I RICORDI E IL PERIODO PERMANENTE IN “LO STATO DELLE COSE” DI RICHARD FORD

Non so per quale motivo profondo l’argomento “ricordo” mi tocchi così tanto.
Forse perché fa parte della mia procedura per vivere le cose: tutto deve avere una cronologia.
Le cose si iniziano, si fanno, e si finiscono, e nonostante io sia stata rimandata in storia in quinta ginnasio, (la odiavo), (e la odio), la mia procedura per affrontare qualunque cosa, situazione, persona o fatto, parte da dove questa cosa, situazione, persona o fatto, nasce, si trasforma, diventa e finisce.
Non mi piace arrivare nel bel mezzo, mi piace partire dall’inizio. Se imparo una lingua devo partire dall’alfabeto. Se comincio a leggere uno scrittore devo sapere dove è nato, dove ha vissuto, e che ha fatto. Se vado in una città nuova voglio sapere com’è nata e chi l’ha abitata. Se conosco una persona voglio sapere cosa ha fatto, dove e come ha vissuto fino a quel momento.
Se comincio dal mezzo mi sembra di non aver fatto le cose per bene.
Richard Ford non è evidentemente d’accordo con me, e quando ho letto questi brani nel suo ultimo libro “Lo stato delle cose”, ci sono quasi rimasta male a pensare a tutte le persone a cui mi sono ostinata a chiedere e a raccontare fatti, impressioni e situazioni della loro e della mia vita precedente, pensando che fossero punti imprescindibili sulla strada della conoscenza reciproca.
Mi sono poi un po’rassicurata pensando che c’è modo e modo di raccontare e di raccontarsi, ma può essere che qualcuno, pensandola come Richard Ford, mi abbia comunque trovato insopportabile. Amen.
Mi piace comunque molto l’idea del Periodo Permanente: la fine dell’eterno trasformarsi, dello sperare chissà che per la nostra vita, e l’inizio di una chiusura con il passato e dell’abbandonarsi ad un presente tranquillo ma vivace.
Il libro è un bel paccone di oltre cinquecento pagine, la traduzione mi sembra pessima e in certi punti rende il libro davvero faticoso e poco comprensibile, (quel “finché la terra non ci trema sotto i piedi” per esempio, che vorrebbe dire?), ma il libro va guardato da lontano, come si guarda un paesaggio dall’alto, senza soffermarsi troppo sui particolari, perché Ford è comunque un grande e ci sa raccontare la vita dei tre giorni che precedono una Festa del Ringraziamento del suo personaggio Frank Bascombe, già protagonista di “Sportswriter” e di “Il giorno dell’indipendenza”, con la scioltezza, la maestria e la profondità del grande scrittore, capace di reggere il ritmo di una lunghissima narrazione che alterna piccoli avvenimenti, situazioni, ricordi e riflessioni con un finale acceleratissimo e sorprendente.
E dire che Richard Ford non è solo uno scrittore da romanzone. Provate a leggere le raccolte di racconti “Infiniti peccati” e “Rock Springs”. Insomma è un po’come se Usain Bolt oltre che vincere i cento metri vincesse anche la maratona, accidenti a lui. A Richard intendo.
 
 
"Quello che presagiva – ed è questa la più autentica cifra del Periodo Permanente, che, a proposito, arriva quando arriva e non a qualche specifica età significativa, come un climaterio, o quando te lo aspetti, o quando hai tutto bene in ordine (…) era la fine dell’eterno trasformarsi, del pensare che la vita avesse in serbo per me chissà quali meravigliosi cambiamenti, quando non era così. Presagiva un taglio netto col passato e mi autorizzava a pensarci solo indistintamente (chi non sborserebbe un capitale per farlo?). (…)
 
(…) Però so quant’è difficile farsi nuovi amici. Il che non significa che il mondo non sia pieno di nuove persone interessanti e disponibili. Il fatto è che il passato è talmente congestionato di vita vissuta che chiunque sia nel suo terzo quartile – anch’io, quindi – ha già fatto tanta strada che, per stringere amicizia come a venticinque anni, deve fare una fatica tale per mettersi in pari che semplicemente non ne vale la pena. Di gente che ci prova inutilmente se ne vede e sente tutti i giorni: bla, bla, bla. “Mi ricorda i viaggi di famiglia a Pensacola nel 1955”, “Mi ricorda le lamentele della mia prima moglie”, “Mi ricorda di quando mio figlio si è beccato una palla da baseball nell’occhio”, “Mi ricorda di un cane che avevamo e che è stato investito davanti casa”. Bla, bla e ancora bla, finché la terra non ci trema sotto i piedi.
Perciò – a meno che non si parli di sesso o sport, o dei figli – quando si incontra qualcuno che potrebbe essere un legittimo candidato per un’amicizia, l’impulso naturale è cominciare a ritrarsi per evitare tutto questo noioso blateramento, e ci si ritrae, ci si ritrae, fino a smettere di frequentare questa persona, anche perché comunque frequentarla sarebbe insopportabile. Va a finire che l’attrazione si tramuta rapidamente in reciproco evitarsi. E così gli eventi strettamente quotidiani della vita – quello che abbiamo fatto stamattina dopo colazione, chi ci ha telefonato svegliandoci dal sonnellino, cosa ha detto il tipo del tetto delle scossaline per gli accumuli di ghiaccio – questo diventa tutta la nostra vita: qualsiasi cosa stiamo facendo, dicendo, pensando, progettando in quel preciso istante. Il risultato è che i nostri ricordi o pensieri, o la persona che amiamo da anni ma riguardo alla quale dobbiamo ancora mettere la testa a posto – in altri termini, le cose importanti della vita -, tutto questo rimane trascurato e inespresso.
Il Periodo Permanente cerca di riconciliare l’irriconciliabile in nostro favore facendo sbiadire la trappola del passato congestionato in un vago beigiolino, e ravvivando il presente con la sua presentezza."
 
Da “Lo stato delle cose” di Richard Ford, Feltrinelli, 2008.

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10 Risposte to “I RICORDI E IL PERIODO PERMANENTE IN “LO STATO DELLE COSE” DI RICHARD FORD”

  1. cf05103025 Says:

    La parte riportata del sig.Ford non la capisco bene. Anzi mica mi piace. Anzi non avevo mai sentito prima di questo Ford qui.

    Però ci sono dei testi antichi zen, e non zen, e cose di yoga, indiane, che dicono, consigliano, ammoniscono a vivere, qui e ora, hic et nunc, intensamente l’attimo presente.
    Cioè è l'”attaccamento” ai ricordi che può guastare la vita, non il ricordo stesso.
    Il tuo procedimento mentale che va cercando le origini di cose, persone, città anche cronologicamente, lo trovo corretto e valido, per entrare meglio, dentro la conoscenza, anzi utile, (anche per me).
    Però vi sono altri approcci cognitivi, più di intuizione, barlumi, singolari collegamenti immaginosi
    e ciau
    Mario:))

  2. Goodidea Says:

    ci sono quasi rimasta male a pensare a tutte le persone a cui mi sono ostinata a chiedere e a raccontare fatti, impressioni e situazioni della loro e della mia vita precedente, pensando che fossero punti imprescindibili sulla strada della conoscenza reciproca.
    È una tua idea e la rispetto. Eppure sono convinto che senza un continuo confronto non possa nascere la conoscenza, a meno che non si desideri chiudere la propria anima in una sfera di cristallo, calda e accogliente, lontana dagli altri esseri umani.
    Penso che tu sia qui anche grazie a quei momenti.

    Periodo Permanente: la fine dell’eterno trasformarsi, dello sperare chissà che per la nostra vita, e l’inizio di una chiusura con il passato e dell’abbandonarsi ad un presente tranquillo ma vivace.
    A “Periodo Permanente” collego solo la parola “morte”. Con i miei timori non oso pensare neppure lontanamente che la mia vita abbia raggiunto un punto di stallo. Piuttosto peggioro, ma vado avanti col desiderio di crescere.

    Il traduttore andrebbe fucilato con “beigiolino” scritto sulla fronte.

  3. lalucedialcor Says:

    Pochette, scusa l’OT, ma dove la butteresti tu una pentola d’acciaio? Con il materiale ferroso? Conto su di te, spero di non dover chiamare lo smaltimento riifuti ingombranti.

  4. dipocheparole Says:

    @Mario: sì l’intuizione e il barlume vengono prima di tutto. E di solito sono immediati, ma è forse per non prendere abbagli che vado in cerca dei dati di fatto..

    @goodidea: (welcome:)). Forse mi sono spiegata male io, o forse si spiega male Richard Ford, ma è proprio quello che penso anch’io. E’ solo attraverso il confronto che nasce la conoscenza, e il confronto passa anche attraverso il raccontarsi. Dicevo che son rimasta male a pensare che magari ho annoiato decine di persone con i miei racconti. Che è quello che pensa Ford riguardo a chi racconta episodi della sua vita.

    @Alcor: ero quasi commossa a vederti nella lista dei commentatori, e tu mi chiedi dove mettere le pentole!!!!! :)))))
    Comunque qui le pentole bisogna portarle al Sert, al Cird, al Cart, qui insomma: http://motivixalzarsialmattino.splinder.com/post/18583088/IN+MORTE+DI+UN+FAX
    (e poi qui mi conoscono come Dipòk!! Ora che figura ci faccio come Pochette!?)

  5. lalucedialcor Says:

    insomma, discarica, me l’aspettavo, praticamente una condanna alla burocrazia, qua non si può “andare”, si deve chiamare, trattare ecc.

    Pochette è molto meglio di Dipok, non sei mica un pirata della Malesia, o sì?

  6. cf05103025 Says:

    Le pentole, decadute di funzione, si verniciano con apposita e resistente pittura alchidica (per ferri) indi si riempiono di buona terra, dopo aver praticato nel fondo almeno tre fori.
    Dopo acconcia scelta di davanzale o gradino vi si semina qualcosa: cheneso, petunie, portulache, polloni di salamandra, gambe di ramarro etc.
    Fertilizzare con brodo di pollo scaduto.

  7. lemmaelabel Says:

    Non saprei… Credo che si racconti sempre il nostro presente, anche dicendo del nostro passato. Penso che tu ne convenga. Io ci credo al punto tale che penso che a volte non serva raccontare i ‘così detti’ fatti accaduti. Forse esagero.
    Poi, sono convinta anche di questo: c’è chi ha miglior doti narrative, anche per dire di se’ e, allora, è ben capace di arricchire il racconto del passato e farsi ascoltare.
    A me, comunque, piace ascoltare. 🙂

    – Il suggerimento di Mario sulle pentole mi piace- 🙂 e anche il suo naso: :7) !

  8. Goodidea Says:

    @ Lemmaelabel
    Anche a me piace ascoltare.
    Eppure mi ritrovo spesso al centro di grandi discussioni, senza difficoltà o dispiacere. Ho anche un blog…

    Chi dice che si deve essere per forza “buoni ascoltatori” o “chiacchieroni”?
    La chiacchieronità esclude l’attitudine all’ascolto perché mette in conflitto due caratteristiche umane che probabilmente in ogni individuo costituiscono una buona parte della personalità.
    Non sono affatto d’accordo, è riduttivo e superficiale, un piccolo insulto al nostro potere comunicativo che sa essere passivo quanto attivo. L’una non esclude l’altra proprio perché il dialogo è composto dall’alternarsi continuo dei ruoli.
    Si può affermare che coloro che si definiscono “ascoltatori” sono più portati ad osservare, leggendo nelle frasi altrui e godendo della piacevole interazione, spesso anche giudicando in proprio l’evento. I “parlatori” hanno bisogno di mettersi in gioco, esponendo le loro idee preferendo lo scontro sul piano dialettico.
    Io sono certo che si può essere entrambe le cose. L’importante è non diventarne vittime, estremizzando personalità silenziose, o caciarone. Ancora peggio è colui che tace, oppure urla…

    @ Elena
    Come direbbero i suoi connazionali: “Ford sucks!”. Stasera gli rigo la macchina…

  9. cf05103025 Says:

    infatti ho messo il naso nelle pentole altrui :7)

  10. cf05103025 Says:

    M’è scoppiato un dubbio ‘troce, cara Dipòk:
    Ma Richard Ford faceva le pentole o i coperchi?
    O tutt’ e due?
    Anche le pignatte imbottite di ricordi?

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