GIORNI

Finalmente ho capito a cosa serve lavorare, pensò Dipòk, scostando la tenda e guardando fuori dalla finestra. Dall’altra parte della strada due uomini, uno al secondo piano e l’altro al terzo di una impalcatura, stavano dipingendo di giallo la casa di fronte. Erano di schiena: uno con un giubbotto marrone e un berretto scuro in testa, l’altro con una felpa blu e un cappellino da baseball. Sembravano così piccoli, e la casa così grande.
Un cartello diceva ponteggio in allestimento, ma erano giorni che quei due lavoravano. Almeno una settimana, e il ponteggio era sempre in allestimento. Sarà così che si finisce per cadere dalle impalcature? si chiese Dipòk, lavorando su ponteggi in allestimento? Ecco, se lavorassi probabilmente non sarei qui davanti alla finestra a chiedermelo. Loro non se lo chiedono perché lavorano. Di sicuro, anzi, per poter lavorare, non possono neanche chiederselo. E anche tutti quelli che passano di qui, andando o tornando dal lavoro, e guardano l’impalcatura non se lo chiedono, anzi, forse non vedono neanche l’impalcatura, e neanche la casa, né gli uomini che spennellano le pareti, e tantomeno il cartello.
E se chiamassi i vigili? pensò Dipòk, e se gli dicessi: guardate, in via P. ci sono degli uomini che lavorano su un ponteggio in allestimento. I vigili forse mi direbbero: embé? E io gli direi: ma se lavorano, il ponteggio non dovrebbe essere già allestito? E loro potrebbero rispondermi: appunto, staranno proprio allestendo il ponteggio. Al che io potrei dire: ma i ponteggi si allestiscono con i pennelli in mano e la vernice gialla nei secchi? Allora i vigili penserebbero che voglio prenderli in giro e mi direbbero: senta, ma lei non ha di meglio da fare? E io potrei rispondere: no, io non lavoro. Ma se rispondessi così, di sicuro, mi prenderebbero ancora meno sul serio. E in quattro e quattr’otto chiuderebbero la telefonata: senta, mi direbbero, c’è la coda qui, allo sportello, oppure: senta, abbiamo da fare qui, buongiorno. Oppure: favorisca nome e cognome.
Allora io metterei giù il telefono un po’spaventata, pensando: ecco, vedi, se lavorassi non ti faresti  tante domande. Per esempio non mi chiederei sempre se ho voglia di continuare a vivere in questa casa, in questa città, in questo paese. Tornerei semplicemente a casa dal lavoro, contenta solo di aprire la porta, di sentire caldo, di accendere la luce, di sdraiarmi sul divano e di farmi i fatti miei.
E i fatti miei, se lavorassi, sarebbero molto semplici: fare la spesa, pagare i conti, riempire le pause tra una giornata di lavoro e l’altra, mangiare, dormire, lavarmi, essere stanca e non vedere l’ora che arrivi il sabato, o la domenica per riposarmi. Tutto lì.
Anche non lavorando i fatti miei sono molto semplici: fare la spesa, pagare i conti, mangiare, dormire, lavarmi. L’unica differenza, a parte i soldi che non guadagno, e che indubbiamente sono uno dei primi motivi per cui di solito si lavora, è che le pause, che poi pause non sono più, perché non cadono tra una mezza giornata di lavoro e l’altra, sono molto, ma molto più lunghe. Come va definita una pausa che non è più una pausa? Forse gli si deve ridare il nome di tempo. Perfino di vita.
Dipòk lasciò andare la tenda e continuò a guardare i due uomini lavorare dall’altra parte della strada. Stava diventando scuro. Per primo si accese il lampione davanti casa e tutti gli altri lungo la strada. Il cielo da azzurro, diventò blu e poi nero. Gli operai scesero dall’impalcatura, entrarono nel bar di fronte, dopo un po’uscirono, salirono su un furgone e se ne andarono. Le macchine avevano acceso i fanali. Poi, poco alla volta, si accesero le luci nelle case vicine. Faceva un po’freddo vicino alla finestra, ma ad un certo punto, con dei lievi rumori, ticchettii di metallo e leggeri mormorii di acqua, si accesero i termosifoni. Dipòk sentì i vicini tornare a casa, poi voci, l’abbaiare di un cane, rumori di passi, piccoli tonfi, il suono di qualche televisore, rumore di acqua nelle condutture, poi, un po’alla volta, silenzio. Per la strada ormai passavano poche macchine.
 
 
 
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9 Risposte to “GIORNI”

  1. anonimo Says:

    Secondo me, intorno al concetto di lavoro sarebbe necessaria una rivoluzione culturale:
    1) si dovrebbe lavorare per vivere e non vivere per lavorare, com’è concepito oggi…
    2) nel limite del possibile e del razionalmente accettabile, si dovrebbe recuperare il senso della gratuità, del fare cose per il gusto di essere utili agli altri, senza aspettarsi ritorni economici diretti: se questo costume fosse capillarmente diffuso, il guadagno sociale ridistribuito sarebbe il compenso più importante nel bilancio finale;
    3) si dovrebbe rivalutare ed incentivare il valore della solidarietà, e smitizzare quello della competizione.
    Per il resto…sei sempre bravissima a scrivere 🙂
    smirki175

  2. dipocheparole Says:

    @smirki: tutte cose vere. grz.

  3. dipocheparole Says:

    insomma, intendevo i punti 1 2 e 3. 🙂

  4. smirki175 Says:

    la cosa più vera però sta al punto 4: sei sempre bravissima a scrivere 🙂

  5. anonimo Says:

    Vorrei farti tanti complimenti e dirti cose carine sul tuo modo di scrivere che va giù liscio come un longlongdrink al venerdi sera.
    Ma ho paura che mi rispondi con un grz.

    Robilant

  6. dipocheparole Says:

    @Robilant: dito nella piaga. I complimenti mi confondono, mi imbarazzano, mi danno alla testa, li merito non li merito, li merito non li merito, mi fanno rispondere con un grz da codice fiscale quando vorrei dire un grazie pieno di vocali.
    Quindi mi farò forza e ti riempirò di vocali. 🙂
    @smirki: grazie 🙂

  7. anonimo Says:

    brv
    brvsssm
    strpts
    mp
    ;))))

  8. dipocheparole Says:

    grAzIE mp.:))

  9. anonimo Says:

    A volte credo che il lavoro serva a non pensare, a non averne il tempo, le energie, le frorze, la voglia, il bisogno.
    Per questo dovremmo lavorare tutti di meno.
    e.

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