ESECUZIONI

 
Questa notte, anzi, questa mattina ormai,  ho letto questa cosa da Alog: http://www.alog.splinder.com/ e mi è venuta in mente questa storia.
Spero vi piaccia. E grazie a Alog.
 
Mia madre lo faceva sempre. Di non lasciare disordine in giro quando si usciva, anche solo per accompagnarmi a scuola. Se si accorgeva di aver lasciato un canovaccio buttato sulla spalliera di una sedia, o chessò, uno sportello della cucina aperto, anche se eravamo già sulla porta, pronti a uscire, tornava indietro e metteva a posto. “Dai mammaaaa!- le urlavo dal primo gradino delle scale – faccio tardiiiii!!”  E lei uscendo, tranquilla, diceva: ”Tito, ricordati sempre: mai lasciare la casa in disordine prima di uscire. Non si sa mai cosa può succedere.” “E cosa potrà mai succedere! – le rispondevo io, – tra un quarto d’ora sei già a casa!” “Mai dare niente per scontato.” Diceva lei infilandosi i guanti, scendendo le scale.
A questo ho pensato subito stanotte, tornando a casa dai miei soliti giri, quando mi sono accorto del cartello sulla porta. Veramente ci ho messo un po’ad accorgermi del cartello. Prima ho trafficato per una decina buona di minuti con la serratura, finché la signora Cogliani non ha socchiuso la porta e mi ha quasi urlato:”Allora Fini, lo vede o no l’avviso!? E’ venuto l’Ufficiale Giudiziario oggi! Finalmente se ne andrà fuori dai piedi!” Io mi sono girato a guardarla, ma lei aveva già sbattuto la porta. Ci ho messo un po’a capire, devo ammettere, non ero al mio meglio. Poi mi sono rigirato, ho alzato gli occhi e ho letto l’avviso. La prima cosa che ho pensato era che per fortuna i piatti sporchi li avevo messi nella credenza prima di uscire. Sicuramente mia madre avrebbe rognato che i piatti sporchi si lavano, non si mettono negli armadi. Però almeno non avevo lasciato in giro disordine. Poi mi sono seduto sui gradini per fare il punto della situazione. Faceva un gran freddo, lì, sulle scale, mi sono stretto nel cappotto e mi sono appoggiato al muro. Devo dire che avevo le idee un po’confuse. Ho pensato solo che ero stanco, che avevo solo voglia di stendermi a letto e che invece il mio letto era ormai irraggiungibile. Come se fosse stato trasportato in Australia, in Amazzonia, in Siberia. Chessò, a Irkutsk o a Novosibirsk, in qualche casa, come le chiamano, loro, là, le case? Dacie. In qualche dacia dal tetto ricoperto di neve. Ecco il mio letto ormai era laggiù. Magari vicino c’era pure una bella stufa calda, di quelle grandi, e dentro il mio letto c’era una ragazza con la pelle bianca bianca, la faccia rosea, i capelli biondi e un vestito colorato, rosso, giallo, verde, come quelli delle matriosche, e dormiva beata sorridendo, nella sua dacia calda, nel mio letto comodo. Sicuramente lei aveva cambiato le lenzuola prima di entrarci e mettercisi a dormire. E tutto intorno c’era questa luce dorata del fuoco che ardeva, piano, nella stufa. Ero lì seduto a pensare a questa ragazza nel mio letto, come si chiamava poi? come si chiamano le ragazze russe? Tatiana, Galina, o quel nome, com’era quel nome? quello della donna del Dottor Zivago? Non mi veniva in mente il nome. E pensavo a quella casa nel film, quando loro arrivano ed entrano in questa grande casa e trovano tutto ricoperto di brina gelata, ed è bellissimo, tutta la casa sembra un castello incantato. Perfetta, nel gelo candido, immacolato, dei cristalli di ghiaccio. Ma forse la scena era dopo, quando il Dottor Zivago ritorna da solo e non trova più Lara. Ecco! Lara si chiamava. La mia ragazza russa nel letto si chiama Lara. Lara, Larissa, la mia Larissa. Larissa, ha un buon odore, é calda, tranquilla, rosea e sorridente nel sonno. Fuori continua a nevicare e in fondo, all’orizzonte, si vede, lontano, una lunga fila di soldati. Camminano da giorni ormai, stanchi, nella neve, ma presto arriveranno a casa. I soldati.
Mi alzai a sedere di scatto: i miei soldatini! I miei soldatini! La pistola mi scivolò dalla tasca del cappotto e fece un gran rumore cadendo sui gradini. La raccolsi e la rimisi in tasca alzandomi. I miei soldatini! I miei soldatini! I miei soldatini! E adesso? Dove’erano? Dov’erano finiti? Chi se li era presi? Non potevano! Non potevano! Maledetti, maledetti! Mi girai e corsi a battere i pugni contro la porta. Cretino cretino, mi dicevo. Maledetti, dicevo. Cretino, sei un cretino. O forse lo pensavo solo. Forse era tutto un sogno, pensavo. Forse non stava succedendo davvero. Sì, era di sicuro un sogno. Forse la mia vita non era lì, era con la mia Larissa, laggiù, in Russia. Lei mi avrebbe aiutato, mi sarebbe stata vicina. La neve si sarebbe sciolta, prima o poi, e noi saremmo usciti nei campi. Intorno, i campi erano il nostro giardino. Grandi, immensi campi di grano d’oro. Lei correva nei campi, ridendo, e io scorgevo a tratti il suo vestito. A volte un lembo verde, a volte rosso, a volte giallo. E poi i suoi capelli. Biondi. Il suo sorriso. Tra le labbra. Rosse. Gli occhi ancora non riuscivo a vederli. Era lontana. Ma forse, se fossi riuscito a correre un po’più forte. Solo un po’più forte. Se fossi riuscito ad avvicinarmi l’avrei fermata. L’avrei toccata, appena sfiorata, sulla schiena, allora ci saremmo fermati, e lei si sarebbe girata. Lentamente, piano, piano, si sarebbe girata, mi avrebbe guardato, scostandosi i capelli dalla fronte, con un sorriso dolcissimo, mi avrebbe guardato e avrebbe teso le braccia verso di me:”Vieni. Vieni. vieni amore, vieni!”
Gli altri proiettili li avevo lasciati nella scatola. Ma in canna me n’era restato uno. Uno bastava. Era quello giusto. Quello che mi avrebbe portato da Larissa.

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7 Risposte to “ESECUZIONI”

  1. anonimo Says:

    Bellissimo, Dipòk…viene da domandarsi increduli com’è che nessuno si accorge di una tale maestria narrativa…se fossi un editore ti firmerei un contratto prima di subito…non c’è giustizia 😦

  2. alog Says:

    app, siamo per ora in 2, ad accorgerci della bravura di dpp, questa ragazza ci sa fare davvero, a meno che non abbia plagiato un inedito di cechov. la colpa è tutta nostra, che non siamo editori. la scintilla però la diede S.M. l’Ufficiale Giudiziario. mi piacerebbe fargli leggere il racconto di elena, per fotografarne il ceffo basito.)

  3. retorico Says:

    siamo in 3.

  4. lemmaelabel Says:

    Cara cara Elena, che narrazione…
    cara veramente….

  5. dipocheparole Says:

    @tutti: grazie, o miei commentatori! :)))

  6. anonimo Says:

    che altro dire se non ribadire? adesso vado a comprarmi una casa editrice e poi ti faccio sapere

    empi

  7. dipocheparole Says:

    @emmepì: son qui che aspetto eh.:))

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