PSEUDONIMI

In passato Quinn era stato più ambizioso. Nella prima giovinezza aveva pubblicato alcuni libri di poesie e scritto drammi e saggi critici, nonché lavorato a una quantità di ponderose traduzioni. Poi di colpo, aveva piantato tutto. Una parte di lui era morta, spiegava agli amici, e non voleva che tornasse a tormentarlo. Era stato allora che aveva scelto il nome di William Wilson. Quinn non era più la parte di sé capace di scrivere libri, e anche se sotto molti aspetti continuava a esistere, Quinn esisteva solo per se stesso.
Aveva continuato a scrivere perché sentiva che non avrebbe potuto fare altro. I romanzi gialli gli erano parsi una soluzione ragionevole. Non faceva troppa fatica a inventare i complicati intrecci richiesti dal genere, e poi scriveva bene, spesso suo malgrado: sembrava non costargli alcuno sforzo.
Non considerandosi l’autore di quello che scriveva non se ne sentiva responsabile e perciò non doveva difenderlo di fronte a se stesso. Dopo tutto William Wilson era un’invenzione e pur essendo nato da Quinn ora aveva una vita indipendente. Quinn lo trattava con deferenza, a volte persino con ammirazione, ma non arrivò mai a credere che lui e William Wilson fossero lo stesso uomo. Per tale ragione non gettò mai la maschera dello pseudonimo.
Anche Dipòk, per una qualche ragione, aveva scelto uno pseudonimo. Pensava che, se molto tempo prima, non avesse scelto di chiamarsi Dipòk,  non avrebbe mai più potuto entrare nella solita libreria all’angolo tra la Sessantesima e la Madison e vedere Doug, il vecchio commesso, alzare gli occhi dal libro che, come sempre, teneva tra le mani, sostenere il suo sguardo impassibile e passare oltre, tra gli scaffali, per dare un’occhiata alle ultime novità.
Né, tantomeno avrebbe più potuto sentirsi a suo agio tornando al vecchio quartiere, giù a Brooklin, dove sicuramente, all’entrata del vecchio cortile, che portava all’appartamento di sua madre, l’anziana signora Pebble avrebbe bussato sui vetri della finestra della cucina e, con un sorriso zuccheroso le avrebbe chiesto come andava l’ultimo libro.
No, non l’avrebbe sopportato. Per questo lei e Quinn andavano d’accordo. Perché lui era William Wilson e lei era Dipòk. Dipòk e basta.
“Anche la famiglia di mia madre era di origine polacca.” Aveva commentato lui, quella sera in cui si erano conosciuti, mentre camminavano verso la fermata della metropolitana, stretti sotto l’ombrello di Quinn. Nevicava dal mattino e i fiocchi continuavano a cadere, a tratti lentamente, a tratti roteando vorticosamente, spazzati da folate di vento gelido. Lei si era girata a guardarlo, chiedendosi per un momento se doveva dirgli la verità. “Non sono polacca, sono italiana… e mi chiamo…” aveva detto alla fine, decidendo che di quell’uomo voleva fidarsi. In quel momento un gran colpo di vento capovolse l’ombrello, Quinn si girò controvento cercando di farlo rovesciare, le parole volarono via, perse tra la neve, e Dipòk non seppe mai se Quinn avesse capito.
 
Il corsivo è di Paul Auster, La città di vetro dalla Trilogia di New York. Einaudi

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17 Risposte to “PSEUDONIMI”

  1. DottorOsterman Says:

    Gran bel libro.
    E bella anche la tua versione.

    Chissà, forse l’arte è legata in qualche modo alla schizofrenia (consapevole).
    Diventando qualcun altro, si riesce a scoprire veramente chi siamo.

    O comunque una parte di noi stessi che altrimenti non riusciremmo a vedere.
    😉

  2. anonimo Says:

    “Wiliam Wilson was not listed in any writer’s directory, he did not give interviews, and all the letters he received were answered by his agent’s secretary. As far as Quinn could tell, no one knew his secret…”
    Un po’ come Dipok, sarà per questo che mi piace tanto.
    Paul Zambrius

  3. anonimo Says:

    non ho letto la Trilogia di NY, ma “Il libro delle illusioni” è una delle più perfette architetture narrative che io abbia mai incontrato in un romanzo…
    smirki175

  4. alanina Says:

    si chiama pochette.

  5. alanina Says:

    (“non avrebbe mai potuto entrare”…?)

  6. dipocheparole Says:

    @doc: vero. Bello questo pensiero.
    @Zambrius: thanks a lot. Ti chiami Paul ora?
    @smirki: ah! manca. Provvederò.
    @alanina: chi fa la spia non è figlio di maria non è figlio di gesù quando muore andrà laggiù!!!:))))
    Ho corretto, riscritto “non avrebbe mai potuto entrare” non era chiaro in effetti. uhm..
    🙂

  7. alanina Says:

    ah beh.

    io ho entrato, eh?
    io ho potuto entrare, eh?

    dov’è finito quel secchione di robilant?

    🙂

  8. cf05103025 Says:

    William Wilson capì poco o nulla, afferrò appena un farfuglio, come Le.ne..tr, poi l’ombrello lo fece quasi scivolar nel tentare di prenderlo prima che s’inzaccherasse della faghiglia nera della 56°.
    Di fatto quando si risollevò, un po ‘strafiando per l’equilibrismo, non vide più la pseudopolacca.
    Neanche un’ombra in fondo alla via.
    Mentre esaminava disgustato le macchie sull’ombrello gli balzò in testa il triste pensiero che miss Dipòk non fosse altro che un personaggio dei suoi gialli.

    MarioB.

  9. dipocheparole Says:

    @alanina: mia cara, senza scomodare il dotto Robily, le incollo qui la regola, che peraltro mai avevo imparato prima, dell’uso del servile potere, tratta da http://www.garzantilinguistica.it/dubbi_ita.html. Il nostro caso è quello della seconda frase, come lei converrà…:))
    “Quando sono usati come verbi servili, potere e dovere hanno l’ausiliare del verbo cui si accompagnano: è dovuto uscire, non ha potuto mangiare.
    Se però l’infinito retto da questi verbi è un intransitivo, come ausiliare si può usare anche avere (ha dovuto uscire); se tale infinito è essere, l’ausiliare è avere (avrebbe potuto essere lì); se l’infinito è passivo, l’ausiliare è avere (avrebbe dovuto essere promosso); se l’infinito è combinato con un pronome atono (arrabbiarsi, andarci), l’ausiliare è essere se il pronome è anticipato (mi sono dovuto arrabbiare), essere o avere se il pronome è posticipato (non ho potuto andarci, sono dovuto andarci).”

  10. anonimo Says:

    Dipok, mi hai preceduto ma stavo per venirti in aiuto (grammaticale) lancia in resta. L’ausiliare avere si può usare con potere più verbo intransitivo, altrochè.
    Maestro Unico

  11. alanina Says:

    su simili orrori, mi rifiuto di convenire, esercito la disubbidienza civile.

  12. dipocheparole Says:

    attenta a te. Ho dato precise istruzioni al ministro degli inferni proprio oggi per agire contro ogni atto di insubordinazione. Ma se vuoi, puoi fare lo sciopero della sete con Pannella.

  13. dipocheparole Says:

    Grazie oh mio Unico Maestro.:)

  14. dipocheparole Says:

    @Mario: ma Dipòk non era un personaggio dei suoi gialli, e, fatto qualche passo, la ritrovò riversa giù per i gradini della metropolitana: “àreo, ma situ ebete o cossa?! ma no te pol star pi tento co chel osso de ombrèa?!” lo apostrofò. Quinn pensò che quello era decisamente il dialetto della provincia di Zbrnosktzvkajkumlv, e rivolto un pensiero affettuoso alla nonnina polacca, si affrettò a aiutare la povera Dipòk.

  15. anonimo Says:

    urca come parlate tutti difficile!
    (marino sommessamente ignorante)

  16. cf05103025 Says:

    O mia cara, mi hai dato un finale glorioso che mi risolleva dalla tristezza in cui avevo quasi affogato Mr.Wilson!!!
    Evviva
    MarioB.

    (Dipòk parla un dialetto polacco favoloso. Che sia della Galizia? Magari era di Llwow.)

  17. dipocheparole Says:

    @Marino: non capisci il dialetto della provincia di Zbrnosktzvkajkumlv?
    Ah è vero tu sei della provincia di Sprnosktzvkajkinea.
    @Mario:ma il tuo finale era più poetico.:))

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