YOU CAN’T ALWAYS GET WHAT YOU WANT

9 febbraio 2011

DSC02034Ecco un pezzo scritto tempo fa. Doveva essere l'inizio di qualcosa. Poi è rimasto inizio senza il qualcosa. Lo metto qui perché c'è il mio personale sogno/tsunami. E anche i leoni.

You can’t always get what you want, canta Mick Jagger, mentre lo shuttle rosso fuoco della Prime Time mi porta dall’aeroporto di Los Angeles all’albergo che ho prenotato a West Hollywood.
L’autista è un asiatico pensieroso che guida armeggiando con il cellulare e guardando a destra e a sinistra per cercare gli alberghi degli altri due passeggeri lungo l’infinita Santa Monica Boulevard. Alla musica a tutto volume dello stereo si sovrappone a tratti una voce femminile sommessa, un mormorio di consonanti nasali e di vocali arrotolate, americane, che dalla centrale smista le chiamate agli autisti.
Los Angeles. Respiro a fondo. Los Angeles, dico, piano. Se non avessi la voce spezzata dall’emozione e appannata da una notte insonne e da quattordici ore di volo da Melbourne a qui, mi metterei a cantare. Invece me ne sto qui, ferma, il cuore che mi batte fino in gola e il respiro sospeso. Col cavolo che you can’t always get what you want. Io ce l’ho fatta. Ce l’ho fatta, ce l’ho fatta, ce l’ho fatta, ce l’hofatta celofattacelofattacelofatta. Celofatta. Mi abbasso nel furgoncino per guardare dai finestrini il paesaggio terso, sereno della California, le palme sottili, altissime, a gruppi di quattro, cinque. Slanciate, immobili, nell’aria sottile e azzurra del mattino.
E se anche non dovessi cercare di nascondere la mia euforia a tre sconosciuti indifferenti: un canadese, un’americana e un presunto coreano, e avessi vicino un amico, un’amica, un conoscente o almeno qualcuno che parli italiano e che partendo da mille segni comuni e condivisi riuscisse a capire che qualcosa mi sta esplodendo dentro, non so bene cosa potrei raccontare, o almeno da dove cominciare.

Almeno, intanto, non sogno più i leoni. Leoni che sbucano dalle porte di casa mia o della vecchia casa dei miei. Leoni che apparivano improvvisamente nella penombra, alla fine del corridoio, un lungo corpo guizzante che si fletteva su se stesso, una criniera, due, tre. Oh no, ancora i leoni, pensavo. E li seguivo da lontano, nascosta, rasentando i muri che si allungavano. Loro entravano lentamente nelle stanze, le stanze si allontanavano, ne uscivano, si aggiravano sulla terrazza che correva lungo la casa. Li osservavo dalle tapparelle mezze abbassate, tenendomi a distanza. Composti, dignitosi, nobili, in cerca di me.
Un avvertimento, ostinato, necessario. Pronti a sbranarmi. E si dileguavano negli ultimi momenti sfilacciati di sogno quando, nel martellamento di cuore in tumulto, ricomparivano pezzi di camera da letto e la realtà si ricomponeva immobile e rassicurante.
I leoni volevano farmi fare qualcosa, lo sapevo bene, li sognavo da anni.
Come anche l’acqua che saliva, quella la sognavo da mesi, acqua come un’onda immensa, un mare che saliva fino al quarto piano della vecchia casa, premeva spaventosamente sui vetri chiusi delle finestre del soggiorno. Rimaneva aperta una finestra che miracolosamente correvo a chiudere appena in tempo: questa volta il vetro non reggerà, pensavo, come fa a reggere, così sottile.
Acqua torbida, verde, piena di foglie strappate, di rami, ramoscelli spezzati, di trasparenze cupe; gli ippocastani dei giardini di fronte ondeggianti nel mare come alghe gigantesche. 
I vetri reggevano, finivo per trovarmi in un acquario spaventoso. Ma ora tutto esploderà, pensavo, sognavo, i vetri, i muri, come possono resistere, è inevitabile, ora i vetri esploderanno.
Mi svegliavo atterrita chiedendomi come fossi ancora viva.

Ora i sogni sono diversi, tantissimi, ma non me li ricordo mai. Del resto come diavolo farei a ricordarmi un sogno quando ogni mattina appena sveglia, stento a ricordarmi dove mi sono addormentata. Mi sveglio e sono subito risucchiata dal presente. In che città sono oggi? Anzi, in che paese? E come sono arrivata qui? Ogni mattina devo farmi mentalmente un riassunto del giorno precedente. O di quello prima ancora, a seconda del fuso orario. Apro un occhio, il destro di solito, e  piano piano, come da un periscopio in un mare straniero, osservo la stanza intorno. Rimango sempre un po' stupita a vedere la scatoletta di latta blu della crema Nivea posata su un comodino sconosciuto, o, in mancanza di un comodino, come in tutti gli ostelli che ho girato finora, appoggiata sulla guida che leggo prima di dormire, accanto al letto insieme a orologio e occhiali.
Anche a casa c’erano delle mattine in cui appena suonava la sveglia, mi chiedevo che giorno fosse. Erano quelle mattine di sonno torpido, pesante. Le mattine in cui mi svegliavo, e mi sentivo come se il sonno per tutta la notte mi avesse schiacciato il corpo sul materasso, come un cadavere in fondo al mare, tanto da farmi male alla schiena.
Mi sembrava di non aver dormito del tutto, di aver passato la notte in bianco, quando finalmente suonava la sveglia e piano piano mi strappava dal lavoro di quella notte.
I miei sogni erano faticosi, pesanti. Sembravano non finire mai. Anzi, si ripetevano per tutta la notte come se cercassero una soluzione. Erano sogni da catena di montaggio, azioni e scene banali ripetute decine di volte senza arrivare a niente. Oddio, lunedì. O è ancora domenica? A volte mi stupivo anche di non vedere la luce filtrare dalla finestra davanti a me, come nella mia vecchia camera, a casa dei miei, nonostante io abiti per conto mio da tanti anni e la finestra sia alla mia destra.
E nei sogni, la casa dei miei era sempre quella di una volta, con il lungo corridoio in mezzo e le stanze dei miei fratelli in fondo, una a destra e una a sinistra, anche se ormai, da anni, la casa era stata divisa a metà e la mia metà avevo deciso di venderla proprio pochi mesi prima, proprio poco dopo la storia delle infiltrazioni d’acqua.
In fondo, tutto era nato da una macchia di umidità sul muro.

(segue, seguiva, seguirà)
 

SCHWA

30 gennaio 2011

Mah, di cosa preferite che vi parli?
Del film “Il discorso del re”, della mia nuova esperienza di insegnamento dell’italiano a stranieri analfabeti, della rabbia che covo e che da qualche parte dovrà esplodere, (sarò il prossimo protagonista, l’esse i, di Criminal Minds), dei giorni della merla, del fatto che l’inps dice che non pubblicizza la simulazione della pensione ai lavoratori parasubordinati perché teme sommovimenti sociali e che invece io ho saputo l’ammontare della mia pensione, (da qui Criminal Minds), del fatto che è ora che prenda il via un grandioso studio antropologico che utilizzi come laboratorio in fieri il popolo italiano e che spieghi cosa è successo al cervello di milioni di italiani negli ultimi venti anni, del perché il Presidente dell’Inps tema sommovimenti sociali e invece nessuno ha in mente di sommuovere alcunché a nord delle rive del Mediterraneo, per quanto ne avrebbe ben donde, del fenomeno del rotacismo, il mio, e della sua possibile correzione, del mio Master in divenire, (sto facendo un Master) (ho finito l’esame di fonetica, si vede?), dello schwa, /ə/.
Lo schwa sarebbe proprio giusto giusto. Viene dall’ebraico e potrebbe tradursi come: insignificante.
Nel senso del nulla.

 

QUOTIDIANO

21 gennaio 2011

Guidavo all’una e mezza del pomeriggio, sulla stradona verso nord. Andavo verso le colline, quattro ore di lezione da fare in una scuola. Una scuola che presta le sue aule al pomeriggio, vuotate dagli studenti del mattino. Formazione agli apprendisti, ragazzi appena appena adulti, appena assunti con contratto d’apprendistato, obbligati per legge a corsi inutili, mal gestiti, mal organizzati. Come tutto quello che in Italia potrebbe essere buono e ben fatto, e per convenienza e approssimazione e cialtronismo viene spruzzato qua e là di merda liquida.
Così, con un corso di venti ore di inglese, distribuito su cinque giornate, a botte di quattro ore al giorno, in una classe dove potresti trovare il laureato in lingue e lo straniero che mai ha studiato l’inglese, finisce che un terzo si annoia, un terzo non capisce, un terzo non c’ha voglia, uno vorrebbe fare meglio, e tutti vorrebbero essere altrove.
Allora, ero in macchina all'una e mezza, dopo aver dormito malissimo la notte, aver mangiato in fretta una pasta orrenda condita col sugo Mutti alle verdure grigliate, essere uscita col pomodoro aggrappato alle pareti dello stomaco, freddo e malamente scomposto in boli di cipolla industriale e melanzana dopata,  e correvo tra furgoni, concessionarie d’auto, divaniedivani, centriottici e ipermercati in mezzo a questa nebbiolina orrenda, grigia e umida e fredda, con la paura che a scuola non mi facessero trovare la televisione e il dvd, con cui dovevo fare la lezione e non sapere quindi che pesci pigliare con gente mai vista, maldisposta e indifferente.
E così intanto parlavo, mi preparavo alla presentazione del corso, mi presentavo, con il mio sorriso finto da persona che gestisce benissimo le situazioni, fingendo di parlare a un qualche microfono di cellulare che sennò magari da fuori pensavano che parlavo da sola, come in effetti era, e pensavo, come sempre capita all’inizio di qualche corso, che avevo sbagliato tutto, che dovevo cambiare lavoro, che dovevo partire, andare lontano, non tornare più in questo paese del cazzo, che tanto che ci facevo io qui, e che cavolo mi sono pensata di fare l’insegnante se l’unico mio desiderio è non dover parlare in pubblico, e che ero stra stufa di dovere farmi forza e penare, e pensavo, soprattutto,  che piuttosto che entrare in classe avrei mangiato una merda.
Superato il ponte, il castello di San Salvatore, lontano, perso e spaesato in mezzo alla nebbia delle colline. Che aveva di così insopportabile?  Mi sentivo così sola e persa che ho perfino pensato al  mio angelo custode. Dove diavolo era?
Poi ho immaginato questo grosso volatile improvvisamente seduto al mio fianco in macchina, con il testone biondo e i ricci da angelone, delle enormi ali un po' ripiegate, piume dappertutto, sotto il sedile, sui tappettini neri e svolazzanti per il cruscotto, e la tunica bianca stropicciata e un po’ sporca di polvere. Aveva un faccione pallido, il profilo greco, e assomigliava un po’a un promotore finanziario che conosco. Che cazzo, ho detto, perfino l’angelo custode, ormai.
Mi è venuto da ridere.
A quel punto ero arrivata a scuola e ormai mezza merda l'avevo mangiata. 

HEREAFTER: QUI E DOPO

8 gennaio 2011

A vedere “Hereafter”, l’ultimo film di Clint Eastwood, bisogna andarci quando si ha il cuore in pace.
A me personalmente questo accade qualcosa come una volta ogni dieci anni, per qualche minuto, quindi ci sono abituata, ma se non siete nelle migliori condizioni di spirito, non pensate poi di poter proseguire la serata con una pizza e via, come se niente fosse.
Il film parla di morte, di vita, di vita oltre la morte.
Hereafter che letteralmente si potrebbe tradurre con un bellissimo quidopo, come a dire che dopo qualcosa resta qui, in maniera molto più linguisticamente corretta sta per d’ora in poi, o in futuro, ma anche per un aldilà, che per fortuna non è stato utilizzato come titolo per la versione italiana perché avrebbe portato con sé tante di quelle connotazioni e sfumature di natura cattoreligiosa di cui noi italiani possiamo fare volentieri a meno, soprattutto nel momento in cui si abbassano le luci in sala e cominciamo a goderci un film.
 
E il film ce lo godiamo dal primo momento, con una scena da moderna apocalisse: lo tsunami del 2004 che si abbatte con la sua onda terrificante sulla vita tranquilla e pacifica di centinaia di migliaia di persone in un qualunque mattino di quell’inverno/estate nell’Oceano Indiano.
Da qui prende il via la vicenda di una giornalista francese che, per quelli che sono i casi della vita, quindi per quelle circostanze che sono proprio l’here, l'hic et nunc, il qui ed ora, si intreccerà alle vicende di un operaio di San Francisco e di un bambino londinese che per la loro storia personale hanno avuto a che fare con l’after, quello che viene dopo.
Il film procede per un continuo intrecciarsi di casi e coincidenze, che sono poi le semplici avventure della vita, a pensarci e a farci caso, che diventano poi casi e coincidenze quando proprio vogliamo dar loro un senso e un perché.
In realtà la morte, che arrivi con un’onda di trenta metri, con un incidente d’auto, per mezzo di un attentato terroristico o per malattia, fa semplicemente parte della vita, ma a vederla da lontano, cioè da vivi, pare spettacolare, inaspettata, sorprendente e soprattutto crudele. Crudele perché ci lascia tramortiti, appunto, spaesati, appunto, pieni di domande in cui ci chiediamo quale sarà il nostro paese d’ora in poi e come riusciremo a viverci, incapaci di proseguire nel nostro cammino come se niente fosse, perché ci ha toccati, come nel caso della giornalista francese, o perché ci ha portato via un pezzo, come nella vicenda del piccolo inglese, o perché, come nel caso dell’operaio sensitivo americano, ci coinvolge così quotidianamente con la sua ombra da renderci impossibile la vita.
Vita che per quanto si sposti continuamente tra splendide spiagge indonesiane, le redazioni di un editore parigino, l’appartamento di un operaio americano e la terraced house di una famigliola londinese è ugualmente sempre in bilico tra la vita e la morte, anche se, per vivere non possiamo e non vogliamo accorgercene.
E tutti siamo sempre lì, sul filo, vuole forse suggerirci Clint Eastwood, sia che prendiamo il sole a Pee Pee Island per le vacanze di Natale, sia che prendiamo la metropolitana a Charing Cross o attraversiamo la strada di corsa. E tutti siamo uniti dallo stesso filo: che siano i racconti di Charles Dickens ascoltati da un audiolibro in un appartamento di San Francisco o certe storie tragiche della Londra dickensiana, sempre attuale, anche dopo duecento anni, in certi sobborghi della grande capitale inglese, tutti navighiamo a vista, tentando di arginare la nostra personalissima cognizione del dolore, quello che, da umani, ci è toccato in sorte.
 
Clint Eastwood è sempre, o sempre più, grande. Non ci da’risposte confezionate, sonda e mostra con la grande poesia e il tocco lieve e denso di cui è maestro, il materiale disponibile senza fornirci interpretazioni religiose o laiche: così stanno le cose, prendete, servitevene tutti e fatene quello che credete. Matt Damon è stupendo nell’offrirci l’interpretazione di un uomo semplice schiacciato dal macigno del suo dono/condanna e dalla solitudine che ne deriva, senza una donna, senza amici, perso in un lavoro anonimo: lontano dalla vita perché troppo vicino alla morte e alle domande che ci pone.
Il film finisce bene, nel senso che in qualche modo si esce dal cinema sollevati. Il magone di certe scene sparisce, per fortuna, anche se sappiamo bene che è solo rimandato.
Ma in fondo, è la vita no?

 

BUON NATALE

25 dicembre 2010

M. ha la bambina che da un paio di mesi le ha prese tutte. Ogni quindici giorni un’influenza, e con il lavoro è un casino. E baby sitter e corse di qua e di là. E la macchina quasi nuova che la lascia a piedi ogni dieci giorni e due meccanici che non capiscono cosa abbia. E suo fratello ricoverato in ospedale per un’infezione, che con la vita che fa si prende di tutto, e quindi altri giri, altre corse. Da sola, si sa, è tutto un casino. Per il resto tutto uguale, non è cambiato niente. A Natale, di solito va da sua mamma. Il figlio di N. invece, era seduto a fianco del ragazzo che è morto nell’incidente, era su tutti i giornali. Non s’è fatto quasi niente e per fortuna non si ricorda nulla. Solo che tutti e quattro urlavano gira gira gira, e l’altro invece è corso dritto oltre il vuoto, dritto nella notte nera oltre il cavalcavia. Avevano bevuto un casino tutti e quattro. A Natale lui va in Namibia, il figlio sta da sua madre. La madre di B. è entrata nella nuova casa, vicino a sua sorella. Da quando è morto il marito, qualche mese fa, non poteva più vivere da sola in quella casa, da sola. Troppo grande. Come regalo le hanno comprato una televisione nuova, per via del digitale terrestre. L. passerà il Natale in famiglia, poi forse andranno qualche giorno in montagna. I ragazzi bene. F. andrà dalla ex suocera con il bambino. Con C. non si vede più, ma ogni tanto le telefona. P. ha deciso che andrà dai suoi amici. Da quando ha lasciato A. e se n’è andata di casa per stare con V. è confusa. V. invece andrà dall’ex cognato che ha una nuova compagna. R. è da solo, non ha più famiglia e con sua figlia i rapporti sono sempre stati freddi. E’uscito a cena con la ex cognata, un paio di giorni fa, l’unica con cui è rimasto in amicizia, per farsi gli auguri. A. e P. fanno il pranzo a casa della famiglia di A. e il cenone dalla famiglia di P. M. va a casa dell’ex moglie, che ora ha altri tre figli, per stare con suo figlio G.
Natale è la festa della famiglia. Nel senso che a Natale ci si accorge di averla, di non averla, di non averla mai avuta, di non volerla avere, di volerla. E che solo per brevi momenti la vita ti ha dato retta.
Comunque, miei cari lettori, Buon Natale.

 

“RAGAZZI” LO DICI A TUA SORELLA

17 dicembre 2010

Beh, diciamo che anche solo fino a un paio di anni fa, non avrei mai creduto di pensarla così, però oggi la lettera di Roberto Saviano pubblicata da Repubblica ai ragazzi del movimento,  mi suona tanto da sermone del parroco di chiesa di campagna. Fuori dal mondo e fuori dalla realtà.
Intanto quanta retorica: già usare ragazzi evoca quell’enfasi familistico patriottica tutta italica de i nostri ragazzi, locuzione multivalente, pelosamente affettuosa e intimistica di quando si vuole sottintendere: sono dalla vostra parte, siamo tutti una grande famiglia, padri e figli, noi, italiani brava gente.
Di solito infatti i nostri ragazzi entrano in campo con tutta la loro retorica quando si parla di soldati che muoiono (da eroi) in Afghanistan, che a guardar bene poi sono uomini fatti, nonché consapevoli professionisti stipendiati. Poi si parla de i nostri ragazzi quando mandiamo la nazionale di calcio a cercare di vincere in qualche torneo internazionale. E tutti ci sentiamo più buoni e più italiani. Ora qui abbiamo i ragazzi del movimento.
Ma poi, di che ragazzi parla Saviano? Si è accorto che qui non ci sono solo dei ragazzi che stanno in movimento, a far passare il quadrimestre urlando per le strade perché la manifestazione di piazza è come il morbillo, prima o poi bisogna farlo ma poi passa, ma che ci sono operai arrampicati sulle ciminiere, ricercatori universitari sui tetti, insegnanti che fan lezione per le strade, terremotati che girano con le carriole, cittadini seppelliti di immondizie, pensionati in miseria, un ceto medio che scivola di giorno in giorno verso la povertà, e soprattutto giovani, giovani e giovani, migliaia di giovani, milioni di giovani che non hanno la minima idea di cosa faranno della propria vita?
E tutti, tutti, tutti, tutti incazzati neri contro.
Contro di cosa? Difficile è dire esattamente contro cosa. Perché la legge cosidetta Biagi arriva dal centrosinistra, il precariato e il debito pubblico arrivano da lontano, la crisi economica non l’abbiamo inventata in Italia, il terremoto neanche. Ma soluzioni non se ne vedono, anzi.
Dal Palazzo arrivano colate di merda e tutta questa gente è completamente sola. Nessuno li rappresenta, nessuno ha la capacità di raccoglierne la disperazione e indicare loro una strada.
E chi vorrebbe farlo, farebbe bene prima di pensare di essere in grado di indicare una direzione, a leggere tutti i 500 e più commenti alla lettera di Saviano.
Certo, a milioni se la sono cercata questa fine, perché a milioni, negli anni passati, hanno creduto alle favole televisive del presidente operaio, e altri milioni continuano a crederci e a giurarci sopra.
Forse a milioni cominciano ad essere incazzati anche contro sé stessi, per esserci cascati, come asini.
A milioni, perfino io, spero che si incazzino ancora di più. Finalmente.

 

RIVOLUZIONE

15 dicembre 2010

Visto lo stato delle cose, io ora la penso esattamente così.

SICUREZZE

12 dicembre 2010

A me piace lui, un sacco. Lui, non si capisce bene. Probabilmente meno di un sacco, e quindi non se ne fa niente.
Invece io piaccio un sacco a un altro che a me non piace niente. Quindi lo stesso non se ne fa niente.
 
Una volta, più giovani, era tutto più semplice. Ci si piaceva così così, ma comunque si combinava qualcosa, ci si provava, almeno.
Ora gli equilibri sono molto più stabili e allo stesso tempo instabili. Stabili perché ognuno cerca di mantenere quell’equilibrio che gli permette di camminare, senza doversi troppo preoccupare, nel sentiero che si è scavato nella roccia, prima a colpi di piccone, e poi di mazzetta, e poi di scalpellino, e infine con le unghie e anche con i denti. E ci vuole camminare sereno e tranquillo, portandosi in spalla il suo zainetto di storie, amori, dolori, passioni, fallimenti, felicità, perché quello è, ormai, ma senza guardarci mai dentro, che sennò è una gran fatica.
Instabili perché comunque lo zainetto pesa sulle spalle e a volte si ha voglia di aprirlo, rovesciarlo e guardare scivolare fuori tutto quello che c’è dentro, e chi s’è visto s’è visto.
Ci vorrebbe un po’di precariato, non solo nel lavoro.

TEMA 2

8 dicembre 2010

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Ai miei tempi, alle elementari, dalla terza in poi avevamo due libri: il sussidiario e il libro di lettura. Il sussidiario ce l’ho ancora: c’erano dentro un po’ tutte le materie, dall’italiano alla storia, dalla matematica alla geografia, dalle scienze alla religione. Il libro di lettura invece non ce l’ho più, ma mi ricordo che aveva una copertina azzurra, con un disegno e un titolo che forse aveva a che fare con le ali, o le nuvole, o scie luminose nel cielo. Qualcosa di volatile comunque.
Dentro c’erano le letture e le poesie. Forse anche le canzoni. No, le canzoni no, perché ce le faceva copiare in un apposito quadernetto il maestro di canto. Tutte cose sul genere: Il Piave mormorò, Il tricolore, La fanfara dei bersaglieri e cose così, che potrei ancora cantarvi parola per parola, che allora mica si scherzava con i cori, le canzoni e le poesie da imparare a memoria.
Allora andavano moltissimo le poesie di Diego Valeri e di Pascoli, e letture edificanti sulla famiglia, la patria e i buoni sentimenti. Del resto la mia scuola era intitolata a Edmondo De Amicis e credo pure che “Cuore” sia stato uno dei primi libri in assoluto che ho letto da bambina. Mi piaceva la storia del Piccolo scrivano fiorentino, per via che scriveva, ovviamente, e del padre ingrato che alla fine si rende conto di che perla di figlio ha.
Avevamo una bibliotechina di classe dove ogni bambino doveva portare un libro che gli altri potevano prendere in prestito. Io avevo portato “Le avventure di Tom Sawyer” che mi era piaciuto moltissimo, soprattutto per via di Huckleberry Finn, che quello sì che era un vero figo, mica Tom Sawyer. Mi era quasi sembrato un atto sovversivo portare un libro straniero nella bibliotechina di classe, ed ero contenta di vederlo lì, tra le fiabe melense di principesse e cenerentole e il “Cuore” onnipresente. Nessuno lo prendeva mai in prestito, il mio libro, ed ero rimasta malissimo quando la maestra mi ha detto di riportarmelo a casa perchè un altro bambino, Alessandro, quel tonto ignorante e mammone, l’aveva preso in prestito ma si era lamentato che non aveva potuto leggerlo perché era scritto troppo in piccolo. Me lo ficcò in mano, quasi arrabbiata, come se avessi scelto io i caratteri di stampa, d’intesa con l’editore e come se non fosse un’idiozia quella di non leggere un libro perché è scritto troppo in piccolo. Ogni tanto lo rivedo in giro in città, Alessandro, invecchiatissimo, e con la stessa faccia da mammo, e mi viene voglia di andare a dargli uno spintone e dirgli qualcosa come: aaaaaah scritto troppo piccolo!! Ma dì piuttosto che non sapevi leggere! Testone!
E comunque nei miei libri di testo delle elementari si usavano ancora termini come codesto, aviogetto, allorché e massaia, e di conseguenza, un italiano un po’antiquato, ma quasi aulico e raffinato, che forse, pur nella sua semplicità, voleva, nello sforzo immane e prodigioso di quegli anni di alfabetizzazione di massa forzata a botte di italiano standard, scostarsi e innalzarsi dalla parlata comune, quasi sempre contaminata dai dialetti e sforzarsi di insegnare ai bambini una lingua quasi formale e libresca.
E allora eccovi qui un altro esempio della Dipòk decenne. Non un tema vero e proprio questa volta, ma un riassunto estemporaneo, fatto lì per lì, di un racconto edificante letto in classe dalla maestra sulla solidarietà umana. A rileggermi mi faccio davvero uno strano effetto: tra boccioli che si schiudono, pasti frugali, e questo stile un po’pomposo e retorico, ricalcato evidentemente sulle letture che mi propinavano all’epoca. Però, bisogna ammettere, con tanto di paratassi, già allora.
Voto: otto e mezzo. Ebbè!
 
Riassunto di: Solidarietà umana
 
Quest’uomo conduceva una vita originale: amava la solitudine.
Solo la natura gradiva, e quando doveva passare per la città, l’attraversava a capo chino col passo frettoloso.
Considerava la società ingiusta per il fatto che lui era diverso dagli altri, lui era povero.
Viveva in una casa piccola i suoi vestiti erano miseri come le sue sostanze.
Al mattino alzatosi passeggiava lungo i rivi dei fiumi, il gorgoglio dell’acqua gli dava una dolce sensazione come il canto degli uccelli.
Un bocciolo che si schiudeva davanti ai raggi del sole gli sembrava un miracolo.
Mangiava sull’erba un pasto frugale: pane, formaggio e della frutta.
D’estate si addormentava supino sull’erba molle, guardava le stelle, le conosceva tutte le più vicine e le più lontane.
Però un giorno ebbe bisogno di un aiuto che solo una cosa che lui scansava poteva dargli: l’uomo.
Si era allontanato parecchie miglia dalla sua casa e d’un tratto si sentì male.
Si fermò.
Non s’era mai sentito così male e ora non sapeva cosa fare.
Ansava e la solitudine raddoppiava l’ansia.
Tutto ad un tratto sentì un fruscio, attese. Qualcuno lo chiamò fratello. Quest’uomo non conosceva la vita affettiva, pensava che la società fosse ingiusta e cattiva, ma non era così.
Si affidò a quell’uomo che l’aveva chiamato con una parola così espressiva.
E lungo la strada mentre calava la sera anche lui sentì il bisogno di chiamare quell’uomo con la parola che gli aveva aperto il mondo degli affetti e delle amicizie: fratello.

 

CONFLITTO OTTICO

4 dicembre 2010

Caro blog, sono uscita con lui. Abbiamo parlato e parlato e parlato e non so cosa ho detto. Anzi, non ho neanche capito di cosa abbiamo parlato.
Mi ricordo solo un lungo sguardo: ci siamo guardati negli occhi per un tempo infinito.
Quello che a me è sembrato un tempo infinito. Venti minuti, mezzora? Ma figurati.
Ho fatto le prove davanti allo specchio e non possono essere stati più di tredici, quattordici secondi. Prova tu a guardare qualcuno negli occhi per quattordici secondi. Davanti allo specchio ho provato anche a sorridere per quattordici secondi, e non è facile. Perché di sicuro stavo anche sorridendo. Eppure avrei continuato per un'altra mezzora, le orecchie un po’mi fischiavano per il silenzio: intorno probabilmente la gente si era fermata. Quelli del tavolo lungo il muro, erano rimasti immobili: uno girato verso il capotavola con il bicchiere alzato a metà, un altro mentre allungava il braccio verso la saliera, un altro ad arrotolare con la forchetta le pappardelle al sugo d’oca. Il tintinnare di forchette e il vociare della tavolata di fondo non c’era più. La cameriera era sulla porta della cucina con tre piatti in mano e perfino il fumo si era bloccato in tre nuvole leggere e sfilacciate fisse sui bolliti di carne e sulle verdure cotte.
Io sapevo da qualche parte dentro di me che avrei dovuto abbassare lo sguardo, o girare gli occhi a guardare da qualche altra parte. Sentivo delle parole lontane che me lo suggerivano, ma era un pensiero che non riusciva a arrivare, appena abbozzato, come se si fosse perso per strada attraversando dei percorsi lunghissimi dentro i ricordi, o i pensieri, ed ero contenta che non arrivasse. E guardavo lui come per capire perché volevo continuare a guardarlo. Forse lui una risposta ce l’aveva. Ma neanche questo pensiero arrivava. Anzi, non partiva neanche.
Alla fine dei quattordici secondi lui ha girato gli occhi, ha visto la bottiglia dell’acqua e ha pensato di riempire i bicchieri. La gente allora, intorno, ha ripreso a mangiare.


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