Archive for the ‘uomini’ Category

L’UOMO RAGNO NERO

28 maggio 2018

 MAMO

Ho a che fare quotidianamente con ragazzi immigrati perché insegno loro l’italiano.
Sono richiedenti asilo, rifugiati, in attesa di permesso di soggiorno, o se volete, a seconda delle ideologie: migranti, clandestini, o secondo la terminologia francese: sans papier.
Sono i ragazzi, perché perlopiù sono ragazzi, di solito tra i 18 anni e i 25, che vediamo in televisione, nei telegiornali, mentre vengono avvistati da qualche motovedetta, salvati, tirati su dal mare, nudi con il solo salvagente addosso, o mentre salgono la scaletta di qualche nave con addosso una maglietta e un paio di calzoncini. Sono entrati nelle acque territoriali italiane con gommoni, pescherecci, barconi e portati sulle coste italiane da organizzazioni umanitarie o dalla nostra Marina. Di solito sono neri, o quantomeno colorati in varia misura: arrivano da paesi africani soprattutto, ma anche dal Pakistan, dall’Afghanistan, dal Bangla Desh.
Arrivano da paesi con cui probabilmente non avrei mai avuto nulla a che fare nella mia vita se non fossi un’ insegnante, perché chi si sognerebbe di andare in viaggio, per turismo, in uno dei paesi più poveri del mondo? In Nigeria, o in Costa d’Avorio o in Burkina Faso?
Eppure me li ritrovo in classe ogni mattina, tirati a lustro dopo qualche mese dal loro salvataggio, a volte vestiti come un ragazzo europeo, jeans, maglietta e giubbotto, o a volte, vestiti come guappi: occhiali da sole e cappello anche al chiuso, collanone di simil oro al collo, cuffione in testa e abbinamenti di colori sgargianti, giallo, rosso, verde pisello per magliette, scarpe o pantaloni, (soprattutto una passione per le scarpe colorate) che alle nostre latitudini grigiastre sono un po’ un pugno nell’occhio. Quando poi, in classe, l’apparente guappo, si toglie occhiali a specchio e cappello da gangsta, di solito sfoggia un sorriso infantile e contagioso e un’inaspettata autoironia, lontanissima dal suo aspetto cattivo.
Sono vitali, vivaci, curiosi di questo paese che li ospita e di cui a volte non capiscono molto. Ma sono qui e tanto basta. Sono rispettosi e riconoscenti all’insegnante come forse qui da noi si usava un centinaio di anni fa. A volte non sono neanche mai andati a scuola nel loro paese, sono analfabeti, e hanno quindi verso l’insegnante il rispetto e la deferenza di chi riconosce di non sapere nulla verso chi, si suppone invece, che sappia.
Cercano di adattarsi alle nostre insolite abitudini con una saggezza remota, che si percepisce trasmessa, consolidata e insegnata in una lunga e indiscussa pratica di educazione famigliare e che si manifesta nel rispetto, comunque e sempre per chi ne sa più di te, per chi ti ospita, per chi ti insegna, per chi ti aiuta, e sempre e soprattutto per la vita, da vivere sempre e comunque, senza tentennamenti, elucubrazioni o troppe considerazioni.

Del resto, chi di noi attraverserebbe il deserto per giorni e giorni, aggrappato al telaio di un camion, senza furgone di scorta attrezzato con viveri, tende, cucina da campo e servizi, senza assicurazione infortuni e spese mediche stipulata preventivamente in agenzia? Chi si metterebbe su un gommone mezzo sgonfio per attraversare non dico il Mediterraneo, ma neanche una piccola baia, tra la Grotta Azzurra e la Grotta dei Pirati in qualche località turistica senza giubbotto salvagente omologato, pistola lanciarazzi e cima galleggiante? Chi partirebbe, come una cosa che comunque va fatta, per andare a cercare un futuro diverso, forse, ma non è detto, migliore, per se e per la propria famiglia, sapendo di mettere in pericolo la propria vita ma sapendo, pur senza averne la consapevolezza ragionata, che comunque la vita va preservata, difesa e vissuta al meglio delle proprie possibilità? Nessuno di noi lo farebbe. Lo sappiamo benissimo.
Eppure loro l’hanno fatto.
A 17 anni magari, quando da noi il massimo dell’avventura all’estero è prendere l’aereo con l’accompagnatore per andare a fare un corso di lingua a Eastbourne o una vacanza a Ibiza con gli amici, qualcuno di loro ha fatto su una borsa con dentro un paio di magliette, ha salutato la famiglia (se ancora ce l’ha) ed è partito per un qualche posto tra il suo villaggio e le nostre città su un camion con in tasca un indirizzo o il numero di telefono di un conoscente che vive in Europa.

A tutto questo ho pensato questa mattina quando ho guardato il video di questo uomo ragno nero che si arrampica con la destrezza di un acrobata sui quattro piani di un condominio della periferia di Parigi mentre in alto a destra del fotogramma oscilla un bambino di tre o quattro anni attaccato con tutte le sue forze alla ringhiera di un terrazzo.
Allora, immaginiamoci la scena: io passo per caso, mentre, chessò, sto andando a fare la spesa al mercato, vedo un bambino che svolazza appeso a una ringhiera quattro piani sopra di me, e invece di unirmi alla folla di persone che urla, si dispera, si mette le mani nei capelli, fotografa o fa filmati della scena già con l’idea di metterli su facebook o su you tube, senza pensarci due volte, butto un’occhiata là in alto, attraverso la strada e, senza pensare per un momento che potrei cadere e ammazzarmi, mi arrampico come un gatto per una quindicina di metri, prendo il bambino per un braccio e lo deposito, sano e salvo, sul suo terrazzino.
Il video dura 32 secondi in tutto.
Chi l’ha girato è comprensibilmente stato preso alla sprovvista perché non ha neanche inquadrato il momento in cui Mamodou Gassama, 22 anni, maliano, l’uomo ragno nero, si è lanciato nella sua impresa con un salto afferrando il bordo del terrazzino del primo piano. Poi è un susseguirsi di urla, di incitamenti, di applausi fino al ventesimo secondo. Gli ultimi dieci secondi sono in silenzio. Forse qualcosa non ha semplicemente funzionato nella registrazione degli ultimi momenti del salvataggio, forse chi filmava la scena ha inavvertitamente abbassato l’audio. E così gli ultimi secondi sono tutti concentrati, senza il rumore di fondo dello sbalordimento o dell’eccitazione dei presenti, sulla solennità dell’impresa di questo ragazzo che si è semplicemente precipitato senza pensare a nulla in soccorso della vita, pura vita che si dibatteva nella forma di un bambino sospeso nel vuoto, in quell’attimo che poteva essere l’ultimo su questa terra, in un mattino di primavera a Parigi, Francia, Europa.

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GIARDINO TRISTISSIMO

5 febbraio 2013

Lui, scendendo le scale, si fermava quasi sempre un attimo sul pianerottolo tra una rampa e l’altra, un po’ ad aspettare lei che chiudeva la porta blindata con tutti quei giri di chiave, – che stress le porte blindate, una volta, nella vecchia casa, accostavo solo la porta e via, ed era pure a vetri -, e un po’ a guardare dall’alto, attraverso le finestre delle scale, il giardino condominiale lì sotto.

“Tutto secco”, lo si sentiva sussurrare, “giardino tristissimo”.
Lei, scendendo a sua volta, a volte afferrava solo le esse di secco e tristissimo, e sorrideva alzando lo sguardo dalle chiavi, soffermandosi un attimo sul primo gradino, guardandolo di spalle dall’alto, sospeso e quasi mesto, tra un piano e l’altro, a prendersi il tempo di osservare l’erba stentata e giallastra sopra il garage interrato, le grandi piante sottratte alla loro vita precedente alla costruzione del residence e rimaste per sempre incastrate nel piccolo prato, insieme a sobri e misurati cespugli di malva e forsizia, tra le due ali di condominio di terrazzini e di finestre occhiute. Lei, da dietro, immaginava il suo sguardo attento e distante insieme, il mento alto a guardare oltre la prima fila di piante, fino ai margini del prato e l’inizio del parcheggio e degli altri condomini in fondo, un malinconico turista della città.

Lo stesso sguardo, lontano, assorto e svagato insieme, di quella foto al mare, l’anno prima, di profilo, gli occhi chiari, segreti, nascosti dall’aggrottarsi della fronte al sole, un sorriso vago, al nulla, e dietro, un orizzonte di sabbia chiara e di mare e cielo confusi d’azzurro.
Poi, lui si girava, con un finto sospiro le gettava una nitida occhiata sorridente, e scendeva lentamente al piano di sotto.

LA STANZA (si riparte)

5 febbraio 2012

C’è un bel silenzio in casa. Le cose al loro posto, quiete. Fuori il sole tramonta piano, arancione sulle pareti delle case in fondo al giardino. La luce si fa buio.

Amarti è farti entrare in una stanza in cui le pareti sono di rete leggera e luccicante, fili delicati, sottilissimi e traslucenti di ragnatela. Il pavimento è un ricamo lieve, intrecciato di trame luminose, antiche, complesse e fragili: camminarci, anche con passo leggero, ma incauto, può sfogliarle in frammenti di dispiacere, acuto come una scheggia nella pelle, senza fine e senza respiro come il momento del dolore. Intorno, un paesaggio di luce nitida, sospesa e stupita. Attenta.

Lo stesso passo, ma per chissà quale strada, io non lo so, ti giuro, è invece argento vivo di felicità.

Farmi del male è l’ultima cosa che vuoi, lo so. Che fare, allora? Non so.

C’è da fare. Sì, comunque.

SESSO AL MARTEDI’ GRASSO

9 marzo 2011

La “Waka Waka” di Shakira va un casino tra i carri mascherati di questo martedì grasso.
Cercavo di arrivare all’agenzia pratiche auto (sì, ho fatto il gesto epocale: ho comprato l’auto nuova) e mi sono trovata tra la folla moderatamente festante, anzi quasi leggermente perplessa, che assisteva al passaggio dei carri. Il carro dell’Allegra compagnia di Maserada sul Piave in quel momento cercava di farsi largo per le strade del centro, ondeggiando plasticose canne d’organo variopinte eruttanti coriandoli sulla curva a gomito che sbocca in Corso del Popolo.
Era preceduto, appunto, dai membri festanti dell’Allegra compagnia: una ventina di quarantenni, qualcuno sospetto anche cinquantenne, abbigliati a mo’di note musicali che, illividiti dal freddo dopo tre orette di sfilata, il viso serio e accigliato da chi me l’ha fatto fare e maledetta quella volta che Bepi mi ha portato alla riunione quest’inverno che te assicuro che xe pien de fighe, intrecciavano coreografie danzanti sulle note di musicacce disco.
Tre passetti a destra, tre passetti a sinistra, una giravolta, chiudi le braccia, stendi le braccia, una alla volta, prima la destra, poi la sinistra, un battimano e via. Sulla scia delle scuole di balli sudamericani (dio quanto li odio), tutti dietro al gran beccatore, il maestro fustacchione bicipitato: a la derecha a la izquierda, un pochito de qua e un pochito de là.
Dietro arrivava il carro degli Amici di San Giuseppe che sparava “Mamma mia” degli Abba. Sponsor la carrozzeria Bettiol Denis. Altra pattuglia di quarantenni (ma le ragazzine dove sono sparite, non ambiscono più a fare le majorettes?): meduse violette, polipastre verdognole sovrappeso, il gallo del quartiere in versione Capitan Findus, che con due manacce da muratore guidava le danze e il trattore che trainava il carro.
Parte la “Waka Waka” e il ragazzo nero, presunto ghanese (è insieme a Adjatay, il ghanese che ho trovato nel gruppo di alfabetizzazione agli stranieri a scuola) che assiste alla sfilata con le mani in tasca e lo sguardo un po’assente sul marciapiede di fronte, accenna un sensualissimo movimento d’anca. Gli è partito naturale al suono della “Waka Waka”, ma subito si blocca. Non è posto questo per ballare, anche se la musica è pompata a tutto volume, mica siamo al sambodromo o in piazza a Accra o dove diavolo ballano i ghanesi. Non si balla sulla pubblica via di una cittadina del nord est, tra uomini nativi imbacchettati che non saprebbero muovere il bacino neanche sotto ingiunzione del fisioterapista, ora retrofletta su!, e donne che volentieri si lancerebbero in ancheggiamenti lascivi, retroflettendo di gusto, in stile velina intorno al palo della lap dance, ma mai per strada, o meglio, in piazza.
E così corre via l’ennesimo Carnevale, le polipesse verdastre ai lati del carro degli Amici di San Giuseppe, imbottite di maglioni sotto i costumi che tirano sui fianchi, cercano di sculettare come le mulatte del carnevale di Rio e accennano con le braccia il famoso gesto di Shakira: mani unite all’altezza del petto in un su e giù vagamente evocativo di altro movimento sussultorio. Il risultato è così goffo che mi vergogno per loro.
Non commento l’ultimo carro che avanza: una enorme biga azzurra carica di fulmini e saette simil-raggi di fuoco e sovastata da un truce sole giallo e fiammeggiante. Titolo dell’opera a grandi lettere sul cartello davanti al trattore che traina il carro, ma solo per chi non avesse capito il senso dell’opera: Il ritorno di Ben Hur? Il carro del sole? E’ tornata la primavera? No, la risposta esatta è: “Non ci resta che la biga”.
Tutto intorno, il pubblico da sfilata dei carri a carnevale o da fiera degli osei o da autoscontri alla sagra. Quelli che ti chiedi dove stiano nascosti tutto il resto dell’anno: branchi di ragazzini magrissimi e torvi, mani in tasca, jeans strettissimi e ciuffi abnormi, schiere di ragazzette fumanti, spavalde e urlanti che si tengono a manina, tipacci rudi in anfibio e passo montanaro, tris di punk: lei grassissima con le calze smagliate e la minigonna, lui altissimo un po’ gay, l’amico con la cresta viola, sette orecchini per orecchio e un po’ ingobbito, coppiette di emo pallidi e depressi. Insomma tutto l’atteggiarsi della presunta contemporaneità giovanile, ritenuto ancora trendy nei paesi, ma definitivamente out per il capoluogo.
Dio come sono snob.

SICUREZZE

12 dicembre 2010

A me piace lui, un sacco. Lui, non si capisce bene. Probabilmente meno di un sacco, e quindi non se ne fa niente.
Invece io piaccio un sacco a un altro che a me non piace niente. Quindi lo stesso non se ne fa niente.
 
Una volta, più giovani, era tutto più semplice. Ci si piaceva così così, ma comunque si combinava qualcosa, ci si provava, almeno.
Ora gli equilibri sono molto più stabili e allo stesso tempo instabili. Stabili perché ognuno cerca di mantenere quell’equilibrio che gli permette di camminare, senza doversi troppo preoccupare, nel sentiero che si è scavato nella roccia, prima a colpi di piccone, e poi di mazzetta, e poi di scalpellino, e infine con le unghie e anche con i denti. E ci vuole camminare sereno e tranquillo, portandosi in spalla il suo zainetto di storie, amori, dolori, passioni, fallimenti, felicità, perché quello è, ormai, ma senza guardarci mai dentro, che sennò è una gran fatica.
Instabili perché comunque lo zainetto pesa sulle spalle e a volte si ha voglia di aprirlo, rovesciarlo e guardare scivolare fuori tutto quello che c’è dentro, e chi s’è visto s’è visto.
Ci vorrebbe un po’di precariato, non solo nel lavoro.

CONFLITTO OTTICO

4 dicembre 2010

Caro blog, sono uscita con lui. Abbiamo parlato e parlato e parlato e non so cosa ho detto. Anzi, non ho neanche capito di cosa abbiamo parlato.
Mi ricordo solo un lungo sguardo: ci siamo guardati negli occhi per un tempo infinito.
Quello che a me è sembrato un tempo infinito. Venti minuti, mezzora? Ma figurati.
Ho fatto le prove davanti allo specchio e non possono essere stati più di tredici, quattordici secondi. Prova tu a guardare qualcuno negli occhi per quattordici secondi. Davanti allo specchio ho provato anche a sorridere per quattordici secondi, e non è facile. Perché di sicuro stavo anche sorridendo. Eppure avrei continuato per un'altra mezzora, le orecchie un po’mi fischiavano per il silenzio: intorno probabilmente la gente si era fermata. Quelli del tavolo lungo il muro, erano rimasti immobili: uno girato verso il capotavola con il bicchiere alzato a metà, un altro mentre allungava il braccio verso la saliera, un altro ad arrotolare con la forchetta le pappardelle al sugo d’oca. Il tintinnare di forchette e il vociare della tavolata di fondo non c’era più. La cameriera era sulla porta della cucina con tre piatti in mano e perfino il fumo si era bloccato in tre nuvole leggere e sfilacciate fisse sui bolliti di carne e sulle verdure cotte.
Io sapevo da qualche parte dentro di me che avrei dovuto abbassare lo sguardo, o girare gli occhi a guardare da qualche altra parte. Sentivo delle parole lontane che me lo suggerivano, ma era un pensiero che non riusciva a arrivare, appena abbozzato, come se si fosse perso per strada attraversando dei percorsi lunghissimi dentro i ricordi, o i pensieri, ed ero contenta che non arrivasse. E guardavo lui come per capire perché volevo continuare a guardarlo. Forse lui una risposta ce l’aveva. Ma neanche questo pensiero arrivava. Anzi, non partiva neanche.
Alla fine dei quattordici secondi lui ha girato gli occhi, ha visto la bottiglia dell’acqua e ha pensato di riempire i bicchieri. La gente allora, intorno, ha ripreso a mangiare.

APPLICAZIONI TECNICHE

28 novembre 2010

Sono ancora qui, con il pacchettino dei miei temi di bambina di quinta elementare, il quaderno di italiano della prima media, un altro quaderno di temi della quinta ginnasio.
E poi quadernoni di matematica, grafici su fogli di carta millimetrata, problemi di geometria su foglio protocollo.
E poi il quadernone che tenevamo per quella materia assurda che erano le Applicazioni tecniche, in cui riuscii a prendere un cinque nel primo trimestre della prima media, pieno di ritagli di tessuto, disegni di spiegazioni minuziose per realizzare decorazioni natalizie, pesci di carta velina intrecciata e orrendi soprammobili con tappi di sughero.
Ricordo ancora la faccia di mio padre quando vide il cinque in mezzo ai sette e agli otto della pagella: e questo cos’è?! In applicazioni tecniche?? Ma se sei bravissima in disegno! Cercai di spiegargli che qui non si trattava di disegnare, ma che la professoressa era una tipa che sembrava uscita dalle pagine di “Piccole donne”: una con uno chignon grigio, il grembiule nero con collettino bianco ricamato e la mania per i ricami, i centrini all’uncinetto e i cuscini di lana. Gli mostrai il libro che ci toccava leggere sull’economia domestica, con le fotografie di brave massaie che smacchiavano i capi invernali prima di riporli per la bella stagione, o che preparavano la conserva di pomodoro per l’autunno o facevano scopette portafortuna in rafia o portaforbicine in panno lenci.
Io odiavo le applicazioni tecniche, odiavo lei, il suo modo di parlare, odiavo i suoi cazzi di cuscini e le sue cazzo di lezioni, cazzo! (non dissi cazzo né cazzi). Non dissi neanche che al momento stavo leggendo “L’eunuco femmina” di Germaine Greer che avevo trovato tra i libri di mio fratello, perché mio fratello portava a casa anche Playboy e altri libri strani che forse non avrei dovuto leggere, anche se nessuno mi aveva mai detto niente a proposito.
Non ci capivo molto, nel libro, ma quello che diceva sulle donne mi pareva giusto e nuovo. Molto più di tutte quelle menate su centrini e brave donne di casa.
Mio padre disse che sarebbe andato a parlare con la professoressa di Applicazioni Tecniche, e la cosa mi sembrò stranissima perché i miei non andavano mai a parlare con i miei insegnanti. Tanto cosa vuoi che mi dicano? Che sei brava? Beh, sì, per esempio, pensavo io. Tanto lo sappiamo già. Ma le cose funzionavano così, a casa mia.
Aspettai con una certa ansia il giorno in cui mio padre andò a parlare con la mia insegnante. Probabilmente aveva anche dovuto prendere un giorno libero al lavoro, e questo mi faceva sembrare la cosa ancora più importante.
Eppure la mattina in cui tornò dal colloquio a scuola, è uno dei bei ricordi che ho di mio padre. Aspettavo in camera mia, facendo finta di niente, probabilmente facendo finta di studiare, in realtà sperando che venisse a dirmi qualcosa.
Lui socchiuse la porta, mise dentro la testa e mi disse, con un mezzo sorriso: “sono andato a parlare con la tua professoressa” e aggiunse, un po’imbarazzato: “cerca di lasciarla perdere” “lasciarla perdere?” che voleva dire? da quando si potevano lasciar perdere i professori? “Massì, non l’hai vista com’è? Con il suo grembiulino nero, il collettino bianco, i suoi quadernoni”, fece un sorriso:  “Cerca di finire il cuscino, piuttosto”. E chiuse la porta.
Il cuscino all’uncinetto: un orribile affare che cercavo di lavorare con un apposito uncinetto e pezzetti di lana bianca e blu da annodare a righe bicolori su un canovaccio rigido di plastica bianca, me lo portai avanti e indietro da casa a scuola per tutti i tre anni delle medie. Chiuso in un sacchetto di nylon con le sue matassine bianche e blu e il suo uncinetto, rimase poi per anni su uno scaffale in alto del ripostiglio delle scope. Quando lo buttai via non l’avevo ancora finito.

 

HAIKU DI SETTEMBRE

4 settembre 2010
Beh, diciamo che se, finita l’estate, mentre cammini lungo un marciapiede del tuo nuovo quartiere sfoggiando la tua nuova abbronzatura, passa un tipo, e mettendo la testa fuori dal furgoncino ti urla: ”Ehi bambola buon giorno!”, anche settembre, per un po’, non ti sembra così male.

THE WAY YOU LOOK TONIGHT

20 agosto 2010
E tornando dal mare alle otto quasi mi addormentavo, che io quando guido mi viene sonno anche se non sono stanca, anche se ho dormito, anche se ho bevuto il caffè, come in tutte le attività in cui mi annoio, in cui so già come va a finire la storia, una gran percentuale ormai, ahimé, e avendo io fatto la Jesolo-Treviso un 38374653529009382727 di volte, la storia so bene come va a finire.
E guidando, una volta, ma non ditelo a nessuno, mi sono dovuta perfino fermare a un casello a trenta chilometri da casa, e ne avevo fatti solo una cinquantina, mica tanti eh, perché mi si chiudevano gli occhi, e nonostante cercassi di cantare, di ballare, di scuotere la testa e di metterla fuori dal finestrino, non c’era verso.
Comunque stava quasi venendo buio, che ormai, carimiei, l’estate è finita, mettetevela via, passato il quindici non ci son santi, e quest’anno non c’è neanche il temporale di mezza estate con la pioggia d’agosto che rinfresca il bosco, quando tutti dicono con aria saputa eeeeeh ormai, perché ha piovuto già da fine luglio. E già in televisione cominciano con le pubblicità da fine estate: quelle cose tipo collezione dei santini, o dei rosari (l’anno scorso andava la collezione delle acquesantiere). Comunque, girando tra le stazioni della radio, che ero stufa di ascoltare i miei tre soliti cd, e annoiandomi vieppiù oltre ogni limite, che anch’io poi, delle volte, sono anche strastufa di ascoltarmi, di sentirmi pensare e vorrei una volta, magari, svitarmi la testa dal collo, appoggiarla lì, e provarmi quella di un altro, tanto per vedere l’effetto che fa, dicevo che, girando tra radio Capital con i grandi classici, o i grandi successi, e Radio 2 dove c’erano quelle due insopportabili, incoercibili, ritrite Brave Ragazze, quelle del tipo che si sentono molto agguerrite e cult e glamour, e Radio 24 dove c’era uno che diceva che bisognerebbe bruciare i sodomiti e altri che gli intervenivano sulla voce, e il  conduttore che si fregava le mani, a calcolare quanto gli avrebbero tirato su gli ascolti tutte quelle sparate, e Radio 3, con improponibile musica classica, lo so ma io c’ho avuto il trauma infantile del professore di musica che me l’ha resa globalmente inaccettabile, improvvisamente su radio Capital, i grandi successi, o i grandi classici, passano quella canzone melensissima: “Lady in Red”, dove c’è perfino un dancing with me cheek to cheek, ballando con me guancia a guancia, e un I’ve never seen you looking so lovely as you did tonight e anche un I’ve never seen you shine so bright. E io, tra il meno peggio, lì mi sono arenata, che almeno è inglese, svagata e navigando a vista, una mano sul volante, l’altra sul cambio ma senza cambiare, l’indice destro pronto a selezionare un altro programma, guardando il cielo diventare indaco, tra soffi di arancione e di giallo, cercando di seguire le parole della canzone.
E tutto proseguiva, le luci sempre più vivide nella sera che scendeva veloce, il finestrino aperto con i capelli che svolazzano e la strada, prima lungo la laguna e poi tra i campi che diventa tangenziale e poi, tra poco, città, e improvvisamente invece I ‘ll never forget, the way you look tonight. Non mi dimenticherò mai il tuo aspetto stasera. No, aspetta, forse sarebbe meglio: non mi dimenticherò mai come sei stasera. The way you look, sarebbe meglio tradurlo come sembri, ma forse meglio come appari, insomma come sei. Non mi dimenticherò mai come sei bella stasera. E cosa vuoi farmi fare? Anzi cosa vuoi farmi dire? E intanto mi guardava. Mi scostava i capelli dal viso. Se un giorno non saremo più insieme, e dovrò pensare a te, ti ricorderò così, come sei stasera. Poi guardava verso il mare. O forse eravamo ai giardini? Eravamo ai giardini, e io avevo la maglia nera, quella con le maniche lunghe che arrotolavo sopra il gomito e i jeans, era sera. No, era al mare, in Toscana, al tramonto, quella spiaggia con le canne che fischiavano, dietro. Cosa vuoi farmi dire? Io non voglio farti dire niente, pensavo. Cosa vuoi farmi fare? Niente. Cosa voglio farti fare, mi chiedevo. Niente. Non capivo. Cosa pensava, cosa stava dicendo. Era la prima vacanza. Stavamo bene. Cosa voleva dire? Stavamo tornando su, alla camera in affitto. Lì in piedi davanti al mare, a guardarci, cosa vuoi farmi dire? Ci guardavamo per ore. Poi improvvisamente, era quasi buio, si era tolto la camicia ed era entrato in acqua. Lo avevo guardato, seduta sulla sabbia, finché avevo perso la sua testa fra le onde. Faceva quasi freddo. Poi era tornato indietro, e, piano, eravamo tornati alla macchina.

MERDE 2

2 giugno 2010
Si alza un gran vento, pieno di foglie, di polvere e delle prime gocce di pioggia. Armeggio con la tenda per spostarla e chiudere la finestra.
L’uomo esce dalla macchina. Capelli bianchi, abbronzato, occhiali scuri a specchio, magro, una giacca a vento gialla. Questa volta è con un ragazzo. Tutti e due si girano a guardare e il cagnolino non scende. Dai vieni fuori, urla l’uomo. Avanti!! Scendi porco d*o! scendi ti e ta morti di un cane porco di un d*o!!! L’uomo si agita a scatti intorno alla macchina. Si piega veloce verso l’interno e cerca di raggiungere il cagnolino rincanttucciato davanti al posto di guida. Scendi scendi porco d*o!! Il ragazzo si piega a guardare attraverso il finestrino e gli urla: è impigliato, è bloccato, la zampa, dietro. L’uomo si rialza e gira esasperato intorno alla macchina: macché bloccato, porco d*o, scendi scendi, è un ta morti di un cane, non è bloccato!! Vieni fuori porco d*o! No no è bloccato aspetta, gli dice il ragazzo e si avvicina verso la portiera. Armeggia piegato nella macchina e tira fuori il cagnolino, lo mette per terra vicino all’auto. L’uomo si avvicina rabbioso e gli tira un calcio, lui fa un guaito acuto, poi lo afferra con una mano e lo lancia sull’asfalto. Il cagnolino cade malamente, una zampetta piegata sotto il corpo ma si rialza subito, scuote la testa, aspetta fermo immobile. Porco di un d*o ti ho detto di uscire subito! Avanti! L’uomo si avvia infuriato, urlando, a petto in fuori, verso il portone di casa.
Io esplodo: “se la vedo ancora maltrattare quel cane giuro che la denuncio! E’ la seconda volta che la vedo maltrattarlo, la prossima volta giuro che la denuncio per maltrattamenti”, gli urlo dalla finestra. Avessi un fucile gli sparerei. “La prossima volta la denuncio, guardi che la tengo d’occhio!” Sono calmissima ma furente.
Il ragazzo alza la testa e mi guarda incuriosito. Da una finestra del primo piano si affaccia una donna.
L’uomo invece ha un cambiamento che mai mi sarei aspettata: mi guarda appena, abbassa la testa, rallenta il passo arrogante e, cambiando del tutto tono di voce, mi dice: sì, va bene, mi scusi.
Poi si gira verso il cane che lo sta seguendo a testa bassa e lo accarezza: hai visto? eh? hai visto cosa mi fai fare?
Il cagnolino, grato, scodinzola.
Accidenti alla razza dei cani fedeli nonostante tutto, degli uomini bastardi, dei padri picchiatori, delle famiglie violente, al mondo di merda.
Non riesco a trattenermi e gli urlo: “sì, lui gliel’ha fatto fare! ma si vergogni!”
L’uomo entra a testa bassa nel portone del condominio. A me tremano le mani.


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