INGLESI

La prima volta che presi l’aereo fu agli inizi degli anni ottanta, per andare a Cambridge a frequentare un corso di inglese. Mi prenotai l’aereo da Venezia, un charter della Monarch, in una delle due agenzie della città, e mi prenotai la scuola attraverso un fitto scambio di lettere e di grossi cataloghi con il British Council e con la scuola stessa, che selezionai in base a non so quali caratteristiche, visto che di corsi di lingua all’epoca non sapevo nulla e i miei ne sapevano meno di me. Probabilmente non costava molto, era una piccola scuola vicino al centro e soprattutto era a Cambridge, che chissà perché mi pareva un buon punto di inizio per intraprendere la conoscenza del Regno Unito.
Così, proprio intorno alla fine di gennaio, emozionatissima ma risoluta, presi il mio primo volo e arrivai a Londra Luton, l’aeroporto all’epoca più sfigato e peggio servito della capitale, e mentre aspettavo il pullman che doveva portarmi a Cambridge, fui anche abbordata da quello che probabilmente era il sosia di Denzel Washington, ma io allora ancora non lo sapevo, che, dopo avermi fatto innumerevoli domande, che erano domande era chiaro dall’intonazione, e parlato non so di che, visto che non capii una parola, mi chiese il numero di telefono, che io, balbettando, gli diedi per precauzione sbagliato, senza pensare che, se anche avesse chiamato casa dei miei in Italia, io non ci sarei stata, e nessuno avrebbe comunque saputo capire cosa diavolo stesse dicendo, mi cacciò in mano il suo biglietto da visita (Doctor Benjamin Qualcosa, lo so, son quasi trent’anni, ma se mi leggi, e nel frattempo non sei cambiato, ti prego, scrivimi), e si allontanò raccomandandomi di chiamarlo.
Arrivai a Cambridge dopo un paio di ore di pullman, stremata, piena di ansia e pure in ritardo, mi permisi perfino un taxi per arrivare alla casa della famiglia che mi avrebbe ospitato per il periodo del corso, e quando suonai alla porta della più tipica villetta inglese, uguale a mille altre di una delle più tipiche streets inglesi, mi aprì la porta la più tipica signora inglese dell’Inghilterra e, molto freddamente, in un concentrato di esssss di iiii e di ooiinng, mi disse che ero in ritardo per la cena.
Mi arrampicai trascinandomi la valigia, per una tipica strettissima scala moquettata inglese e fui introdotta nella camera da letto più fredda del Regno Unito, il che era tremendamente tipico, comunque. La signora Turner, mi disse di sbrigarmi che era già tardi per la cena, (erano circa le sei e mezzo), chiuse la porta e se ne andò.
Io cominciai a disfare la valigia piangendo, (sì perfino a me capitava una volta), come se mi avessero appena deportato al campo di concentramento di Birkenau anziché in una tipica terraced house inglese, mi feci forza mettendo il mio orsacchiotto da viaggio sul comodino e leggendo i bigliettini pieni di ti amo che il mio morosino di allora mi aveva nascosto tra i vestiti della valigia,  e quando rinfrancata, scesi per la cena, la signora Turner mi fece sedere al tavolo della sua minuscola dining room al pianterreno, le cui tre bianche bow windows davano sulla street, mi mise davanti un enorme piatto fumante ripieno di cose lessate prive di sale e condimenti: qualcosa come un misto di patate, fave, carote, fagioli, piselli, pezzi di pollo, cavoli e rape, una cup of tea bollente, si sedette accanto a me e mi guardò mangiare tentando di fare conversation. Dopo che ebbi finito di divorare i lessi vegetali e carnacei, la signora Turner si alzò e tornò dalla cucina con il dolce: una coppetta ripiena di una gelatina rosa shocking E160 con sopra una ciliegina rosso fuoco E120 E 180.
Alla fine del pasto, la signora Turner mi portò nella sitting room dove mi presentò il signor Turner, il più tipico pensionato inglese working class dell’Inghilterra degli anni ottanta, magrino, roseo e rossiccio di capelli, in camicia, bretelle e cardigan beige, che, seduto nella sua armchair stava guardando alla televisione la BBC. Per una mezzoretta feci finta di guardare la televisione e poi mi ritirai nella mia bedroom. La signora Turner mi mostrò come accendere la coperta elettrica di pelo sintetico che scaldò le mie notti gelide sprizzando scintille elettrostatiche al buio, mi portò una hot water bottle e mi augurò la buonanotte. Io mi addormentai, nella mia prima notte inglese, stringendo al petto la hot water bottle e guardando dalla finestra senza tapparella e senza scuri verso il grande prato verde dietro casa, spazzato da un vento teso e gelido che faceva tremare i vetri e riempiva di spifferi la mia bedroom.
Però l’England cominciava già a piacermi un sacco.

(continua)
 
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16 Risposte to “INGLESI”

  1. retorico Says:

    Che stile che hai!
    Sei proprio brava: mi fai ridere e godere allo stesso tempo.
    Per il bidet come hai risolto?

  2. smirki175 Says:

    una lettura molto tenera e peluchosa, Dipòk…nel senso bello del termine: a volte leggendoti sembra di tenere fra le mani un peluche, ma non uno melenso, bensì un onesto peluche poetico 🙂
    non vedo l’ora di leggere il seguito 🙂

  3. anonimo Says:

    ecco, la “biodiversità” all’interno della specie umana sparsa per il pianeta è una delle cose più intriganti e interessanti che ci siano (dopo le curiosità sul bidet, ovviamente :-D)
    ciao bella 🙂
    medita partenze

  4. anonimo Says:

    anch’io a Cambridge per un corso di inglese, novembre. La sera in cui sono arrivata e sono andata a letto nella gelida, appunto, stanza, sulla parete, proprio davanti agli occhi campeggiava la scritta “I hate them all”
    brrr…ancora adesso mi vengono i brividi.
    ero terrorizzata. La padrona era un donnone arcigno e il marito un signore alto e smilzo che, nel tempo libero, dipingeva quadri surrealistici.
    mah.
    laura/bri

  5. cf05103025 Says:

    Molto piacevole:
    ecco, se un romanzo cominciasse così io sarei tratto a proseguire, a viva forza;
    cioè, questo trascina, sai?!

    Poi ‘na volta ti racconto la mia prima volta in aereo, a anni 7, credo, un residuato bellico da turismo… forse un Stimson, o come si chiama

    Mario:-))

  6. dipocheparole Says:

    @ret: grazie caro, anche se il ridere e godere un po’ mi inquieta.
    Per il bidet, conosci qualcuno che abbia risolto qualcosa girando fuori dall’italia?:))

    @smirki: forse hai colto la mia vera natura, quella che nessuno mai coglie: un peluche.:))

    @laura/bri: credo faccia parte di un rito di iniziazione per giovani donne.

    @mario: grazie.:) con gli incipit vado forte, è il seguito che mi frega!
    mi dirai dello Stimson.

  7. anonimo Says:

    OT: ma perché hai soppresso il post dell’arrivo a L.A.?
    ciao
    Robilant

  8. dipocheparole Says:

    @Robilant: OT: perché sono un peluche, e i peluche non sono portati per le autocelebrazioni.
    🙂

  9. anonimo Says:

    @->Dipòk: Non dicevo per prendere in giro…voleva essere un complimento carino, ecco…l’idea del peluche può essere confusa anche con qualcosa di melenso, ma non era affatto ciò che volevo dire io 🙂 la tua è una prosa onesta e di classe…come un peluche di classe, ecco 🙂 …ci tenevo a precisare 🙂

  10. dipocheparole Says:

    @smirkiiiiiii!!!: l’avevo capitoooo!!!! :-))))

  11. anonimo Says:

    @->Dipòk:…ehm…ehm
    sbuff…coff…pant…
    🙂 porta pasensia, lo sai che mi sono laureato summa cum laude presso la facoltà di Dubbiosità Personale, all’università di Modesto nello stato del West Paranoyd…e poi ho conseguito il master in Misunderstanding Avanzato presso la London School of Timidonics…
    niente, torno nella Cesta dei Gatti Confusi
    :-)))))
    smirki175

  12. lemmaelabel Says:

    “OT: ma perché hai soppresso il post dell’arrivo a L.A.?
    ciao
    Robilant”
    Ecco, Roby, perché l’ha fatto? Ché mica è vero che è un pelouche!

  13. lemmaelabel Says:

    be’, diciamo meglio, dipo’, non per intero pelouche. :))
    tua ffezionata

  14. dipocheparole Says:

    Sì vero, in parte pelouche in parte asburgica.:))

  15. mary17 Says:

    Divertente! Gli inglesi possono essere traumatici…
    ciao, mary

  16. dipocheparole Says:

    ciao Mary.:) sì, beh, dipende dai..

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