L’INQUILINO

Quando venne per la prima volta a casa mia e lo presentai alla mamma, lui le prese la mano e, inchinandosi, le fece un perfetto accenno di baciamano. Lei sorrise un po’ schiva, ma in fondo felice di quella galanteria.
Mio padre non venne a sedersi a tavola per il pranzo, e neanche si fece vedere. Con la scusa che il tempo finalmente si era rimesso, come spiegò la mamma, era rimasto in fondo all’orto a fare i suoi lavori. Lui non aveva mai approvato quella che chiamava la mia depravazione per quelle statuine, né tantomeno approvava che venisse a casa nostra un vero giornalista. Insomma, uno che, con tutte le conoscenze che aveva, poteva farmi conoscere in giro, e magari riuscire a mettermi in contatto con un vero gallerista.
Sarebbe stato un sogno, un vero sogno per uno come me che non era mai uscito da Corbegno.
A parte quelle volte a Milano, dalle cinesi o dalla Milvia, ma quelli non erano certo stati viaggi. Di sicuro, poi, non erano stati viaggi di lavoro, e forse neanche viaggi di piacere. Anzi, un paio di volte avevo pure rischiato grosso, anche se all’inizio era andata dritta.
La prima volta era successo che ero uscito da casa della Milvia e per caso mi ero trovato a passare per Via Sarpi. E vedere tutte quelle cinesine, quelle fighette cinesine con le loro risatine e le loro vocette nasali, nonostante il pomeriggio con la Milvia, mi aveva talmente eccitato che ero entrato in uno di quei loro puzzolenti negozietti di massaggi.
Ma quella stronzetta di cinese dopo che mi aveva arrapato per un’ora, strofinandomi in lungo e in largo, non ne aveva voluto sapere di concludere. Non che ci fosse stato molto da discorrere per convincerla, visto che non parlava una parola di italiano. E così, alla fine, cinguettando spaventata, era uscita dalla stanza. Allora io mi ero rivestito in tutta fretta, e prima che tornasse ero scappato via, di corsa, in strada.
Del resto in tasca non avevo una lira e lei, la cinese, poteva pure dirsi appagata anche solo della vista dei miei gloriosi attributi.
Lo avevo anche raccontato a Danilo, delle mie avventure a Chinatown, una delle prime volte che ci eravamo incontrati. Durante una delle nostre prime cene, dopo uno, o forse due, litri di rosso, ci eravamo fatti un sacco di risate.
Gli avevo anche raccontato di quella volta che non ero riuscito a scappare come tutte le altre volte, e i cinesi mi avevano chiuso in un armadio fino a quando, dopo la mia telefonata, la Milvia non era arrivata con i cinquanta euro del massaggio. Poi mi aveva tenuto il muso per settimane, perché diceva che lei la pensione non la prendeva per pagarmi le troie. Anche se ha la sua età, la Milvia ha ancora il suo bel caratterino, ma io so come fargliela passare.
Danilo qui si era fatto una gran risata, e avevamo pure brindato alle donne, o alle troie, non mi ricordo bene.
Sentivo di potergli raccontare tutto, a Danilo. Uno zio simpatico, pieno di esperienza, o il fratello maggiore che non ho mai avuto, ecco chi mi sembrava di aver trovato. Molto più di un amico. E poi, io di amici ho poca esperienza.
E dire che l’avevo conosciuto proprio tornando in treno da Milano. Gli avevano appena rubato il portafoglio in stazione, e non aveva certo potuto fare il biglietto. Così, per far smettere il controllore che aveva attaccato una solfa che non finiva più, mi ero offerto di pagargli io il biglietto, che insomma, si vedeva che quello era un signore e non uno zingaro qualunque. Poi, parlando, era venuto fuori che fa il giornalista. Cazzo, un giornalista vero. Uno che aveva fatto il doppiatore, lo sceneggiatore, il regista, uno che era stato a Hollywood. Uno colto, uno che citava pezzi di libri a memoria, che conosceva mezzo mondo, e che per mezzo mondo aveva viaggiato. Due mogli, ex mogli, una brasiliana e una tedesca, due figli, uno bianco e uno nero, in giro per l’Italia. Insomma, uno che sa il fatto suo.
Ero davvero felice quando aveva accettato l’invito per il pranzo a casa mia. E dire che non era neanche in un gran periodo. Aveva appena ricevuto lo sfratto dall’appartamento dove stava, e quello stronzo del padrone di casa non aveva voluto aspettare che gli arrivassero i soldi della sceneggiatura del film che aveva appena venduto a Cecchi Gori. La sua ex moglie, quella nera, l’aveva supplicato di andare a stare da lei, ma lui non aveva voluto: che non si mettesse in testa strane idee di riavvicinamenti.
Così, quel giorno che era qui da noi, gli ho detto: «Scusa Danilo, ma perché non ti fermi un po’, qui al paese? Puoi stare da mia zia Maria, che ha una bella stanza con la vista sul lago, e la da’ in affitto, qui giù alla Punta San Maurilio. Poi, quando ti arriva l’assegno, la paghi. E’ una buona donna, e non è una che fa tante storie per i soldi.»
E così, dopo Ferragosto era arrivato. Una valigia sola. Il resto, ha detto che l’aveva lasciato in un magazzino. E poi lui era un gran viaggiatore, e i veri viaggiatori si sa, si muovono con poco.

Prima puntata.
La seconda puntata verrà pubblicata domani.

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