L’ITALIANIZZAZIONE DEL CREATO

Non so scrivere recensioni né critiche ai libri. Sono troppe le cose che in un libro mi prendono, e dovrei mettermi a parlare di quella frase alla pagina 82 in cui mi è venuto un colpo al cuore, di quella a pagina 112 che mi ha affascinato per intelligenza o maestria, o di quella a pagina 135, come qui sotto, in cui mi sono fermata, ho allungato il braccio, verso il comodino, ho cincischiato tra la lampada, le penne, il braccialetto, il bicchiere d’acqua e l’orologio e infine, trovata la matita, ho sottolineato il paragrafo che contiene le parole “italianizzazione del creato”, poi ho fatto un’orecchia in fondo alla pagina, non in alto, ché quello è il segno di dove sono arrivata a leggere, ma in basso, come sempre faccio, quando in un libro trovo una parola o una frase che voglio saper ritrovare se un giorno mi viene in mente di dire Ma dove ho letto quella cosa?
Ecco questi sono i motivi che di solito mi prendono in un libro. I particolari, che poi ripensandoci, si fissano in un ricordo, un’impressione, un’emozione generale che mi fa essere solo capace di dire: bello o brutto.
Difficilmente ricordo la trama in un libro, o anche in un film. Ricordo una scena magari, un’inquadratura, una descrizione, un’immagine, l’orma di una sensazione. Delle volte mi ricordo cosa stavo facendo mentre guardavo un film, se magari lo davano in tivu e stavo stirando, e allora indossare quella camicia mi ricorderà il film, o se leggendo quel libro ero in un momento triste, banale o felice, o dove stavo distesa, se stavo comoda o scomoda, e che luce c’era, mentre lo leggevo.
Per esempio “La Storia” di Elsa Morante, mi ricorda il divano di velluto verde di casa dei miei, dove, stando distesa con le gambe sulla spalliera, la luce che filtrava dalle veneziane verdine, lessi in quattro, cinque giorni di un’estate di mille anni fa, la storia di Useppe e della sua guerra.
“Il rosso e il nero” invece mi ricorda l’abat-jour di tela color avorio sul comodino della mia cameretta, durante un’influenza, come invece i quattro libri azzurri nel raccoglitore rosso delle “Avventure di Mary Poppins” mi ricordano la scarlattina.
Del libro di Giorgio Vasta, di sicuro non mi ricorderò il posto dove l’ho letto, che poi da anni è lo stesso, e non rischio di dimenticarlo, ma l’impressione di genialità, di intelligenza e soprattutto l’estrema attenzione e cura dell’uso della lingua. La sensazione di un romanzo scritto alla luce di una lampadina potente fissata sul casco di uno speleologo, che con occhio attentissimo e concentrato, mentre tutto intorno è buio, lima alla mano, scruta le sillabe, cesella le parole, sbalza le frasi ritagliandole in una qualche materia viva. Uno speleologo preciso e genialmente paziente, in cerca di un linguaggio nuovo.
 
 
(…) Per la sua prima parola, “prendere”, Scarmiglia ha pensato a un film che ha visto al cinema con i suoi fratelli. Era vietato ma l’hanno fatto entrare lo stesso. Si intitola Ultimo mondo cannibale. Non pare ma è un film italiano, la storia di un uomo che viene catturato dai cannibali. A un certo punto l’uomo fa avvicinare dei bambini antropofagi alla sua prigione, accosta la mano alla faccia di uno di loro e la ritira con il polpastrello del pollice infilato tra indice e medio, fingendo di rubargli il naso.
Trovare questo giochino in un film nel quale ci sono decapitazioni e scuoiamenti di animali, tra braccia umane divorate e alligatori che strisciano in mezzo alla vegetazione, ha a che fare con quella che Scarmiglia definisce italianizzazione del creato, l’impulso nazionale a tradurre ogni cosa in forme familiari costringendo tutto a diventare provincia.
L’Italia è una grande macchina metabolica, dice, capace di rendere plausibile ogni cosa. Trasforma una foresta amazzonica nel tinello di casa, il bambino antropofago in quello col quale scherzi ai giardini. Di sicuro, nello stesso film, nella pancia dell’alligatore c’è un pacchetto di MS, dal perizoma di un cannibale sporge la schedina del totocalcio. (…)
 
da:  Il tempo materiale di Giorgio Vasta,  Minimum fax, 2008
 
 
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14 Risposte to “L’ITALIANIZZAZIONE DEL CREATO”

  1. anonimo Says:

    Cara Elena, scusa se posto qui impropriamente. Volevo dirti che ho letto il tuo commento ai miei post su Facebook e lo trovo geniale. Sto cercando di scrivere un pezzo su come “mi hai fatto tana” (o mi hai fatto “mea”, se stai nel nordest) e spero di avere il tempo necessario per farlo. Ho appena scoperto il tuo blog e sono convinto che mi ci vorrà del tempo per leggere tutto quello che sembra interessante (molto).
    Scusa il ritardo, ma le cose da fare sono tantissime in questo periodo.
    Ciao
    p
    PS Anche tu mi stai simpatica: il titolo del blog è azzeccatissimo.

  2. anonimo Says:

    Sono ripetitivo e noioso, ma non posso fare a meno di ripeterlo: che bella mente che hai, Dipòk…per aggiungere un tocco di originalità un po’ pecoreccia, posso dire che la tua mente è la Naomi Campbell delle menti 🙂
    smirki175

  3. fuoridaidenti Says:

    gran bella recensione

  4. anonimo Says:

    Anche a me è piaciuto molto il libro di Vasta, e il brano che hai riportato è rimasto impresso pure a me. Sai che facciamo le orecchie alle pagine nello stesso modo? E’ inquietante, no? 🙂

    ciao
    sergio garufi

  5. anonimo Says:

    “Italianizzare il creato” è un’espressione che chiarisce in modo efficace quanto sia fiacco il tentativo di informare la realtà con la propria impronta. Troppo spesso, e troppo spesso in quest’epoca e a queste latitudini, si perde di vista un altro possibile approccio al mondo: quello di cercare – di fare almeno il tentativo – di diluire il proprio ego per entrare di fatto in realtà differenti; Si chiama cosmopolitismo e conduce alla possibilità di penetrare realtà più sottili; dall’altro lato solo chiusura, angustia, provincia mentale.

    “Costringere tutto a diventare provincia”. Curioso: è proprio ciò che hanno sempre fatto gli imperi.

    Robilant

  6. anonimo Says:

    Grazie, aspettavo giusto segnali per le prossime incursioni in libreria.
    Giovanni

  7. dipocheparole Says:

    @piero: eheheheh:)) grazie, temevo mi tirassi qualche pomodoro marcio, e invece no.
    Sto a nord est, ma arrivo da nord ovest e non so bene che voglia dire che “ti ho fatto tana”, (o mea) ma posso immaginarlo.
    E tanto per restare in tema: welcome!:))

    @smirki: la Naomi Campbell delle menti mi piace un sacco!! Io mi vedevo più da sfilata nel corridoio di casa, ma ti ringrazio.:-DDD

    @fuoridaidenti: grazie, ciao:)

    @sergio: accidenti e io che credevo di essere una barbara. invece siamo in due a maltrattare i libri. Ma i libri vanno maltrattati..:))

    @Robilant: “Costringere tutto a diventare provincia”. Curioso: è proprio ciò che hanno sempre fatto gli imperi. ” Dici bene, e mi viene un sospetto, vivendo a nord est, dove il tentativo di rimpicciolire il mondo non tanto in provincia, ma in villaggio, quartiere e condominio, con la scusa delle radici, è ancora più forte. NOn sarà che Bossi aspira a diventare imperatore?

    @giovanni: Esatto!

  8. anonimo Says:

    bene, anche io faccio orecchiette ai libri e quando non ho penne anche (confesso!) dei microstrappi alle altezze giuste per segnare cose che poi mi dimentico di aver segnato, ma il fatto di segnarle le fa fissare in mente e va bene così.
    Mi intriga l’aforisma, ma mi fa incazzare la situazione, mi figuro noi italioti a fare i cretini di qua e di là.
    Poi mi paragono agli americani, agli australiani, agli spagnoli, che hanno massacrato interi continenti e dico che almeno a noi non sono state concesse le armi per fare altrettanto e va bene così.
    baci e coem sempre complementi naomi!
    :-))))
    mp

  9. lemmaelabel Says:

    bella la lettura delle tue letture!

  10. smirki175 Says:

    @->Dipòk: :-)))) le sfilate in corridoio sono le più belle 🙂
    smirki175

  11. cf05103025 Says:

    Bella la storia dei tuoi luoghi legati alle pagine, alla atmosfere dei libri letti.
    Io non mi ricordo quasi mai le trame, nè dei romanzi, nè dei films, però mi rimane il sentito dentro, ovvero l’atmosfera, oppure ricordo lo stile, il taglio.

    Venerdì sera ero andato, alle ore 21, a sentire al Circolo dei Lettori di Torino, Giorgio Vasta che leggeva dei passi del suo libro accompagnato dalla musica di Tricarico;
    non mi hanno fatto più entrare, era pieno, poi volevo salutare Giorgio, che conosco,
    e son tornato a casa nero, che già non ero di buon umore.
    Vabbè
    Il brano di Vasta è molto bello ed una sua caratteristica è di essere profondamente acuto & preciso.

    Mario

  12. dipocheparole Says:

    @mp: nooooo!! addirittura i microstrappi! sei peggio di me!! (e di Garufi..:))
    DIci che noi non abbiamo massacrato interi continenti, ed è vero, però anche noi, nel nostro piccolo, abbiamo rotto le balle a un bel po’ di gente tra Grecia, Etiopia, Libia, Eritrea e Somalia. E Albania, mi dimenticavo.

    @lemma: :))

    @Mario: anch’io l’ho conosciuto Giorgio Vasta, a un seminario lì a Torino, e devo dire che è proprio così.

  13. anonimo Says:

    beh, se è per questo chi mi conosce inorridisce vedendo che sottolineo a biro e faccio le orecchie alle pagine dei cataloghi di mostre d’arte 🙂 è che per me i libri sono strumenti di consultazione, non oggetti di culto. un libro è solo la spoglia ostensibile dell’opera.

    ciao
    sergio garufi

  14. dipocheparole Says:

    @sergio: orrore! con la biro! ci ho provato anch’io una volta che non avevo la matita a portata di mano, ma mi sono sentita sacrilega. Diciamo che la biro altera definitivamente il libro, io arrivo ad un punto di ritorno.:))

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