento della Signora N.

PIANEROTTOLO

2 settembre 2008
Pinchi e Mimi aspettano sulle scale. A quest’ora la loro padrona, la signora dei gerani, di solito scende lentamente i gradini, con le brache azzurrine del pigiama che spuntano dalla vestaglietta di tela a disegnini, e appoggiandosi al corrimano, va giù a chiudere la porta del giardino interno, prima di andare a letto.
A volte la incontro quando torno a casa, sulle otto di sera, la saluto ad alta voce già dai primi gradini per non apparirle davanti all’improvviso, e lei, con un sorriso un po’ affannato, si sposta lentamente per lasciarmi salire le scale. Di solito Pinchi è in ritardo, e lei, con voce velata, lo chiama più volte dalla finestra interna. Lui allora corre, miagolando con la coda dritta, e la signora dei gerani chiude la porta, dopo aver messo la chiave fuori dalla porta, in quello che è il suo nascondiglio segreto: una vecchia acquasantiera di ceramica dipinta a fiori rosa, appesa alla parete del pianerottolo.
Il tintinnio della chiave nell’acquasantiera ormai significa che la giornata è finita, che è sera, e fino al telegiornale del mattino, alle sei, o alle sette? dall’appartamento a fianco non arriverà più alcun suono.
Mimi di solito non si vede. Ormai è sui venti anni, una vecchia siamese dagli occhi spenti e dalla coda mozza, che emettendo flebili miagolii, avanza storticchia sulle zampette, e preferisce restare tranquilla, sul cuscino in cucina.
Stasera invece, come orfani, sono qui tutti e due. Pinchi, perplesso e inquieto, gli occhi verdi sgranati e un po’ spaventati, miagola dai gradini più alti. Mimi, si alza dallo zerbino e come una piccola cieca, si avvicina lentamente per venire a strofinare il musetto sui miei piedi. Avranno mangiato? La nuora della signora dei gerani, venuta a fare un po’ di ordine,  avrà pensato ai due mici?
Dalla porta socchiusa entro piano nella casa buia e silenziosa. Odore di muffa, di chiuso e di marcio. Un secchio arancione per lavare i pavimenti abbandonato in corridoio. Stampe ingiallite di fiori alle pareti. Un grande specchio barocco, ceramiche dipinte, una sedia coperta da un cuscino damascato, un tavolino coperto di lettere e un telefono a muro con accanto, a grandi lettere, una lista di numeri di telefono. La luce della cucina, un neon intermittente, si accende dopo qualche secondo e illumina una vecchia zuppiera sulla credenza, oggetti di rame alle pareti, vasi, vasetti, sacchetti e barattoli su mobili e sedie, tendine di pizzo ingrigito alle finestre. Una vecchia poltrona amaranto davanti alla televisione, il ticchettio di due sveglie e di un orologio appeso alla parete. Cercando tra scaffali, e armadietti ingialliti, trovo un grande vaso di croccantini e ne verso un po’ nelle ciotole dei gatti.
I due mici si girano a guardarmi mentre esco e spengo la luce.

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