INCANTO

La mia vecchia casa è sempre lì dov’era, sulla statale.
Delle volte ci passo davanti in macchina, alzo gli occhi attraverso il parabrezza e vedo il balconcino tra le due finestre del soggiorno e della camera da letto. Penso: ecco. Ma no, neanche. Non penso niente.
Delle volte torno lì davanti a parcheggiare, perché poi, passando sotto la stazione, è un attimo arrivare in centro. Ma scusa perché non parcheggi allo stadio, mi dicono. Non lo so perché non parcheggio allo stadio. Ci ho anche provato, ma poi la strada per il centro è noiosa, senza negozi. E perché non vai nelle stradine prima delle mura, lì si trova sempre. Sì, ma poi al ritorno non mi fido, alla sera. Beh sarà meglio passare per la stazione, allora. Quante storie, dico io, ci ho abitato per anni, dietro la stazione.
Quindi parcheggio lì, davanti alla mia vecchia casa. Scendo dalla macchina, la chiudo, e piano piano, con fare di nulla mi giro a guardarla, ma solo un attimo, poi faccio come se abitassi ancora lì, quando attraversavo la strada di corsa, tra le macchine che rallentavano mentre il semaforo all’incrocio passava dal giallo al rosso. Ma io non abito più lì e lei non è più la mia casa. Eppure lei è lì, tale e quale. E sa tutto. C’è pure ancora il mio nome sul campanello. Almeno lo togliessero. Almeno la affittassero. Potrei pensarla abitata, cambiata. Mobili diversi, suoni diversi, via quel disastro di linoleum che raccoglieva lo sporco e se lo teneva ben stretto tra le sue linoleomolecole.
E sotto il linoleum, se qualcuno lo togliesse, potrebbe apparire l’enorme macchia di vernice bianca di quando, pitturando il soffitto dell’ingresso, mi cadde tutto il barilotto di vernice dal gradino alto della scala e io con lui, e rimanemmo lì, io, il pennello, la scala, il barilotto e la vernice bianca sulle mie mani, braccia, pantaloni blu della tuta, e piastrelle del pavimento a guardarci increduli, indecisi sul da farsi: urlare? piangere? imprecare? E tutto quel bianco che si spandeva lento, denso e freddo ma bellissimo, rendendo uguali, fatti della stessa sostanza stoffa, metallo, pelle e pavimento. E tutti in attesa, fermi e silenziosi, di una mia decisione.
Un po’come quella volta che trovai un pipistrellino morto, ormai mummificato, pulendo la libreria dietro i volumi dell’enciclopedia e rimasi lì, attonita, con questa cosa pelosa in mano a chiedermi se era un ragno, un uccello, un topo o un mostro, e come diavolo fosse finito lì.
A chiedermi, anche allora, se dovevo urlare o spaventarmi o provare pena o cosa altro, per poi decidere, come con la vernice sul pavimento di piastrelle anni cinquanta, che se non avevo ancora urlato ormai non era più il caso, se non imprecavo voleva dire che non serviva, e che quindi tanto valeva mettersela via e provare a pulire.
Non era venuta via tutta la vernice, ma tanto avevo già deciso per il linoleum, ché le piastrelle anni cinquanta, o forse quaranta, mi facevano schifo, ma, come per il pipistrello, e per tante altre cose, per me, mettermela via, significava ricordarmelo per sempre.
Ricordarmi per sempre l’orgoglio di dipingere la mia prima casa da sola, la paura di chi cade dall’alto di una scala, in una casa vuota, e non sa come finirà la caduta, lo sgomento e il nodo in gola per avere evitato il peggio, lo smarrimento del rialzarsi doloranti chiedendosi cosa fare, ora, di quel disastro, e anche, non ultimo, l’abbaglio e l’incanto momentaneo per quel manto liquido, denso e bianchissimo sul pavimento.
E la mia casa, che ancora non mi conosceva, lì, a guardarmi.

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11 Risposte to “INCANTO”

  1. kalekaiagathe Says:

    bellissimo.  credo fortemente nella necessità di raccontare microstorie, perché la nostra storia collettiva è finita, siamo dopo la fine. se riguardiamo ai dettagli della nostra vita, o ne immaginiamo altri, viene fuori un mosaico di fatti che forse ci aiuteranno a ricomporre un quadro i cui contorni appaiono oggi decisamente compromessi. per ora ci resta il racconto breve, un po' in forma di apologo, quello che presenta sempre qualcosa di allegorico e di epifanico. come qui. sei davvero molto brava: ed è un complimento serio.(sul modello della cartavetro io non mi ero soffermata: chi ha detto che doveva essere a grana grossa? parlavo della sensazione di graffio e scavo "su di me". oltre la vernice, d'accordo. oltre anche a "questa" vernice).

  2. anonimo Says:

    Dipòk, ma come fa uno, dopo aver letto una meraviglia del genere, a non dirti che vorrebbe darti un bacio grande come una casa? :-)Però poi gli sovvien della recente istituzione del reato di stalking, e allora molto più sobriamente ti dice: bravissima!!! :-)Il pipistrellino morto mi ha commosso…Smirki175

  3. anonimo Says:

    Il tuo bel racconto mi fa da due madeleines al prezzo di una: la prima è l'appartamento dove ho vissuto fino ai 14 anni, con una gran voglia di rivederlo, poi, ogni volta che ci passavo sotto… Ma mai dire mai, qualche mese fa ho potuto togliermela, organizzando una visita luciferina dopo aver visto sul portone un cartello "affittasi" che non poteva riferirsi che a casuccia (ex) mia. Giovane amico compiacente (che cerca casa, ma questa era più che lampante che non faceva al caso suo), e il gioco è fatto. Per la cronaca, a parte un loffio e già fatiscente rinnovo di piastrelle in cucina, bagno e cesso, tutto è rimasto com'era, e questo non l'avrei davvero mai immaginato. Sicchè mi veniva da piangere, un po' per l'emozione legata si ricordi, un po' per il coraggio che hanno di chiedere un affitto esorbitante per una casa rimasta uguale da… ve lo dico..?… più di quarant'anni.La madeleine n.2 riguarda invece la caduta dalla scala, e mi dà ancora i brividi lungo la schiena, nonostante a me non sia toccato di cadere, ma solo di assistere: al precipitare di un'amica che era salita, nella sua cucina, per prendere qualcosa che stava in alto. E io, a un paio di metri, mi ricorderò sempre -come in un film al rallentatore- di aver visto che apprestandosi a scendere dall'apice della scala ha messo il piede, anzichè sul gradino, perfettamente nel vuoto… Andando giù, come altrimenti non poteva essere e senza che io riuscissi far niente, se non quando era già per terra. Ammaccata e dolorante, ma per fortuna tutta intera. E senza pittura dilagante intorno…siu

  4. cf05103025 Says:

    Sì, molto bello, direi da cantare, lirico.Mi ricordi quella volta che quasi svenni, mi dovetti attaccare ad un muro, sentendo per le scala della mia casa in campagna (che è vecchissima), quella che porta in cantina, il medesimo caratteristico odore, profumo, sentore che aveva la cantina di quella, pure antica, casa dei miei nonni….MarioB.:-)

  5. lemmaelabel Says:

    Una volta qualcuno, tanto tempo fa, preparava un dolce: lo chiamava biancomangiare.  Denso, freddo, bellissimo.

  6. anonimo Says:

    "…ma, come per il pipistrello, e per tante altre cose, per me, mettermela via, significava ricordarmelo per sempre."Questa mi piace assai, sorella.Rob 

  7. dipocheparole Says:

    @kaleetcetc: grazie kale. NOn ho capito il concetto della necessità delle microstorie e di chi dovrebbe scriverle e perché.Però mi interessa. Perché non ci fai un post che così me lo spieghi?:)) (e non solo a me..)@smirkiolo: tenerone:)) avercene come te!Anche a me mi aveva commosso il pipistrellino.@siu: beh almeno non sono la sola. Sia a piangere sulle case perdute che a cadere dalle scale..@mario: gli odori sono ancora peggio, tra i ricordi. Ti beccano a tradimento.@lemmola: biancomangiare e bianconiglio. Mi suona molto poetico.@Robilante: eh Rob.. old bro.. 😉

  8. falconier Says:

    Che bello Elena, dopo mesi che non guardavo la TV , ho visto proprio mezz'ora fa il finale del film L'ultimo imperatore, quando l'ex sovrano mostra al figlio del custode il piccolo vaso nascosto sotto il trono, nel quale anni addietro aveva racchiuso quel piccolo insetto. Un mettere da parte le cose del nostro passato, dell'oggi che domani sarà ieri come il tuo barattolo di vernice bianca.Il falconiere

  9. dipocheparole Says:

    @falc: non mi ricordo il finale di questo film. Da rivedere visto che ha a che fare con l' "a cosa servono in ricordi" che è poi il mio tema preferito..

  10. colfavoredellenebbie Says:

    Piace tanto.A volte ho la sensazione che anche la casa sia stanca insieme a me. O sudi. O stia bene. Si creano sinergie e prestiti, nella convivenza.Qualche anno fa l'abbiamo sistemata. Di fuori. Non solo per noi, anche per lei, perché ritrovasse un suo modo.Disintonaco, nuovo intonaco, colore biscotto poco cotto.Mio marito addetto alla ringhiera del balconcino, sulla facciata. Vernice verde bosco.Leggendoti ho provato la stessa sensazione di quando inavvertitamente il barattolo si è rovesciato e il colore ha preso a grondare sul detto biscotto poco cotto, come un lento urlo verdone.Pelle d'oca ipnotica.

  11. dipocheparole Says:

    @colfavore: ciao:)). Anch'io credo che le case convivano con noi. Bellissimo il lento urlo verdone! grazie e ritorna.

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