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YOU CAN’T ALWAYS GET WHAT YOU WANT

9 febbraio 2011

DSC02034Ecco un pezzo scritto tempo fa. Doveva essere l'inizio di qualcosa. Poi è rimasto inizio senza il qualcosa. Lo metto qui perché c'è il mio personale sogno/tsunami. E anche i leoni.

You can’t always get what you want, canta Mick Jagger, mentre lo shuttle rosso fuoco della Prime Time mi porta dall’aeroporto di Los Angeles all’albergo che ho prenotato a West Hollywood.
L’autista è un asiatico pensieroso che guida armeggiando con il cellulare e guardando a destra e a sinistra per cercare gli alberghi degli altri due passeggeri lungo l’infinita Santa Monica Boulevard. Alla musica a tutto volume dello stereo si sovrappone a tratti una voce femminile sommessa, un mormorio di consonanti nasali e di vocali arrotolate, americane, che dalla centrale smista le chiamate agli autisti.
Los Angeles. Respiro a fondo. Los Angeles, dico, piano. Se non avessi la voce spezzata dall’emozione e appannata da una notte insonne e da quattordici ore di volo da Melbourne a qui, mi metterei a cantare. Invece me ne sto qui, ferma, il cuore che mi batte fino in gola e il respiro sospeso. Col cavolo che you can’t always get what you want. Io ce l’ho fatta. Ce l’ho fatta, ce l’ho fatta, ce l’ho fatta, ce l’hofatta celofattacelofattacelofatta. Celofatta. Mi abbasso nel furgoncino per guardare dai finestrini il paesaggio terso, sereno della California, le palme sottili, altissime, a gruppi di quattro, cinque. Slanciate, immobili, nell’aria sottile e azzurra del mattino.
E se anche non dovessi cercare di nascondere la mia euforia a tre sconosciuti indifferenti: un canadese, un’americana e un presunto coreano, e avessi vicino un amico, un’amica, un conoscente o almeno qualcuno che parli italiano e che partendo da mille segni comuni e condivisi riuscisse a capire che qualcosa mi sta esplodendo dentro, non so bene cosa potrei raccontare, o almeno da dove cominciare.

Almeno, intanto, non sogno più i leoni. Leoni che sbucano dalle porte di casa mia o della vecchia casa dei miei. Leoni che apparivano improvvisamente nella penombra, alla fine del corridoio, un lungo corpo guizzante che si fletteva su se stesso, una criniera, due, tre. Oh no, ancora i leoni, pensavo. E li seguivo da lontano, nascosta, rasentando i muri che si allungavano. Loro entravano lentamente nelle stanze, le stanze si allontanavano, ne uscivano, si aggiravano sulla terrazza che correva lungo la casa. Li osservavo dalle tapparelle mezze abbassate, tenendomi a distanza. Composti, dignitosi, nobili, in cerca di me.
Un avvertimento, ostinato, necessario. Pronti a sbranarmi. E si dileguavano negli ultimi momenti sfilacciati di sogno quando, nel martellamento di cuore in tumulto, ricomparivano pezzi di camera da letto e la realtà si ricomponeva immobile e rassicurante.
I leoni volevano farmi fare qualcosa, lo sapevo bene, li sognavo da anni.
Come anche l’acqua che saliva, quella la sognavo da mesi, acqua come un’onda immensa, un mare che saliva fino al quarto piano della vecchia casa, premeva spaventosamente sui vetri chiusi delle finestre del soggiorno. Rimaneva aperta una finestra che miracolosamente correvo a chiudere appena in tempo: questa volta il vetro non reggerà, pensavo, come fa a reggere, così sottile.
Acqua torbida, verde, piena di foglie strappate, di rami, ramoscelli spezzati, di trasparenze cupe; gli ippocastani dei giardini di fronte ondeggianti nel mare come alghe gigantesche. 
I vetri reggevano, finivo per trovarmi in un acquario spaventoso. Ma ora tutto esploderà, pensavo, sognavo, i vetri, i muri, come possono resistere, è inevitabile, ora i vetri esploderanno.
Mi svegliavo atterrita chiedendomi come fossi ancora viva.

Ora i sogni sono diversi, tantissimi, ma non me li ricordo mai. Del resto come diavolo farei a ricordarmi un sogno quando ogni mattina appena sveglia, stento a ricordarmi dove mi sono addormentata. Mi sveglio e sono subito risucchiata dal presente. In che città sono oggi? Anzi, in che paese? E come sono arrivata qui? Ogni mattina devo farmi mentalmente un riassunto del giorno precedente. O di quello prima ancora, a seconda del fuso orario. Apro un occhio, il destro di solito, e  piano piano, come da un periscopio in un mare straniero, osservo la stanza intorno. Rimango sempre un po' stupita a vedere la scatoletta di latta blu della crema Nivea posata su un comodino sconosciuto, o, in mancanza di un comodino, come in tutti gli ostelli che ho girato finora, appoggiata sulla guida che leggo prima di dormire, accanto al letto insieme a orologio e occhiali.
Anche a casa c’erano delle mattine in cui appena suonava la sveglia, mi chiedevo che giorno fosse. Erano quelle mattine di sonno torpido, pesante. Le mattine in cui mi svegliavo, e mi sentivo come se il sonno per tutta la notte mi avesse schiacciato il corpo sul materasso, come un cadavere in fondo al mare, tanto da farmi male alla schiena.
Mi sembrava di non aver dormito del tutto, di aver passato la notte in bianco, quando finalmente suonava la sveglia e piano piano mi strappava dal lavoro di quella notte.
I miei sogni erano faticosi, pesanti. Sembravano non finire mai. Anzi, si ripetevano per tutta la notte come se cercassero una soluzione. Erano sogni da catena di montaggio, azioni e scene banali ripetute decine di volte senza arrivare a niente. Oddio, lunedì. O è ancora domenica? A volte mi stupivo anche di non vedere la luce filtrare dalla finestra davanti a me, come nella mia vecchia camera, a casa dei miei, nonostante io abiti per conto mio da tanti anni e la finestra sia alla mia destra.
E nei sogni, la casa dei miei era sempre quella di una volta, con il lungo corridoio in mezzo e le stanze dei miei fratelli in fondo, una a destra e una a sinistra, anche se ormai, da anni, la casa era stata divisa a metà e la mia metà avevo deciso di venderla proprio pochi mesi prima, proprio poco dopo la storia delle infiltrazioni d’acqua.
In fondo, tutto era nato da una macchia di umidità sul muro.

(segue, seguiva, seguirà)
 

LOS ANGELES, DOWNTOWN

9 giugno 2008

Continuo a vivere di rendita mettendo qui i pizzini dal giro del mondo.
Così, dopo Los Angeles, Hollywood , questa è invece la faccia sporca di Los Angeles: Downtown.
A Los Angeles l’anno scorso, sono arrivata per caso giusto qualche giorno prima della notte degli Oscar, e sempre per caso, poiché c’era una buona offerta in internet, sono finita a prenotare un alberghino dal nome da starlette: "Hollywood Celebrity Hotel", che era esattamente dietro il Kodak Theatre. DSC02082
Per arrivare su quello che noi chiameremmo il corso principale, l’Hollywood Boulevard, la Via Roma di Hollywood, uscivo dal mio alberghino, facevo venti metri e passavo dall’entrata sul retro del Kodak Theatre, quella dove entravano gli inservienti, le guardie, e dove enormi camion scaricavano le merci.
Il Kodak Theatre è un teatro che dentro é grande, ma che, visto dall’esterno sembra piccolissimo, costruito all’interno di un pacchianissimo centro commerciale in stile assirobabilonese con finte colonne sormontate da elefanti rampanti. All’interno del centro commerciale una sorta di piazzetta, e tutto intorno negozi di abbigliamento, di souvenir, e i soliti Mc Donalds, Starbucks e fast food di vario genere.
DSC02077Pioveva incessantemente, un po’ come qui in questi giorni, la gente girava per il centro commerciale maledicendo il maltempo. Ovviamente mi sono limitata a guardare da fuori, un taxista mi diceva che il biglietto per la notte degli Oscar costava sui seimila dollari, e sono ripartita da Los Angeles giusto la sera prima.
Però, un incontro con una celebrità l’ho fatto anch’io: ad una mostra di famosi abiti da scena allestita al primo piano del centro commerciale, era presente la candidata, e poi vincitrice, dell’Oscar come miglior costumista Milena Canonero, una bella signora vagamente somigliante a Charlotte Rampling.
Mentre giravo tra i bellissimi costumi del film "Marie Antoinette" la sentì parlare in italiano con un assistente, mi girai, ci guardammo, lei forse capì che ero italiana e ci scambiammo un sorriso. Stavo per tenderle la mano, per congratularmi, come altri visitatori della mostra avevano fatto poco prima, ma la mia solita, inutile, scema, timidezza mi portò via. Me ne andai nella pioggia tra i finti elefanti e non la vidi più.

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LOS ANGELES, DOWNTOWN

 Los Angeles "Downtown", il "giù in città ", un po’ come dire il centro storico di Los Angeles, mi accoglie in un pomeriggio di pioggia battente. Accogliere non è il verbo più adatto, perché poche volte in giro per il mondo mi sono sentita così a disagio e poche volte ho provato questa sensazione di pericolo nascosto e imminente.
Me ne rendo conto appena salita sulla metropolitana che da Hollywood mi porta verso il centro. La fermata è a pochi metri dai lustrini e dai tappeti rossi del Kodak Theatre di Hollywood dove fervono i preparativi per la notte degli Oscar, e un enorme Oscar addormentato, avvolto nel cellophane giace disteso lungo il marciapiede in attesa di essere issato sul palcoscenico. Decine di operai, di guardie della security, di poliziotti, di fotografi, di giornalisti, di cineoperatori, di addetti all’organizzazione della serata, affollano da un paio di giorni il centro commerciale al cui interno si trova il teatro, camminano sul tappeto rosso ricoperto di plastica, bloccano le uscite, deviano i percorsi dei DSC02104turisti, intervistano personaggi più o meno conosciuti, si ritrovano infreddoliti a mangiare qualcosa seduti all’aperto nei vari fast food del centro commerciale, al riparo da una pioggia insistente che nel giro di mezza giornata ha abbassato di almeno una quindicina di gradi la temperatura del mite inverno californiano. Percorsi pochi metri, scese le scale mobili della stazione di Hollywood Highland, e salita sui vagoni della metropolitana, il mondo cambia.

A Los Angeles Downtown gli Angeli sono disperati.DSC02135Occhi persi nel vuoto di persone che parlano da sole nell’apparente indifferenza dei vicini che sperano solo che la loro fermata arrivi velocemente, homeless pieni di borse di plastica, persone comunque male in arnese, sono gli utenti delle misere quattro linee della metropolitana in una città di dieci milioni di abitanti e migliaia di chilometri di Highways e di autostrade.

A Los Angeles chi non ha la macchina non va davvero da nessuna parte e di sicuro i soldi, in questa città che pure produce tonnellate di sogni, sono tutti nelle stesse tasche.

Me ne accorgo scendendo dalla metropolitana alla Pershing Square Station, una grande piazza attorniata di austeri edifici, da cui inizia il "Jewelry District", il quartiere dei gioielli: centinaia e centinaia di negozi, almeno cinquemila, secondo le informazioni sulla città, per almeno quattro isolati, uno a fianco all’altro, vendono solo e unicamente gioielli, diamanti, oro, argento, pietre preziose di tutte le epoche, di tutte le provenienze e lavorazioni. Un intero quartiere presidiato da guardie armate alle porte dei negozi e delle gallerie, dove moltissimi vendono, ma pochissimi sono i clienti per le strade. I clienti apparenti invece sono tutti all’interno di un grande banco dei pegni, ma sono clienti che vendono: messicani in grande maggioranza.
Il banco dei pegni è l’unico negozio del quartiere che in vetrina espone i prezzi della merce, gioielli che non sono stati riscattati: vecchi orologi di famiglia, modesti anelli di fidanzamento, collanine e pendenti, ognuno con la sua storia e davanti alle vetrine ragazze messicane che confrontano i prezzi.
Per le strade oltre il Jewelry District, un’umanità indaffarata e distratta, tra negozietti all’ultimo saldo di abbigliamento e calzature made in China, anonimi drugstore, fast food in disarmo dal pavimento unto e uffici del tipo Western Union per le spedizioni di denaro all’estero da parte dei tantissimi messicani approdati qui in cerca di lavoro.

Grandi, storici palazzi della fine dell’ottocento, testimoniano la grandezza passata della città di Los Angeles, come il bellissimo, solido Bradbury Building, un palazzo di mattoni rossi, progettato dall’architetto George Wyman nel 1893. DSC02116
Una serie di particolari avvenimenti precedono la costruzione di questo edificio: Wyman si convinse a stendere il progetto del palazzo, dopo un sogno profetico in cui il fratello morto lo incitava ad un lavoro che lo avrebbe reso famoso, e fu inoltre ispirato nel progetto dalla lettura di "Looking Backward: 2000 – 1887" di Edward Bellamy, un’ opera profetica che descriveva la società ideale del futuro, una società utopistica dell’anno 2000, in cui il fabbricato ideale era la copia del Bradbury Building. Una strana coincidenza ha fatto sì che dopo un secolo, la società ideale non si sia realizzata, ma che in questo palazzo, con il suo grande atrio di legno e di ferro battuto, sia stato ambientato "Blade Runner", film sotto tanti aspetti profetico nella sua visione di una città cosmopolita, violenta, sporca, cupa e flagellata da una pioggia incessante. Non certo la pioggia di oggi, domani tornerà a splendere il sole californiano, ma la pioggia dei cambiamenti climatici che ci aspettano.

DSC02114Nel grandissimo atrio luminoso e severo dall’atmosfera inquietante del Bradbury Building, dai pavimenti di piastrelle incerate e lungo le silenziose scale di legno tirato a lucido, cerco le ombre del poliziotto cacciatore di androidi Rick Deckard, e l’eco dello struggente monologo dell’ultimo replicante, il bellissimo Roy Batty/Rudger Hauer, prima che il tempo della vita a lui concessa finisca: " Io ne ho viste cose che voi umani non potreste immaginare, Navi da combattimento in fiamme al largo dei Bastioni di Orione e ho visto i raggi beta balenare nel buio presso le porte di Tannhauser. E tutti questi momenti andranno perduti nel tempo, come lacrime nella pioggia. E’ tempo di morire". Ma incontro solo una famiglia di inglesi. E siamo in quattro, tra i pochissimi turisti in cerca della gloria perduta di questa Los Angeles storica.

Lungo la Broadway, un cartello bagnato affisso ad un lampione, spiega ai volenterosi visitatori che questo quartiere nei primi anni del 900 era considerato la Wall Street del West, e lo testimoniano i grandi palazzi allora sede di banche prestigiose che, dopo la Grande Depressione del 1929 non si sono più riavute. La decadenza della Los Angeles storica data da allora, i bei fabbricati, i teatri, i lussuosi palazzi del cinema, i bar, i ristoranti dell’epoca con i loro mobili di bel legno scuro massiccio e i loro arredi all’inglese, documentano la ricchezza e la solidità di un’età dell’oro scomparsa, e con lei il gusto per una certa architettura, cultura e stile di vita.
Los Angeles rimane comunque una città vitalissima, se è vero che l’economia del solo stato della California, risulta essere all’ottavo posto nella graduatoria delle potenze economiche mondiali. Forse la distribuzione del reddito andrebbe rivista, ma, a questo proposito, niente di nuovo sotto il sole.


GIRO DEL MONDO

2 giugno 2008

Ok. Ho deciso di mettere qui tutti i pizzini scritti durante il viaggio intorno al mondo.
Tanto l’ho fatto, anche se a volte mi chiedo quando diavolo è successo e se ero proprio io.
E se dal vero, ovvero quando parlo con qualcuno, e  per sbaglio, perché io proprio non ne parlo, viene fuori del viaggio, tutti finiscono per guardarmi come una marziana, almeno qui non mi sentirò addosso le occhiate di nessuno.
Sì, ho fatto il giro del mondo, va bene!? Posso?!  E’ vietato forse!?
Mi sono prenotata l’aereo come avevo fatto per anni per migliaia di clienti, ho lasciato un lavoro che non sopportavo più, ho fatto la valigia e sono partita. 
E se pensate che costi tanto, vi dico che conosco chi ha speso molto, ma molto di più per comprarsi la cucina o la macchina (utilitaria) nuova. E se pensate che ci voglia tanto tempo, vi dico che il tempo, prima, durante e dopo avrà tutto un altro valore. E se pensate che ci voglia coraggio, vi dico che il coraggio serve per fare altre cose. E se pensate che io non sia mica tanto normale, vi prego di guardarmi e riconsiderare la cosa: non mi vesto con sahariane caki e anfibi antiserpente, non ho capelli rasati, zaino in spalla e spray al peperoncino, né birkenstock, foularini indiani e ampi abiti di garza indiana. Non ho tatuaggi , piercing al capezzolo o all’ombelico, non ho neanche i buchi nelle orecchie.
Non sono né agguerrita, né audace, né temeraria, né incrollabile, e neppure dovevo dimostrare niente a nessuno, tantomeno a me stessa. Ero e sono una donna normale, disarmata, con una valigia con le rotelle. Volendo la valigia si poteva anche portare come uno zaino, ma poi mi facevano male le spalle e la schiena.
E se pensate che sia difficile farlo, vi dico pure che basta salire sull’autobus per l’aeroporto, poi su un aereo, poi su un treno, poi su un pulmann, poi su un autobus.
Ecco, sì, si cammina tanto. Un paio di scarpe l’ho buttato che ero ancora a Melbourne. Ma in fondo, quando sono partita, erano già vecchie.
Qui intanto si parla di Los Angeles, Hollywood.

LOS ANGELES, HOLLYWOOD

DSC02055Sono io che sbaglio tutto, perché con la mia testa italiana cerco sempre un centro che non c’è, un nucleo originale che forse c’era ma è stato spazzato via da altre sedimentazioni, una storia che non è una storia unica, ma è la storia di tanti, un equilibrio che non è mai esistito.
E così, in questi paesi che sto percorrendo, che, a parte il Giappone, sono paesi che hanno solo una storia recente fatta di immigrazione, (recente per la prospettiva italiana), mi ritrovo sempre spaesata e stranita a cercare involontariamente qualcosa che non c’è.

Los Angeles è la rappresentazione massima del qualcosa che non c’è: la città che non esiste.
In realtà ci sono dieci milioni di persone che abitano 88 cittadine che sono delle autostrade dove ad un certo punto si addensano negozi, centri commerciali, ditte ed abitazioni per poi sfilacciarsi in altre strade fatte di autorimesse, parcheggi e altri negozi più poveri che poi diventano altre strade fatte di villette e case che poi ritornano ad essere autostrade.
In certi punti la cosa è più definita e l’abitudine e il tempo sono riusciti a dare un nome preciso alla zona, ed ecco Downtown (che è come dire "giù in città "), Hollywood, Beverly Hills, Pasadena, Venice o Santa Monica, tanto per citare i quartieri turisticamente più rilevanti di questa immensa conurbazione.
Io però, ci ho messo due giorni a capire che Beverly Hills era questo stradone a sei corsie che è il Santa Monica Boulevard che corre per una ventina di chilometri dall’oceano Pacifico, da Santa Monica appunto, fino a Hollywood ed oltre. Uno stradone come quelli delle nostre periferie, da cui poi si dipanano una serie di strade laterali residenziali dove hanno sede le famose ville dei divi e dei ricconi di Los Angeles.DSC02058
Qualcuno di voi mi ha rimproverato di sdrammatizzare tutto in queste mie lettere da lontano, e di mostrare solo il lato per niente turistico: la polvere, il sudore e la spazzatura delle città e dei luoghi che visito. Ma che ci posso fare se la Melrose Avenue, citata dalla guida della Lonely Planet come una via piena di boutique, in realtà è uno stradone a sei corsie, con ai lati concessionarie di auto, ditte e brutti fabbricati, sporca, trafficata di camion e auto e vecchie corriere, punteggiata di qualche negozio carino ma, soprattutto, di bottegucce un po’ squallide di abbigliamento cheap e stravagante e dalle vetrine luride ricoperte di graffi e di graffiti? (tra l’altro lavare i vetri dalle finestre degli alberghi o delle abitazioni alle vetrine, non sembra l’occupazione preferita dalla Nuova Zelanda, all’Australia agli Stati Uniti).
Per trovare i negozi eleganti, bisogna invece andare sulla Rodeo Drive, una specie di Via Spiga milanese, ma senza i bei palazzi antichi: ed ecco allora un’infilata di boutique luccicanti e tirate a lucido delle grandi firme della moda internazionale, al 90% italiane, guardie private alle porte, e rari turisti giapponesi.
Anche sulla Melrose Place ci sono un sacco di negozi eleganti, soprattutto di antiquariato: mobili antichi di provenienza europea ed orientale, gioiellerie, tanti negozi di lampadari antichi, (pare che a Hollywood vadano tantissimo i lampadari di cristallo enormi a più bracci) e di mobili ed arredi appunto hollywoodiani: come enormi divani e poltrone in tessuto bianco, sostenuti da un’intelaiatura di ebano nero scolpita in forma di cigno, preziosi tappeti ed arazzi coloratissimi di trenta, quaranta metri quadri, scrivanie gigantesche, tavoli smisurati di legno massiccio, riproduzioni di piroghe indiane, marmi e capitelli corinzi trafugati chissà dove, insomma tutto quello che ci si aspetta da una villa hollywoodiana.
Il tutto esposto in grandi vetrine che nessuno guarda perché nessuno passeggia per le strade.

DSC02032Questa mattina, in giro per le stradine tra Beverly Hills e Hollywood, eravamo in dieci: io, due, tre spazzini, qualche passante con i cagnolini, (qui i cani sono sempre almeno due per padrone, preferibilmente Yorkshire o Chihuahua), e qualche sperduto turista giapponese.
E appena fuori della Melrose Avenue, in una delle tante stradine laterali, che cosa non erano le ville ragazzi! Non le ville dei divi, e neanche le case delle persone normali: le ville di chi vive a Beverly Hills, villette a metà strada tra la casetta di marzapane, il pueblo messicano, la baita di montagna e la fattoria normanna dal tetto spiovente di ardesia.DSC02062
Giardini curatissimi fatti di vialetti erbosi e ombreggiati di ficus giganti, palme sottili ed altissime, le palme della California, aranci, mandarini, nespoli giapponesi, magnolie, aiuole di fiori tropicali e giardini sassosi di cactus. E poi frontoni in stile partenone, palizzate fucsia, cancelli estrosi in ferro battuto, vetrate istoriate. E le auto parcheggiate lungo i vialetti delle case: niente al di sotto della Maserati o della Ferrari.

Però, appena un paio di chilometri più in là, verso est sulla Hollywood Boulevard, appena dopo la "Walk of Fame", la passeggiata lastricata delle stelle con i nomi dei divi del cinema, superato il Chinese Theatre con le impronte di mani e piedi di famosi attori, e il Kodak Theatre, il teatro della notte degli Oscar, riecco la faccia sporca di Los Angeles e di Hollywood. Negozietti di tattoo, di parrucche improbabili, di brutti souvenir, di biancheria sexy e negozi per adulti, e una varia, dolente umanità.
Del resto anche al cinema c’è sempre il backstage, e qui siamo a Hollywood.
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