PRIMA LEZIONE

Entro in classe, e volentieri, molto volentieri, saluterei con un cenno gli studenti, mi toglierei il giaccone e andrei a sedermi tra i banchi.
Non proprio in fondo, anzi a volte mi metterei anche in primo banco, per sentire meglio e poter intervenire, fare una domanda, chiedere una spiegazione, senza che tutti si girino a guardarmi, senza dovere alzare la voce, ché non sono capace di alzare la voce, e anzi, quando credo di averla alzata, che a me pare di urlare, nessuno mi sente, e io ci riprovo, ma di solito c’è un altro che parla più forte e la mia domanda passa in secondo piano, e ripeterla mi costa cinque minuti di vita, così che solitamente lascio perdere, tranne casi eccezionali, di sfavorevole congiuntura planetaria, in cui invece, con una certa tensione nella voce, ripeto la domanda e improvvisamente cala il silenzio, e tutti si girano a guardarmi e io mi rimangerei tutto, perché poi, di solito, le mie sono domande che nessuno farebbe e io mi sento la solita incarnazione del caso particolare, e chi mi deve rispondere mi guarda con attenzione, troppa attenzione, e mi risponde con dovizia di particolari e di spiegazioni, tanto che io direi guardi, non importa, lasci stare, ho già capito, che infatti ho già capito, davvero, e non so davvero perché diavolo mi è venuto in mente di fare quella cazzo di domanda, non potevo risolvermela da me, la storia?
Comunque, dicevo, mi metterei lì, con calma tirerei fuori il mio libro, il mio quaderno, la mia penna, sistemerei tutto sul banco e poi mi guarderei intorno.
Se qualcuno mi rivolgesse la parola, mi facesse una domanda, risponderei, anche con un sorriso volendo, ma concisa e diretta.
In poche parole, perché dopo le prime frasi non saprei più cosa dire e il silenzio che cadrebbe, mi creerebbe un tale imbarazzo che rimpiangerei di avere risposto con troppa disponibilità, quasi con allegria, come se fossi un’estroversa. Sarei anche capace di fare due parole se proprio l’altra persona mi stesse particolarmente simpatica, così a prima vista, che le parole fluirebbero senza doverci pensare troppo. Potrei perfino fare amicizia. In certi casi arrivare a chiedere il numero di telefono, chessò, la mail!
Però, fosse per me, se nessuno mi parlasse, io me ne starei lì per conto mio.
 
E invece no. Perché io non sono uno studente fra gli altri.
Sono l’insegnante, cazzo.
E stasera si inizia un nuovo corso. Corso di inglese serale per adulti.
Quindici, sedici adulti, tutti lì schierati tutti insieme, ad aspettare me. E io sono dieci giorni che penso a cosa dovrò dire, e ho la testa vuota, e mi preparo i discorsi, e mi preparo una scaletta: prima devo dire così e poi devo dire colà.
Prima chiedere i nomi, poi chiedere la ricevuta dei pagamenti, poi spiegare del libro, proporre il dizionario, parlare del programma del corso.
E temo il Rompicoglioni, perché in tutti i corsi, di solito, c’è il Rompicoglioni. Stasera l’ho individuata immediatamente. Ancora prima di entrare in classe. Mi aspettava nell’atrio della scuola. Voleva darmi subito la ricevuta del pagamento e chiedermi. Chiedermi cosa. L’ho rinviata a dopo, avevo cose da fare in segreteria, le ho detto.
Lasciami stare che mi sento un macigno sul petto, una quintalata di cemento sulla testa e vorrei essere ovunque, altrove, ma non qui.
Dormire, al buio, sotto le coperte. Distesa al sole, sulla spiaggia, gli occhi chiusi. Camminare, lo sguardo tranquillo, in una città sconosciuta. Abbracciata a qualcuno, il calore intorno. Guardare fuori da un finestrino, un paesaggio lontano. Una cena tra amici, qualcuno che parla, e ridere. Ovunque. Non qui.
 
E invece no. Salgo le scale, sospiro. Sentiranno tutti il mio sospiro? Ho il fiato corto e mi dico machissenefrega. Sì però cazzo, una vita passata a farmi forza.
Mi avvicino all’aula in fondo al corridoio. Socchiudo gli occhi per la luce dei neon. Mi costringo a entrare in classe, col sorriso tutto intorno alla bocca. Gli occhi sarò riuscita a farli essere brillanti? Mi costringo a urlare, ma sicuramente sto solamente alzando lievemente il tono. Saluto tutti. Sono un’insegnante entusiasta di inziare il suo nuovo corso. Simpatica, attiva, disinvolta, spigliata. Mi tolgo la giacca. Ho caldo, ho freddo. Faccio la spiritosa. Loro ridono, si sciolgono, parlano tra di loro. Io ho la testa completamente vuota. Come se dentro ci fosse improvvisamente acqua che sciaborda tra le ossa del cranio e non produce altro che uno sciacquio silenzioso. Respiro e vado.

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7 Risposte to “PRIMA LEZIONE”

  1. lemmaelabel Says:

    … e io mi struggo a leggere la tua lucida dissonanza tra quello che senti e che vorresti e quello che fai. Sempre meglio lucida che opaca, comunque. Sempre meglio Dipòk che una proffe qualunque. Ecco.

  2. anonimo Says:

    Io, dopo quasi vent’anni di onorato servizio – ma onorato da chi?- comincio solo ora che devo quasi- quasi!- andare via a non aver paura del Che dico.  A volte, invece, non ho proprio voglia di dire.

  3. anonimo Says:

    Il mio livello di capacità colloquiale con gli altri è talmente "elevato" che a volte di notte mi sogno di parlare con la gente e quelle sono le uniche occasioni in cui ci sono riuscito veramente 🙂 poi mi sveglio e non so avere dialoghi di quella intensità con nessuno 🙂
    Belllissimo scritto Dipòk…un vero condensato di umanità…mi è piaciuto un sacco…
    smirki175 🙂

  4. cf05103025 Says:

    Bel pezzo sincero e chiarissimo, cara Dipòk.

    E’ che di poche parole, là, bisogna imbastirne tante e,
    talvolta, arrivare a intessere battute, far la brillante,
    chè all’insegnante conviene essere un poco attrice,
    per ottenere ascolto.
    Magari architettare un poco di gioco della seduzione,
    che rende, oh, se rende!
    ciauciau
    auguri
    Mario

  5. anonimo Says:

    Evvai, siamo una legione. Pensavo succedesse solo a me che a volte, entrato in aula, mi si fa nel cervello l'effetto nebbia di un canale televisivo senza segnale. Mezz'ora prima nella mia mente si svolgeva una lezione strepitosa, inghiottita nel nulla al cominciarla. Scherzi dell'emozione, a volte siamo rilassati a volte meno, a volte si esce soddisfatti dall'aula, altre con il morale a terra. A volte siamo solo semplicemente stanchi. Allora sogno il ritiro bucolico.
    s|a

  6. lemmaelabel Says:

    S', vabbé, ma dove sei? E' finita la lezione, così torni?

  7. Lipesquisquit Says:

    Ti odio perchè tu insegni e io ancora no. E ti lamenti pure.Non si fa così, nossignore… 😦

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