EMERGENCY DEPARTMENT. ALICE SPRINGS

Stanotte avevo un po’ nostalgia. Nostalgia di quel viaggio che mi sembra così lontano, di quella Dipòk che ora sembra un’altra.
A volte ho bisogno di rileggere cose scritte anche anni e anni prima per ritrovare pezzi di me che mi sembra di perdere per strada, capire chi ero e cosa cercavo.
Potrei riempirci una libreria Billy da 40 x 180 con le cose che ho scritto da quando ho avuto una penna in mano a oggi. E’ la mia memoria storica. Mi metto lì, mi rileggo diari, quaderni e blocchi di carta, e mi rimetto la tutina rossa di quando avevo otto anni, i pantaloni di fustagno della Benetton di quando avevo 14 anni, i jeans neri di quando ne avevo 25 e così via. Qui mi sono rimessa il camice bianco allacciato dietro che mi hanno dato quella volta al Pronto Soccorso di Alice Springs. Erano solo tre anni fa e sembrano cento.
L’avevo già postato qui un paio di anni fa, ma mi piace rileggerlo oggi. Spero piaccia anche a chi passa di qui.

Dei grossi insetti iridescenti caracollano lenti sul pavimento dell’Emergency Department dell’ospedale di Alice Springs. Nessuno sembra farci caso, qualcuno è calpestato, altri sono rovesciati e zampettano tristemente in agonia, solo un bambino aborigeno in braccio al papa’ a piedi nudi, li guarda e li indica con la manina.
Una grossa donna aborigena, immobile, il viso tumefatto, è stesa sul lettino dietro la tenda a fianco al mio. Un’altra si guarda intorno, gli occhi spaventati, seduta accanto al figlio che gioca tranquillo.
Un asiatico, con la scritta fluorescente "DOCTOR" sulla schiena, compila delle carte, seduto ad una delle scrivanie di fronte al mio letto. Infermieri sorridenti e silenziosi vestiti di tutine blu, ma con ai piedi gli scarponcini da camminata nel deserto che usano un po’ tutti qui in giro, vanno e vengono tra le tendine che dividono i pazienti.
L’albergatore mi ha portata qui in macchina dopo che sono svenuta della hall del Desert Rose Inn Motel. Ero stata malissimo tutta la notte, dopo cinque giorni a temperature infernali tra i 38 e i 42 gradi e un tour altrettanto infernale al monolite ad Ayers Rock. Novecento chilometri di pullman tra andata e ritorno, una sosta di una notte al Mt. Ebenezer Road Motel, dove ci hanno servito, in pieno deserto australiano, circondati da nugoli di mosche che qui non danno tregua, un piatto composto di pesce fritto unto, patate fritte ancora più unte e insalata di cipolle crude, e il giorno dopo panini al formaggio con pomodoro e insalata che immaginavo preparati dalle mani luride degli autisti-guide-rangers.
Durante il viaggio di ritorno, al buio, mentre attraversavamo il deserto rosso del cuore dell’Australia, circondati dal nulla, con un manto di stelle luccicanti sopra la testa, la Croce del Sud bassa sull’orizzonte di fronte al mio finestrino, con l’autista bene attento a scrutare la strada per non incappare in qualche animale (canguri, wallaby, cammelli, emu e vacche girano indisturbati per queste strade), il secondo autista, un bel tipo (il più’ pulito dei tre) vestito da ranger, che mi aveva anche invitato a bere qualcosa arrivati ad Alice Springs, improvvisamente si precipita dal fondo della corriera a vomitare nel bidone accanto all’entrata. Fine della serata. Una ragazza canadese lo segue a ruota. Alla fine tocca a me. Arrivata al Desert Rose Inn, nella mia stanzetta puzzolente di muffa, dalla moquette verde pisello, le lenzuola verde bottiglia, il lavandino marrone, le pareti di mattoni, un caldo torrido appena attenuato dal rumorosissimo condizionatore, sto malissimo tutta la notte.
Il giorno dopo nel pomeriggio ho l’aereo per Melbourne. Al mattino striscio verso la reception per chiedere se posso tenere la stanza fino al pomeriggio perché mi sento poco bene, e mentre sto parlando conl’albergatore, un tipo gentilissimo dall’accento incomprensibile, sento che sto per svenire.
Con una mano all’indietro cerco una delle poltroncine di vimini accanto al bancone, vedo i due coreani che ieri erano in gita con me scendere le scale lentamente e guardarmi, e capisco che ora verra’ il peggio.
Comincio a piovere sudore e a tremare, le mani mi si contraggono, la nausea esplode, come un geyser inondo il pavimento e scivolo giù, meravigliandomi di quanta acqua potessi contenere. Sento solo la cameriera tailandese che era dietro il banco della reception accorrere, abbracciarmi e urlare: ” she’s collapsing! help! she’s collapsing!” . Penso: io? Collapsing? Ma no. E mi sento dire: ”please, call a doctor, call a doctor”. Poi mentre sprofondo sempre di più nel nulla, mi chiedo perfino se sia più giusto dire “have you called a doctor?” o “did you call a doctor?” . Cosa sarà meglio? Ma l’avranno chiamato sto dottore? Vi prego, sto male, call a doctor, call a doctor. Penso al glorioso museo dei Flying Doctors che ho visitato qualche giorno fa. Ma quando era? Ieri? O l’altro ieri? Quindi ce l’hanno un ospedale qui. I Flying Doctors arriveranno con l’aeroplano e mi salveranno. Ma quando? E dove mi porteranno?
Poi, per un lungo attimo, più nulla.

La tailandese mi stringe al petto e mi asciuga il viso con un tappetino verde del bagno. Ho caldo da morire, ho freddo da morire. Mi toglie gli occhiali, io me li riprendo, lei me li ritoglie e io me li riprendo, mi abbraccia, mi toglie il fiato, cerco di scostarla, mi stringe, mi picchietta con la mano, mi vuole far bere dell’acqua da una bottiglia, no thank you, cazzo e’ gelata, moriro’, mi vuoi far morire? mi mette la bottiglia davanti alle labbra, penso che Cangrande della Scala e’ morto bevendo acqua gelata, ma lei e’ tailandese, che ne sa di Cangrande della Scala? Urla qualcosa all’altra cameriera che con un secchio di candeggina sta pulendo il disastro che ho combinato. La candeggina ha un odore fortissimo. L’altra, una bionda con gli occhi chiari, le urla qualcosa di rimando, io la guardo e , contemplando i miei resti che spariscono nel secchio, mi chiedo che accento abbia, sembra una ragazza dell’est europa, ma qui l’est e’ troppo lontano, pero’ forse anche il padrone viene di la’. Qui arrivano tutti da qualche altra parte. “Sorry, I’m sorry for that – le dico – sorry, I’m sorry”. Ma l’avranno chiamato il dottore? Did you? Have you? I Flying doctors, dove diavolo sono? Sto male. Sento dire “hospital”, la tailandese mi aiuta ad alzarmi, mi giro e vedo sulla strada il padrone dell’albergo che e’ andato a prendere la macchina. Sorry for that, I’m sorry, ripeto. “It’s ok – fa lui – it’s ok”. Improvvisamente mi ricordo del portafogli e del mio diario di viaggio che avevo in mano, con gli indirizzi, i numeri di telefono, gli appunti, tutto! “My book, my… come cazzo si dice portafogli!? …wallet! my wallet, please! My book!”. Non posso andarmene senza il mio diario! Torno indietro. Arranco. “My book!” La tailandese corre a prendere quaderno e portafogli, me li mette in mano con la bottiglia d’acqua e il tappetino, salgo in macchina, mi allaccia la cintura. Thank you, thank you.

Ed eccomi qui. Trasformata nel giro di dieci minuti, da turista in calzoncini corti a malata in camice bianco. Rispondo a domande, compilo moduli, mi meraviglio di sapere ancora il mio indirizzo e il mio telefono in Italia. “This is your bed”. Quello? Qui in mezzo? Sembra di stare in mezzo ad un ufficio. In effetti sembra ER della tivu. Tirano la tendina. Sto un po’ meglio.
L’infermiera Nat, una moretta carina, gentile e sorridente, mi mostra come infilarmi il camice e mi dice che ora verra’ il dottore a visitarmi. A parte gli scarafaggi sembra tutto pulito e a posto.
Arriva una ragazzona alta, bionda, con i capelli corti, in maglietta, calzoncini e scarponcini e mi chiede qualcosa. E’ lei il dottore.
Si chiama Tone Levang, e’ norvegese. Le chiedo che ci fa una norvegese ad Alice Springs e mi dice che cercava qualcosa di diverso. Cercava il caldo ? le chiedo sorridendo. No, no, qualcosa di diverso – dice – Prima sono stata in Tasmania, e poi, da un mese, sono qui ad Alice Springs. Dice che probabilmente la mia e’ un’intossicazione alimentare unita ad un colpo di calore, che sono disidratata, che ho la pressione a terra e che mi fara’ una sacca di liquidi in vena e comincia a forarmi il dorso della mano. Le mostro una bellissima vena verde/blu che ho nell’incavo del braccio, gonfia, visibile e pronta per ogni tipo di prestazione, ma lei insiste a volermi massacrare la mano e dopo avermi procurato un bel livido amaranto, si scusa e mi infila l’ago nel braccio.
“Si chiama butterfly questa? “ le chiedo, per far vedere che anch’io so e cercare di passare dalla condizione di paziente passivo a quella di paziente interattivo. “No, this is a cannula”. “Ah, la cannula!” dico io, come se, essendo un nome latino mi appartenesse. E lei: “come si dice butterfly in italiano?” “Farfalla” dico io. “FAFFALLA” ripete lei. Si’. Ecco. Sorridiamo.

Due sacche di liquidi, un te’, una fetta di pane tostato e a mezzogiorno esco dall’Alice Springs Hospital. Mi sento un’ameba ma devo fare la valigia.
Alle quattro ho il volo per Melbourne.

 
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8 Risposte to “EMERGENCY DEPARTMENT. ALICE SPRINGS”

  1. anonimo Says:

    Molto bello, Dipòk…cioè, nel senso, non bello che sei stata male, ovvio 🙂 ci tenevo a precisare perchè, essendo io il re dei fraintendimenti, non si sa mai :-)Ma bello come sai raccontare…cacchio, sei forte!!! 🙂 Riesci a commuevermi solo con il tuo stile, con la forma così preziosa della tua prosa…non una commozione di piagnucoleria ordinaria, macchè, tutt'altro: è una commozione che ti succede quando ti trovi di fronte alla bellezza vera, quella che tu sai regalare…E ribadisco un mio vecchio concetto: ogni volta che leggo il tuo blog mi stupisco sempre come sia possibile avere a disposizione una simile bellezza, gratis :-)Ammirato e riconoscente,Smirki175 🙂

  2. dipocheparole Says:

    Grazie Smirkino, sempre troppo buono tu.:)

  3. cf05103025 Says:

    Cara Dipòk:Davvero speciale!Ottimo racconto, mi ha fatto sudare ed avere paura con te.'Na volta avrei potuto andare ad Alice Springs perché avevo un maestro di yoga che mi voleva portare con sè a vedere l'Ayer's Rock,  e lì c'era 'na formidabile  scuola indiana di yoga e 'sto maestro era un geometra mezzo indiano e mezzo etiope e mezzo matto. Io invece sono andato in Maremma a guardare i pini marittimi.Perdonami se quivi poco mi feci vedere ma è un periodo che ho tanto da fare: varie ed eventuali evvia.abbracciMario

  4. SiciliaL Says:

    ti leggevo chez Alcor. Da qualche tempo anche di qua, molto bello 🙂

  5. dipocheparole Says:

    @Mario: grazie e perdonato. anch'io sono stata poco in giro, e anche qui.:))@sicilia: grazie e benvenuta.:)))

  6. anonimo Says:

    Pare di esserci, pare…!

  7. fuoridaidenti Says:

    Come ha già detto Mario, mi hai fatto sudare e gelare e insomma stare male con te. Bel raccontare.

  8. dipocheparole Says:

    @radicchiola: grazie. ti aspetto presto eh:)@fuoridaidenti: grazie anche a te.:))

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