SHOCK CULTURALE

DSC02021

Quando non so cosa scrivere, piazzo qui qualche mail dal giro del mondo.
Questa volta si parla dell’arrivo in Nuova Zelanda dopo una ventina di giorni di Giappone.
A rileggerla mi viene da ridere perché mi vengono in mente i miei giorni giapponesi. Giorni stupendi per tanti versi, in giro per un paese affascinante, diverso, totalmente diverso da qualunque altro posto del mondo.
E nello stesso tempo giorni di totale solitudine, in cui, dopo giorni in cui non riuscivo a fare due parole con nessuno, perché nessuno parlava inglese, mi ritrovavo a parlare o cantare da sola per la strada. Giorni anche di totale straniamento e fascinazione, passati a cercare di capire abitudini, gesti e modi di questo popolo di marziani.
L’arrivo, prima in Australia per scalo tecnico a Cairns, poi a Brisbane e infine a Auckland, dopo venti giorni di compassati e impassibili giapponesi, fu per me quel giorno un vero e proprio shock culturale.
Questo descrive cosa ne venne fuori!:

Il signor Dion Salmon, come risulta dalla targhetta spillata alla camicia, (e mi pare di capire che i suoi antenati non facessero gli allevatori di pecore), un ometto secco color castagna, con la faccia come un mocassino spiegazzato, mi fa togliere la cintura prima di passare attraverso il varco a raggi x all’entrata della sala transiti dell’aeroporto di Cairns, Australia.
Vicino a lui un omone alto e grosso, scuro anche lui, ma di un altro colore, il mio primo aborigeno, vestito di una tuta arancione con la scritta “custom”, dogana, mi guarda fisso. Sarà perché ho la giacca a vento e qui ci sono 25 gradi?
Sono le 4 e 40 del mattino e fa un caldo boia. Questa non l’avevo calcolata. Il transito intendo, all’alba e con questo caldo. Ora fra una mezzora dovrò prendere un altro volo che mi porterà a Brisbane, e poi un altro volo ancora fino ad Auckland, Nuova Zelanda. Penso che all’arrivo sarò una polpetta cotta.DSC02023

Oggi è stata una non-giornata. Una di quelle giornate in cui non si succede niente e non si fa niente perché tutto si svolge nell’attesa della partenza. Dopo 18 giorni lasciavo il Giappone per la Nuova Zelanda. Così, nel pomeriggio sono tornata a Narita, l’aeroporto di Tokyo, che ormai non ha più segreti per me, e alle otto di sera mi sono imbarcata sul volo Quantas che mi ha portata qui. Ho regalato alla hostess, una biondona australiana di Perth, quella fottuta carta telefonica giapponese che non sono mai riuscita ad usare perché in Giappone i telefoni parlano giapponese, e lei, riconoscente, ha continuato ad offrirmi te, caffè ed aranciata per tutto il volo. Gli altri passeggeri erano quasi tutti coppiette di giapponesi e famigliole australiane. Cairns, con le sue spiagge tropicali, è meta di vacanze natalizie. Infatti fa un gran caldo, e io con la mia giacca a vento, il maglione di lana e i pantaloni di velluto, mi sento un po’ fuori posto in mezzo a questo popolo di vacanzieri che si presenta in bermuda all’arrivo. Spero che ad Auckland, come pare, faccia un po’ più fresco.

Auckland. Ragazzi, mi ripeterò ma il mondo è davvero bello perché è davvero vario. Finalmente dopo venti giorni di alieni giapponesi, dei bei pezzi di uomini! Finalmente dei bei biondoni, rossi, castani, alti, grossi e con due spalle così! Mi gusto perfino i ciccioni, guarda te! Finalmente degli uomini che ti guardano e ti guardano negli occhi! E parlano! E ridono! E si stiracchiano. E stanno seduti stravaccati! E delle belle donne, cavallone, bionde, sorridenti, sciattone, vestite come capita, con i capelli per aria, i bambini che urlano e che rompono le balle e si sdraiano per terra.
All’aeroporto di Auckland, al controllo bagagli, dove arrivo pallida e stralunata, camminando come sulle uova, sbandando nei corridoi, dopo una notte insonne passata a cambiare aerei, mi accoglie un ragazzone rosso, pieno di lentiggini, sorridente che mi chiede da dove vengo. “Italia” dico io, e potrei quasi cantargli “o sole mio” da come mi fa sentire bene. E lui: ” ooooh Italiaa, brava ragazzo!!!”. Quasi mi commuovo, un uomo che mi parla e che mi sorride. Oddio quanto mi mancava l’occidente. Questo occidente. L’occidente della varietà, della commistione, della diversità tra simili. E anche un po’ di disorganizzazione, un po’ di confusione, un po’ di sana sporcizia. Ecchecavolo, in fondo sono italiana! E poi gli sguardi, la parola sorridente, il commento buttato là tra estranei per scambiarsi un’impressione, un pensiero. Per dire che in fondo siamo tutti qui a sfangarcela in questa valle di lacrime. E mica sono arrivata a Napoli, sono arrivata in Nuova Zelanda, dall’altro capo della terra. Si parla inglese qui e da quello che vedo sono minimo un metro e ottanta, biondi e molto wasp, almeno ad una prima impressione. Accidenti, ma quanto sono diversi i giapponesi!!

Annunci

9 Risposte to “SHOCK CULTURALE”

  1. anonimo Says:

    WOW! vedo che quando non sai cosa scrivere c’è la ressa per lasciare commenti!! :)) … guarda che non è mica obbligatorio scrivere… gli amici ti vogliono bene lo stesso 😛
    (MM)

  2. cf05103025 Says:

    Beh, certo ch’è ‘n bello squarcio, o quarto, di vita e di vista,
    poi st’aereo banana multicolor mi ha incuriosito assai.

    In Nuova Zelanda credo che non andrò mai, ma è un posto che amerei molto visitare per via di quelle grandi montagne con i ghiacciai che finiscono quasi in mare, e boschi, e vigneti, e pecore,
    e Maori, e rade tra scogli
    e oceano e capodogli
    e serpenti di mare,
    e giunche cinesi
    e pirati malesi ( a volte….)

    MarioB-)

  3. dipocheparole Says:

    Argh! del dissenso nel mio blog!!
    Marino è un modo elegante per suggerire che ho scritto una ca@ata?

  4. dipocheparole Says:

    @Mario: ehm.. le giunche e i serpenti non so.. i pirati forse erano in ferie. L’aereo banana multicolor era bellissimo.:)

  5. cf05103025 Says:

    Io i pirati malesi li voglio, ohhhh!!!
    E anche uno di quei bei maglioni rustici di lana neozelandesi come quelli che portava sir Edmund Hillary, lo scalatore dell’Everest, che neozelandese era, appunto.

    Quando ero piccolo piccolo, nel 1945 mi ricordo dei soldati neozelandesi arrivati a Torino con gli alleati vincitori perché avevano il cappello con un falda rovesciata in su, di lato, e mi sembravano strani, e avevano dei calzonacci corti, dei bermudoni….
    Mario:-)

  6. cf05103025 Says:
  7. anonimo Says:

    cos’è una ca@ata??? :))
    (marino smakkoso)

  8. dipocheparole Says:

    @Mario: che belli! io ho scoperto che i neozelandesi avevano combattuto anche in Italia, a Cassino in particolare, visitando un museo di Auckland. Trascinati dall’England a combattere e morire a migliaia di chilometri da casa. Laggiù sono ancora abbastanza incazzati. E pure gli australiani.

  9. dipocheparole Says:

    @marino: una ca@ata è una cagata. Che domande.:D
    (smakkoso?)

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...


%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: