LA CLASSE

“La classe” è un film che gli aspiranti insegnanti dovrebbero vedere. Passerebbe loro la voglia di provare ad insegnare, cambierebbero mestiere, ci guadagnerebbero in salute, soldi, soddisfazioni e verrebbero incontro al nostro ministro dell’Istruzione che aspira a mandare a casa una buona parte degli insegnanti di questo paese.
Un bel film, con la regia di Laurent Cantet, Palma d’oro all’ultimo Festival di Cannes, teso e nervoso dall’inizio alla fine, con personaggi e attori presi non dalla strada, come si usa dire, ma direttamente dalla classe.
L’insegnante protagonista del film è Francois Bégaudeau, che è pure sceneggiatore e autore del libro “Entre les murs”, da cui è tratta la sceneggiatura, e che, essendo insegnante lui stesso, non fa che interpretare la sua vita nel film.
I ragazzi, a loro volta, sono i ragazzi di una qualunque scuola della periferia di Parigi, con i loro veri nomi di battesimo, i loro vestiti, le loro facce.
Il film mette angoscia. Non so se la metta solo a me, che appunto, tra le altre cose, aspirerei ad insegnare e che ho fatto qualche comparsata in un’aula scolastica negli ultimi mesi, o se l’angoscia possa derivare anche dall’interrogarsi, osservando la semplice realtà di una scuola qualunque, su quale possa essere il futuro della scuola, e quindi dei giovani, e quindi dei prossimi adulti, e quindi della nostra futura società.
La classe di cui nel film seguiamo le vicende nel corso di un anno scolastico, è una classe multietnica, un piccolo laboratorio di antropologia culturale, con ragazzi francesi e ragazzi prevalentemente della seconda generazione di immigrati da vari paesi francofoni, dal Marocco, dal Mali, da non specificate isole caraibiche, ex colonie francesi. Ci sono poi un paio di cinesi, di prima generazione invece, arrivati da poco con tutte il loro carico di problematiche di inserimento, di adeguamento alle leggi sull’immigrazione, e di apprendimento della lingua.
Tutti adolescenti, duri e fragili, come tutti gli adolescenti, ma cresciuti troppo in fretta in un ambiente difficile che li attira per poi respingerli, che li lusinga con le sue novità e li disprezza per le loro origini.
Il film è angosciante perché i problemi che ne emanano sono irrisolvibili, complessi, inestricabili, e perché i dialoghi sono così reali, stringenti e diretti, con un’alternanza rigorosa e serrata di inquadrature e di situazioni, da richiedere di continuo la nostra più sofferta attenzione e partecipazione.
Tutti hanno le loro ragioni. Ha ragione l’insegnante, che cerca ostinatamente e ingegnosamente, minuto dopo minuto, di guadagnare la fiducia dei ragazzi, di instillare nelle loro menti, parola per parola, una qualche forma di conoscenza e di capacità di comprensione e valutazione della letteratura francese, ma in primo luogo della realtà.
Hanno ragione nel complesso gli insegnanti tutti, schiacciati tra la scuola, le istituzioni, le regole, le famiglie degli studenti, le difficoltà della loro vita personale, e le mille prove che li attendono giorno dopo giorno durante il loro lavoro in classe, tanto da farne dei piccoli eroi nella trincea di una difficile e totalmente nuova quotidianità.
Hanno ragione i ragazzi, sbattuti al fronte della vita senza armi, schiacciati, anche loro, tra problemi di integrazione, aspettative famigliari, conflitti culturali tra il tentativo di adeguarsi a una cultura del tutto nuova e diversa, mantenendo quella della propria famiglia di origine, e soprattutto, secondo me, schiacciati da una rabbia e una tendenza alla ribellione contro tutto e contro tutti, che portano alla totale mancanza e, di conseguenza, al bisogno urgente e improcrastinabile di regole, di limiti, di obiettivi e di prospettive.
Per tutta la durata del film, è continuo, estenuante ed esasperante infatti, il tentativo, da parte degli insegnanti, del preside, della scuola diventata ormai quasi una sorta di rappresentanza diplomatica, avamposto di una civiltà e di una cultura in una terra di confine e quasi straniera come la terra della periferia di una moderna metropoli, di dare delle regole, dei confini, dei limiti ai ragazzi.
Regole che naturalmente si rifanno a questa civiltà, alla cultura francese, europea, la nostra cultura di questo secolo ventunesimo che, messa alla prova, dai continui attacchi degli studenti di questa scuola parigina, dimostra di non avere semplicemente le armi per farsi capire e farsi accettare.
Di non averle ancora, forse, perché troppo nuovi sono i problemi della scuola multietnica, di non poterle averle mai, perché troppo complessi i conflitti di un’intera società.
Cosa dire infatti alla mamma di Suleyman, uno dei ragazzi più problematici, che di fronte al consiglio di disciplina della scuola, difende il figlio parlando la sua lingua, ché il francese non lo conosce ancora, appellandosi a quelle che, per la sua cultura, sono le regole da seguire per essere un bravo figlio: aiutare i fratelli e le sorelle, aiutare in casa, essere obbediente. Che le importerà mai se il figlio ogni giorno si dimentica i libri a casa, non si toglie il cappello in classe e da’ del tu ai professori.
E cosa dire agli studenti che rifiutano e scherniscono l’uso del congiuntivo perché sorpassato e datato? A quelli che scrivono la coniugazione dei verbi come gli viene, ché tanto fa lo stesso. O alla ragazzina che si rifiuta di leggere un brano in classe perché quel giorno non ne ha voglia. O a quelli che prendono in giro gli altri compagni perché hanno diverse abitudini, vestono diverso o tifano per una squadra avversaria.
Bene, la risposta alla mamma di Suleyman, non ce l’ho, non ce l’ha nessuno, né mai ce l’avrà nessuno, credo.
Secondo me, invece, l’unica risposta possibile, a dei ragazzi, una volta che ho ascoltato le ragioni di tutti, una volta che ho cercato di capire, di comprendere, di cercare il dialogo e di porgere l’altra guancia, la risposta, alla fine, alla domanda: ma perché devo fare così? è e deve essere una sola: perché si fa così. E basta.

Annunci

9 Risposte to “LA CLASSE”

  1. cf05103025 Says:

    Hai stilato un quanto mai buona recensione e ne hai tirato conclusioni che sono degli interrogativi pesanti.
    Ho fatto pure l’insegnante di scuola media per alcuni anni e poi ho cambiato mestiere, non ci ero tagliato o, forse, ero disadatto al contesto in cui mi trovavo.
    Il problema nodale, politico e morale è quello che hai sottolineato tu nel finale:
    “Perché si fa così. E basta”… E perché queste sono le leggi di questo paese, di questa democrazia..( democrazia per la Francia va ancora bene….)
    MarioB.

  2. dipocheparole Says:

    @Mario: uhm.. non era proprio questo il significato di quello che ho voluto dire.
    Infatti faccio la distinzione tra la risposta che si deve dare alla mamma di Suleyman, quindi all’adulto straniero che ha difficoltà di integrazione, e al ragazzo adolescente.
    Io personalmente non sono sicura che gli stranieri si debbano adeguare in tutto e per tutto alle nostre leggi morali, alle nostre usanze, alla nostra cultura. Alle leggi dello stato sì, ma non a quelle “culturali”.
    Cosa completamente diversa per quanto riguarda l’educazione di un adolescente. Le regole le devono stabilire gli adulti e devono farle rispettare. Per loro sì, è vera la frase: si fa così e basta.

  3. anonimo Says:

    Grazie al cielo, anche se avevo l’abilitazione, non ho mai insegnato e ora faccio l’impiegata. Domani correrò a vedere questo film, e credo che ringrazierò di nuovo, ciao!
    e.

  4. hetschaap Says:

    Bellissima recensione di un film che andrò sicuramente a vedere. Un consiglio: hai visto “Essere e avere”? Un docu-film sulla scuola francese di qualche anno fa. Se non lo hai visto te lo consiglio, se lo hai visto mi piacerebbe sapere che ne pensi. Ciao

  5. cf05103025 Says:

    dice bene il sig.Hetschaap, gran bel film Essere e avere di Nicolas Philibert!

  6. anonimo Says:

    Essere e avere è un film che ho amato moltissimo e che, in uno slancio di amore cosmico, ho prestato a una collega con cui avevo avuto uno scontro a scuola. Non solo la collega non mi ha mai detto se il film le è piaciuto, ma non mi ha nemmeno più restituito la cassetta…
    Andrò senz’altro a vedere la classe.
    Giovanni

  7. dipocheparole Says:

    @e.: ri-ciao bella:). Hai fatto bene, non ti avrei proprio vista in una classe. dopo due ore li facevi fuori a colpi di machete.:))
    @Hetschaap, Mario e Giuvà: no, spiace ma non l’ho visto questo filmo. Ci proverò a cercarlo e vi farò sapere. grz.

  8. cf25302015 Says:

    è un bel film anche per me.
    alla fine quella che ne esce è una grande fatica e una lontananza difficile da colmare
    la teresina/alias bri
    ciao signora bilingue 🙂

  9. dipocheparole Says:

    ciao teresina/bri:) vero. e gran fatica.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...


%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: