L’OMINO DEI LAMPIONI

Il ragazzino mi siede accanto e cerca nella memoria. Ha appena tradotto un I take my daughter to school con un prendo l’autobus per andare a scuola. Non ce l’ho fatta, e sono esplosa in una risata. Beh, un po’di trauma da frustazione non può che fargli bene. Sa a malapena dire che la mamma è mother, ma davanti a un husband inchioda e tutta la frase si aggroviglia nella sua testa. Siede lì, un po’ timido, educato, reprime gli sbadigli ma la stanchezza gliela leggo negli occhi lucidi e nella incapacità di concentrarsi. Fa il terzo anno di un istituto professionale. Quindi, senza considerare  gli anni delle elementari, studia inglese da cinque anni. La madre, sola o separata, lavora in pizzeria. Le ho fatto lo sconto sulle ripetizioni del figlio, ma più di tanto non posso. Fatti i conti, credo che a fine mese lei prenda più di me. Anzi, di sicuro.
Lui dice che la prossima settimana, fatto il compito in classe, anzi, la verifica, come si dice ora, per un paio di settimane non potrà studiare inglese, perché deve anche studiare le altre materie che ha trascurato per l’inglese. Fa 36 ore la settimana di scuola, poi al pomeriggio ha le ore di recupero a scuola per le materie dove ha il debito, poi le ripetizioni di inglese e matematica. Ha appena il tempo di mangiare e dormire. E poi oggi, dopo la mia lezione parte e va via con gli scout per tutto il fine settimana. Dieci chilometri a piedi faranno. E lunedì ha la verifica. Mah. Beh, meglio che vada a camminare in montagna che a un rave party.
La ragazzina invece fa la quarta ginnasio del liceo classico. Farle lezione è quasi un piacere. Sa perfino cos’è un soggetto, un complemento oggetto e addirittura sa cos’è un participio passato. Ogni tanto si interrompe e mi racconta qualcosa. Mi racconta di una volta che in viaggio a Londra, le è capitato non so cosa, e lei non era neanche vestita bene, perché aveva addosso le Splangs, poi un paio di Biorns vecchi, un Forbughs tutto liso e aveva un Wolltubs di quelli che si usavano una volta, si figuri. Io annuisco, con un sorriso benevolo, immaginando che stia citando capi di abbigliamento non consoni. Evabbé, ai miei tempi c’erano i Levis, posso anche capire. Le dico che quando ho fatto io il ginnasio, si studiava letteratura inglese. Lei, che è alle prese con il do you like ice cream, mi chiede come facevamo.
Come diavolo facevamo?  
 
Quando eravamo bambini, mio padre ci raccontava che quando era piccolo lui, per le strade, la sera, passava l’omino che accendeva i lampioni a gas per le strade. Aveva un bastone lungo lungo, con una fiammella in cima, si fermava sotto il lampione e accendeva la luce. E a poco a poco, tutta la strada si illuminava di queste fiammelle un po’fioche.
Fra qualche anno, quando io racconterò che l’estate, finita la scuola, era un tempo lunghissimo in cui ci si annoiava per intere, azzurre, giornate, o che a quattordici anni, per andare in discoteca la domenica pomeriggio, prendevo l’autobus, il 3 barrato, e che perfino tornavo a casa con l’autobus quando era sera, e nessuno veniva a prendermi in macchina davanti alla discoteca, o che, quando andavo alle elementari mi alzavo, mi vestivo da sola, facevo colazione e addirittura mi avviavo da sola e a piedi fino a scuola, farò lo stesso effetto, sui miei giovani ascoltatori, dell’omino che passava la sera, per le strade della città, ad accendere i lampioni.
 
 
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11 Risposte to “L’OMINO DEI LAMPIONI”

  1. anonimo Says:

    Bellissimo racconto, Dipòk…
    Anche a raccontare che vedevamo solo 2 canali in tv, e quando iniziava un programma sull’altra rete, compariva un triangolino bianco in basso a destra dello schermo per avvisarti, ci si Neanderthalisce un tantino 🙂

    Grazie per lo stupore narrativo che sai così mirabilmente rinnovare ogni volta che butti giù anche solo una frase 🙂
    smirki175

  2. dipocheparole Says:

    @smirkiolo: grazie smirkino. Questa cosa dello stupore narrativo mi piace un sacco, anche se non ho ben capito se sei tu che ti stupisci o l’atmosfera che è stupente. (il mio tentativo sarebbe il secondo..:))

  3. anonimo Says:

    Io lo racconto già ora, dell’omino dei lampioni, dei Lewis, che attraversavo i campi (i campi!) per andare a scuola con il grembiule rosa (rosa!) e la cartella, e già sembro tuo padre.

  4. anonimo Says:

    @->DipòK: ovviamente la seconda che hai detto, Dip 🙂 l’atmosfera tua è assai stupente e ti assicuro che il tuo tentativo è molto riuscito 🙂
    Ciao
    smirki175

  5. lemmaelabel Says:

    Raccontare del lampionaio, dei pomeriggi lunghi e azzurri, dell’attesa alle fermate degli autobus, … non è tanto dire di un tempo passato nel quale le cose accadevano diversamente, ma piuttosto narrare le cose che accadono quando c’è il tempo per desiderarle o per farle succedere una all’altra, o per inventarsele.

    (compreso lo studio della letteratura inglese 😉

  6. dipocheparole Says:

    @pessimesempio: oddio, mi hai fatto venire in mente la mia cartella di scuola. La prima era rossa e si portava a mano, la seconda marrone con pelo di cavallino!! (orrore) e aveva le bretelle.
    Due cartelle in cinque anni. E già questa la dice lunga su come i tempi siano cambiati. (e quanto io sia vecchia….  :((

    @smirkino: beh grazie:)

    @lemmola: infatti. I genitori che accompagnano i figli ovunque e gli fanno fare mille attività non si rendono conto di cosa stiano togliendo loro.

  7. anonimo Says:

    E’ sempre un piacere. 🙂
    (MM)

  8. dipocheparole Says:

    @MM: ciao Marino, tesorino, sei tornato al fin!:))

  9. cf05103025 Says:

    Io vorrei che i genitori e i nonni raccontassero di più,
    narrassero del passato, di quello che hanno visto, passato,
    delle loro meraviglie e dei loro stupori, gioie e dolori.
    E’ la tradizione vera.
    Tradire, tramandare…

    MarioB.

  10. dipocheparole Says:

    @mario: hai ragione. Chissà i genitori di adesso che cosa raccontano, o racconteranno.

  11. cf25302015 Says:

    grande la traduzione, fantasiosa:))
    ti capisco nei tuoi itinerari di insegnante:)
    bri

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