ZEITGEIST

Ella viveva in quello scorcio di anno 2010, in piena sincronia con lo Spirito del Tempo.
Lo Spirito del Tempo, imparziale, lucido e obiettivo diceva che tutto era fanghiglia, che non si andava da nessuna parte, che lì toccava stare, a rimenarsi in quella fanghiglia, e chiamiamola pure merda, ma di quella merda appiccicosa, se pure mai esiste, magari come escreto di qualche intestino poco sano, alienizzato, nel senso della gelatina vischiosa e spermiforme del film Scottesco, Scottiano, Scottico, di Ridley Scott insomma, ed ella vi ci si adeguava.
Ed era una vera sofferenza. Perché a lei mai era piaciuto adeguarsi, proprio a nullaché, ma tristemente, e senza sforzi, la sua psiche soggiaceva, come quella di milioni di altri suoi simili, mesti abitanti di quell’angolo di mondo, alla imputrescenza della vita morale, culturale, etica e sociale di un intero paese.
E pensava: sarà che sto invecchiando a vista d’occhio, se quello che solo dieci anni fa era di valore, é ora solo cacca. E poi: sarà che i tempi cambiano più veloci della luce, il che, a conti fatti, era pur vero, se quello che solo dieci anni fa aveva un senso, ha ora il significato opposto.
Eppure no, non era l’invecchiare, non era il vedere da lontano, il ricordare un Tempo diverso, se pure anche chi aveva venti anni di meno, la ragazza trentenne del corso serale, giovane avvocatessa sconfortata, scendendo le scale, aveva detto, scuotendo piano il capo, gli occhi fissi a terra: e vedesse i nuovi arrivati come sono! Almeno noi avevamo un’etica professionale! Dovrebbe vedere che fax ci arrivano in studio!
Non era l’invecchiare, lei se lo ricordava bene com’era a diciassette anni, che era l’altro ieri, se una classe intera di ragazzi di pari età, ma dell’età di oggi, di questo Tempo, non sapeva capire, pur leggendo e rileggendo, le tre righe di consegna di un facile esercizio. Ma non perché fossero stupidi, mannò, con tutte quelle vitamine e antiossidanti e le vacanze al mare e in montagna e il sapientino e i moduli di apprendimento e l’offerta formativa, ma perché leggevano ma non vedevano, sentivano ma non ascoltavano. E tu glielo ripetevi tre volte e loro otto volte ti interrompevano: ah ma allora è così? No, ascoltatemi, e loro ancora: ah ma allora è cosà? Che forse nessuno mai gli aveva spiegato qualcosa imponendogli di tacere? No.
Lo Spirito del suo Tempo era stato un altro se una dozzina di adulti (altro corso serale) non sapeva che Indira Gandhi era (stata) una donna, che un Modulo d’Iscrizione non è un Curriculum e se ragazzi di diciotto anni (corso di recupero del debito formativo, il pomeriggio), sgranavano gli occhi se gli dicevi che il di loro padre pagava per farli andare a scuola. Davvero? Aveva esclamato la ragazzina. Eh sì, e non solo tuo padre, noi tutti paghiamo le tasse per farvi andare a scuola. Erano rimasti a bocca aperta. Ma chi diavolo pensavano che pagasse? O che eravamo tutti qui a sgolarci a gratis? A pretendere cose da voi senza darvi mai il tempo necessario per capirle? Perché anche questo era vero, con orari ridicoli di quaranta ore a settimana, dove fare venti materie, tutte di fretta, tutte in superficie, con insegnanti che arrivano sempre venti minuti dopo l’inizio dell’ora, segreterie ridicole, fatte di donne ratto che in un ufficio privato non durerebbero due giorni, aule scolastiche dove non ci farei stare il mio gatto per mezza giornata. O scuole stupende, con insegnanti operosi, segreterie svizzere e ragazzi che già in terza hanno capito come funzionano le cose e stazionano tra i banchi come meduse accasciate, cinici come mercanti levantini e disillusi come reduci.
Lo Spirito del mio Tempo si era volatilizzato. Ingenuo che eri.
O forse saggio, come tutti gli Spiriti del Tempo, te ne sei andato, appunto, in Tempo. Siamo rimasti noi, quelli che il Tempo dovrebbero viverlo, costruirlo, progettarlo, siamo rimasti qui a sopportarlo, a patirlo.
Finché per me, per voi, per tutti quanti noi, non ne rimarrà nemmeno un attimo.

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13 Risposte to “ZEITGEIST”

  1. anonimo Says:

    Il fatto è che lo Spirito del Tempo ha fatto testamento http://www.beforedepression.com/images/Hogarth%20Bathosa.jpge se riesci a ingrandire la stampa di Hogarth, leggerai sotto la sua mano destra «lascio perciò ogni cosa in mio possesso (non a Dio: questa è la parola cancellata), ma al Caos, che nomino mio solo erede». Le Parche sottoscrivono l’atto come testimoni.E noi che l’abbiamo esaltato sempre come unico sovrano del mondo; questo buffone che se ne sta con pipa rotta e clessidra in frantumi sotto l’insegna sfasciata di ciò che una volta doveva essere un’allegro pub: “Alla fine del mondo”.Ultimo gustoso particolare: l’atto di bancarotta della Natura, con tanto di sigillo notarile, sull’estrema sinistra, accanto alla falce, anch’essa spezzata. Ma di particolari ne puoi trovare a iosa in questa stampa, sempre che ti riesca di ingrandirla con il bottone in basso a destra. Altrimenti commento inutile. Vanitas vanitatum. Rob

  2. lemmaelabel Says:

    E quella tavolozza spezzata (non lo si può più figurare)? E quella campana rotta (non lo si può più scandire?)Ditemi!

  3. anonimo Says:

    Lemma, in particolare su quello che vuoi sapere Cacciari dice: «Tutte le cose preda del Tempo giacciono a terra … Tutti i valori del mondo si sono rivelati mortali prodotti del Tempo, non sono alla fine che trofei di Kronos. Ed è appunto secondo l’iconologia tradizionale della vanitas vanitatum che Hogarth li rappresenta: il borsello stracciato e vuoto dell’avarizia, l’ornato arco di Amore, la corona spezzata, i simboli caduti dell’Arte e della Guerra (la tavolozza e il fucile), la campana incrinata, che non potrà più chiamare (a raccolta) nessuno…». (M. Cacciari, La morte del Tempo, in Il Pensiero, XLV, 2006, 1). Dice anche che questo è un primo livello di lettura dell’opera.Scusa Elena, sono invadente come una banda di cornamuse. Rob

  4. lemmaelabel Says:

    Oh, grazie. 🙂

  5. anonimo Says:

    Che magone m'hai fatto venire, Dipòk :-(Forse ci sarà un Rinascimento, in un giorno lontano…forse noi non lo vedremo, e questo consola poco…ma ci sarà…smirki175

  6. dipocheparole Says:

    Insomma, o mio inestimabile Robilant (altro che banda di cornamuse:))), vuoi dirmi che io e Hogarth, a distanza di una trecentina d'anni, pensiamo le stesse cose?:)))Però è importante anche il titolo e il sottotitolo, The Bathos, insomma, non prendiamoci troppo sul serio, no? Se non ricordo male Hogarth era un gran dissacratore e prenditore per i fondelli. Ma forse son troppo stanca.@smirkiolo: beh per rimanere in tema di Tempo, Vico sarebbe d'accordo con te.:)

  7. anonimo Says:

    Hai fatto centro cara Hélène: Bathos, che in greco significa profondità, in inglese significa patetico, svenevole.Ironico persino nei confronti del proprio disegno, dedicato “ai commercianti di quadri oscuri” (vedi anche le innumerevoli stampe di indirizzo alchemico che circolavano in Europa), Hogarth mostra la rovina cui va incontro la materia più sublime quando viene trattata in modo profano. “Un unico turbine afferra tavolozza e campana insieme a vecchie spazzole, pipe e bisacce sfondate”. Una pernacchia all’idea di un Sublime inossidabile nelle cose del mondo. Disincantati e scettici, ironici e sarcastici di conseguenza. Così, da allora, siamo noi paesani della modernità. Questo quadro è la rovina del mondo antico. Qualcun altro comporrà il successivo.  Rob  P.S. mi piacciono le cornamuse dei Royal Scott’s Fusiliers

  8. dipocheparole Says:

    Meno male che ci ho beccato! Hogarth l'ho scoperto poco tempo fa dando lezioni di inglese a una ragazzina del liceo artistico. Robily, ma perché non apri un blog pure tu che io ci verrei ad abitare? :))Da quella volta di come raccontavi su Nazione Indiana del cane del tuo amico che acciambellandosi diceva qualcosa tipo "Flags of our Fathers" a questi commenti tra filosofia e storia dell'arte, lo sai che ti seguirei ovunque!:)))

  9. dipocheparole Says:

    @robily: ecco qui, l'ho ritrovato. Se rileggo i tuoi commenti mi viene ancora da ridere:)))http://www.nazioneindiana.com/2007/09/14/io-non-sono-qui/

  10. anonimo Says:

    Dici che non possiamo continuare a vederci così?Rob

  11. lemmaelabel Says:

    non vorrei essere indiscreta, lo so, vi dovrei lasciare soli, Pochette! Ma se metti su casa, Rob,- cosa per la quale anch'io faccio il tifo – non è che mi potreste invitare a cena ogni tanto? O un thé?

  12. dipocheparole Says:

    @rob: no, voglio sedermi e ammirare alle pareti il tuo template, vedere come editi, come organizzi i commenti, leggere i tuoi link e rimirare la tua gallery! insomma abbiamo bisogno di un posto tutto tuo!:))@lemmola: cene, tea party e brunch per tutti! :)) (beh, almeno qui da me. poi nel blog suo ognuno xe paron a casa sua).

  13. anonimo Says:

    Ci sto pensando.Aver capito che Template non è una cittadina della Brianza mi sembra già un passo avanti.ciaoRob

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