L’INQUILINO – seconda puntata

Bene, visto che siete entusiasti del racconto, pubblico subito anche la seconda puntata:
Erano state belle giornate. Certo, lui per lavoro andava spesso a Milano dove aveva l’ufficio, ma aveva scritto un lungo articolo su di me che sarebbe stato presto pubblicato in una rivista d’arte, e aveva anche preso contatti con curatori di mostre e altre persone del settore che potevano essermi utili in un futuro.
Ma soprattutto aveva incontrato un famoso gallerista di Torino, suo amico fraterno, che gli aveva promesso la galleria per una mia mostra per la prossima primavera. Io, da parte mia, l’avevo portato in giro per il lago, gli avevo mostrato le mie sculture e come lavoravo giù nel magazzino. L’unico posto dove mio padre mi lasciava lavorare in pace perché diceva che tanto, per lui, là sotto era troppo umido.
E dire che le mie statuine erano sempre state l’unica cosa che mi piaceva fare. Fin da ragazzo. Mi mettevo lì con il tornietto e l’argilla e mi venivano fuori i miei omini e le mie donnine. E’ davvero strano come mi nascano tra le mani. In effetti, non ho mai ben capito come succeda.
Delle volte, basta un attimo, e in un momento mi saltano fuori delle cose belle. Allora mi metto lì, mi accendo una sigaretta, guardo la mia statuina, e se ho solo bei pensieri che mi frullano per la testa, allora vuol dire che va tutto bene. Altre volte invece vado avanti giorni, settimane, a volte mesi. Faccio e disfo, rifaccio e ridisfo, e non va mai bene niente. Allora divento nervoso. La mamma mi conosce e sa che non deve parlarmi. Mio padre, invece, fa apposta a stuzzicarmi. Non che mi dica niente, non mi parla, anzi, non ci parliamo, e neanche mi guarda da almeno otto anni, ma a bella posta, mi lascia sul tavolo in cucina la Gazzetta di Corbegno, aperta sulla pagina delle offerte di lavoro. Una volta ero così infuriato che non ci ho visto più, ho preso, e sono corso in fondo all’orto per dirgliene quattro. Lui, stava tagliando l’insalata con il falcetto, e a vedermi all’improvviso, gli è preso un colpo. Ha fatto un passo indietro, è inciampato, e cadendo con il falcetto in mano si è fatto un bel taglio in testa.
A quelli della Gazzetta non era parso vero di poter scrivere in prima pagina: "Grave fatto di sangue in famiglia", sottotitolo: "Tenta di uccidere il padre con la falce", ed è da allora che i Carabinieri stanno sempre a ficcare il naso a casa mia.
Per questo, quando la zia Maria è venuta da me a lamentarsi di Danilo, ho preferito far finta di nulla, non dire niente a nessuno, pagare i tre mesi di arretrati della stanza per farla stare zitta, e invitarlo a venire a stare da noi. La mamma aveva un po’ recriminato sul fatto di tirarsi un estraneo in casa, ma, in fondo, ne era anche contenta, Danilo, con i suoi modi galanti e con i suoi racconti di viaggi, le piaceva. Mio padre invece le disse che se proprio ci teneva a portarsi quello là in casa, lui sarebbe andato a dormire e a mangiare in soffitta. E così fece.
Certo, la stanza dalla zia Maria, l’aveva ridotta male. Quel giorno che la zia mi aveva chiamato perché pensava, sperava, che quel disgraziato, mostro e sporcaccione di un amico mio, fosse finalmente sparito per sempre, e che non tornasse come le altre voltenel cuore della notte spaventandola a morte, e col paspartù avevamo finalmente aperto la porta della sua stanza, eravamo rimasti allibiti.
Io, turandomi il naso, ero corso ad aprire la finestra. La zia, con un singulto si era portata le mani al volto e, lentamente, si era appoggiata allo stipite della porta guardando la sporcizia, gli avanzi di cibo, gli abiti sporchi e il pattume sparsi ovunque in giro per la stanza. Io, l’avevo spinta fuori, assicurandole che avrei pulito e sistemato ogni cosa.
Certo, in giro avevo trovato di tutto: dalle mutande sporche ficcate dietro il termosifone, alle fettine smangiucchiate di pizza, buttate sotto il divano letto, ai torsoli di mela insieme ai calzini sporchi nel comodino. Tra le lenzuola, insieme ad un paio di ossi di pollo, avevo trovato anche decine e decine di ricevute delle giocate alle corse dei cavalli e al Fantacalcio. Ma insomma, erano anche fatti suoi, mi dissi, così ficcai tutto in due sacchi e me ne tornai a casa.
Danilo era tornato un paio di giorni dopo, ed era venuto a stare da noi. Della questione della stanza dalla zia Maria non si era più parlato, se non una sera, quando, dopocena, Danilo mi disse che nel pomeriggio aveva sentito Cecchi Gori e che, non appena fosse arrivato l’assegno, mi avrebbe ripagato di tutto, lira su lira.
Le cose cominciavano ad andare per il verso giusto. La mamma era contenta che qualcuno finalmente apprezzasse la sua cucina, e da quando mio padre, passando direttamente dalla soffitta all’orto, le risparmiava i suoi mugugni, era quasi felice. Il gallerista era impaziente di conoscermi, per selezionare i pezzi per la mostra e cominciare a stampare locandine e volantini, e io sentivo che finalmente qualcosa nella mia vita si stava muovendo.
Insomma, tutto andava per il meglio, fino a tre giorni fa, quando, sabato mattina, mi sono alzato al mattino presto per andare in bagno, e nel buio, mi è sembrato di vedere qualcosa di strano in fondo alle scale. Non ho capito che era il corpo di mio padre con la testa rotta finché, sceso l’ultimo gradino, non ho cacciato un piede nella pozza di sangue che si era allargata sulle piastrelle dell’ingresso. Ho lanciato un urlo, e correndo a piedi nudi su per le scale gridando alla mamma che papà era caduto e di chiamare l’ambulanza, sono scivolato sul marmo dei gradini e rotolando in giù, mi son fatto delle gran botte dappertutto. Le stesse gran botte che adesso i Carabinieri definiscono sospette.
"Ma sospette di cosa?!" ho urlato al Maresciallo Rossetti, mentre mi riportava dal magistrato, che ancora insiste con questa storia, dopo tre giorni di interrogatori. "Sospette di essere la prova dell’ultimo disperato tentativo di difesa del povero Sig. Lippi. E visti e considerati i suoi precedenti…" ha risposto lui, impassibile. "I miei precedenti? ma quali miei precedenti!?" ho esclamato io.
E mi dava pure del lei! E dire che ci conosciamo fin da bambini con quel fetente del Mario Rossetti.
"Eravamo pure a scuola insieme!" gli ho urlato esasperato. "Appunto." ha risposto il Mario.
Comunque, appena la mamma ha finito di là di fare la denuncia per lo smarrimento del portafogli con i soldi della pensione, e del libretto degli assegni di mio padre, che con tutta la confusione di questi giorni, in casa non si trovano più, devo dirle che faccia una telefonata di scuse a Danilo che proprio venerdì sera deve essere tornato a Milano. Sempre che me la facciano vedere, quando torna a portarmi la biancheria.
E dire che oggi era proprio il giorno dell’appuntamento con il gallerista di Torino.
 
 
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8 Risposte to “L’INQUILINO – seconda puntata”

  1. anonimo Says:

    bello questo stile noir, ma lieve. Sì sì, proprio bello! Faccio ancora fatica a capire in quale genere letterario collocarti, ma questo è un po’ il tuo bello…
    Giovanni

  2. dipocheparole Says:

    Grazie Giov, a me fa strano che qualcuno (tu) pensi perfino di collocarmi in un genere letterario!:))

  3. anonimo Says:

    Racconto fantastico, buona anche questa idea di “marketing” della pubblicazione a puntate!
    baci
    e.

  4. dipocheparole Says:

    ciao e.!
    grazie ma non è un’idea di marketing, è solo che qui girano dei commentatori pigri, e se vedono un pezzo lungo si scoraggiano..;)

  5. lemmaelabel Says:

    Io ho letto tutto tutto e speravo durasse di più! Lo stile è lieve…ma Danilo neanche un po’.
    Mi chiedo: dove è andato a far danno?

  6. dipocheparole Says:

    @lemmola: mah.. è in giro, è in giro. Però in effetti, prima o poi potrei ripescarlo..

  7. hetschaap Says:

    Bravissima, come sempre. Ma hai mai pubblicato qualcosa di tuo? Non ti interessa o cosa? Hai la capacità di scrivere cose originali (in un mondo che è una continua omologazione) con uno stile apparentemente leggero ma, in realtà estremamente colto e misurato. Continua così.

  8. dipocheparole Says:

    @Hetsciap: no, macché pubblicato. Pubblicherò solo se mi assicurano che diventa un best seller, senò gnente. Grazie per le belle parole:)

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