LA TOSCANA ANGLOFONA DI SPIKE LEE

(attenzione qui si rivela il finale del film)
 
Sulle Rocky Mountains toscane di Spike Lee in Miracolo a Sant’Anna, in realtà di miracolo non ne accade solo uno, ma ne succedono tanti: gli italiani parlano toscano tra di loro e con gli americani, gli americani parlano italiano tra di loro e con i toscani, i tedeschi invece parlano tedesco tra di loro ma sono sottotitolati, però parlano italiano, con accento tedesco come il Papa, con partigiani italiani e soldati americani.
Poi, le ragazze di montagna nel 1944, dopo quattro anni di guerra, sono delle strafighe in gran tiro, con capelli sani e lucidi, carnagione e mani da contessa, con tanto di calze velate e varietà di abiti perfettamente puliti e stirati tra un amplesso e una strage, non hanno il minimo pudore nel mostrarsi a seno nudo al primo soldato afro americano che passa, come starlette sul lungomare di Cannes, mentre decidono di cambiarsi la maglietta stendendo la biancheria nel prato.
Inoltre in questi paesini di montagna della toscana anglofona, in piena guerra mondiale, con nazisti in giro per ogni dove, si organizzano feste danzanti con orchestrina, cibi e bevande, nella chiesa del paese, e dove senò, che è un’usanza tipicamente italiana organizzare feste popolari nelle chiese cattoliche, con tanto di ceri votivi disseminati sugli altari, per creare l’atmosfera, come si usa nei locali al Village, per dar modo alle ragazze montanare ma strafighe di civettare con i soldati strafighi e neri e dar loro modo di esprimersi in dialoghi alla Eminem.
Nelle chiese italiane però durante i party è vietato fumare, ché siamo pur sempre in un luogo sacro.
I ragazzini di montagna, scampati ai massacri, vestono abiti laceri ma indossano scarponcini in pelle in stile anfibio, sono magri e malati, ma hanno la forza dell’incredibile Hulk quando per esempio prendono in mano la grossa testa in pietra scalzata da una statua dell’Ammannati, e la sollevano e la girano di qua e di là come fosse un pallone da pallavolo.
Ovunque campeggiano crocifissi, santi e madonne, che insomma siamo pur sempre in Italia, ma forse conta pure molto il fatto che il libro da cui è tratto il film sia stato scritto da tale James McBride, figlio di un reverendo cristiano nero e di una polacca bianca ed ebrea, figlia a sua volta di un rabbino ortodosso, ma convertitasi al cristianesimo per sposarsi il reverendo. Insomma, il povero McBride, ottavo di dodici figli, di religione deve averne masticata tanta in casa, tanta da metterla tutta pure nei suoi libri e da “convincere” Spike Lee a fare un film che termina con la visione di una sorta di paradiso terrestre, in realtà una spiaggia delle Bahamas, dove il protagonista, Hector Negron (!) incontra un riccone con le meches sul ciuffo (Luigi Lo Cascio, ma come ti sei conciato?) che con una carrambata finale, mostrando il crocefisso donatogli da Hector, si rivela il bambino scampato al massacro, anzi al doppio massacro, diventato grande e, appunto, riccone tanto da pagare la cauzione al protagonista e salvarlo dalla galera.
Oltre a tutti i miracoli di cui sopra, il film procede per dialoghi fumosi e insulsi, di una noia mortale soprattutto per tutto il primo tempo, inverosimili per collocazione storica e inappropriati per i personaggi che li recitano. Ma quando mai un soldato nero si sarebbe sognato di contestare gli ordini di un capitano bianco nel 1944, e quando mai, in quegli anni, una ragazza di campagna, o di montagna che pure ha fatto la governante in città, avrebbe osato trattare il padre come un imbecille, e urlargli di chiedere scusa agli amici. I morti poi, e ce ne sono tanti, muoiono tutti, come nei fumettacci cattivi, con gli occhi aperti, sbarrati e con il viso imbrattato di sangue.
Viene poi il dubbio, osservando dialoghi e vicende del bambino protagonista che il regista volesse eguagliare con la storia lacrimevole di un bambino in tempo di guerra, le vicende cinematograficamente ed economicamente fortunelle de “La vita è bella”. Guarda mai che mi diano un oscar pure a me, si è detto Spike Lee.
Invece di sicuro niente oscar, di sicuro non da me, perché la sensazione generale, per tutta la durata del film, è di uno sfasamento storico, geografico e culturale, che del resto va di pari passo con la pretesa del regista di dare la sua versione fiction dei motivi che causarono la strage di Sant’Anna di Stazzema e la versione tutta revisionista della lotta partigiana, quando ormai perfino Fini dice che non è vero che tutti combattevano per la parte giusta.
Spike Lee voleva fare, in fin dei conti, un film sui soldati neri durante la seconda guerra mondiale, ma avrebbe fatto meglio a girarlo a casa sua, o anche a casa nostra, ma senza andarsi a impelagare nei fatti ancora vivi, anche se non per tutti, della nostra memoria storica.
A nessun regista italiano verrebbe mai in mente, spero, di andare a Dallas a girare un film in cui il presidente Kennedy viene ucciso da un amante segreto di Jacqueline. Se ne venisse fuori un film comico sarebbe di cattivo gusto, se volesse essere un film storico sarebbe falso, se si volesse fare fiction sarebbe bassa fantascienza.

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15 Risposte to “LA TOSCANA ANGLOFONA DI SPIKE LEE”

  1. retorico Says:

    Proprio oggi, guardando il trailer su una TV russa, ho pensato: Ma si’, andiamo a vederlo.
    C’era una scena in cui un bambino stava seduto sul letto e parlava in italiano con un negro gigantesco che fingeva di capire (conosceva il copione, evidentemente) e rispondeva in inglese. Il bambino capiva, eccetera.
    Poi, nell’intervista, Spike faceva un’analisi sociologica fortunatamente coperta dalla traduzione in russo.

    La tua stroncatura mi fará risparmiare, tra me, mia moglie e i figli + popcorn, sprite e patatine, un bel cinquantone.

  2. anonimo Says:

    Se un regista afroamericano fa un film con protagonisti degli afroamericani e racconta una storia di eroismo afroamericano, non è detto che per forza debba essere un bel film. E’ un po’ come quando si dice che gli africani sono tutti belli, sanno ballare e cantare il gospel… Non abbiamo imparato niente dopo secoli che ci dicono che noi suoniamo tutti il mandolino e ci nutriamo solo di pizza e “maccaroni”?
    (marino polemico)

  3. DottorOsterman Says:

    La mì po’era nonna (pace all’anima sua) mi raccontava spesso di quando “passò il fronte”. E guarda ‘aso proprio di lì.
    Ma erano racconti fatti di sofferenza, di fischi di bombe, ma soprattutto di fame.

    Perciò, per rispetto a lei e a tutti quelli che gli orrori della guerra li hanno vissuti davvero, ti ringrazio.
    Penso proprio che non vedrò questo film.

    Un credo ‘he mi garberebbe punto.
    😉

  4. anonimo Says:

    non sarei andato a vederlo per le ragioni che hai detto e il tuo racconto mi conferma. Peraltro: 1) miracolo “de che?”; 2) perché Sant’Anna? 3) perché Lee?…
    e quindi: perché io??

    besos
    mp

  5. dipocheparole Says:

    @ret: potresti girarmi il cinquantone. ti mando l’IBAN.
    @Marinopolemico: ho dovuto pure rileggere il tuo commento per capire. Che c’entra? per me Spike Lee potrebbe essere cipriota o tailandese invece che nero. Finora i suoi film che ho visto erano non belli ma strabelli e avrei voluto che anche questo lo fosse. E poi che vuoi dire? che da un regista afroamericano che fa un film su afro etc.. ci si aspetta che faccia un bel film? non sapevo che afroamericani=bel film fosse un luogo comune come italiani=spaghetti o africani=ballerini. (elena stupita 🙂
    @doc: oh è vero che tu mi parli toscano!
    @mp: alla fine però se Spike mi incontra per strada mi mena.:)

  6. anonimo Says:

    Mi spiego. Volevo solo dire che un film di un regista afroamericano che racconta di afroamericani, per uno strano ma diffuso fenomeno di razzismo alla rovescia (il ballo, il canto, i mandolini etc.), diventa automaticamente un bel film. E poi se invece il film è brutto ci si stupisce e a volte addirittura si nega l’evidenza. Onore a te oh Elena per essere andata controcorrente.
    (marino che non sa spiegarsi)

  7. anonimo Says:

    Ne ero certo. Avevo già avvertito puzza di bruciato in alcune interviste al Nostro, che peraltro amo assai (come dimenticare il monologo della Venticinquesima Ora?). Ma a quanto pare questa volta SL è inciampato in una vicenda la cui “fiction” – e già mi girano – non si trova nel raggio della sua cultura.
    RobiLant

  8. cf05103025 Says:

    Con tutto il rispetto per Spike Lee, che fu già bravo e di cui ho seguito l’intervista di Fazio, mi pare,
    per quel che qui ci dici, che abbia creato un bel pasticcione.
    Almeno avesse avuto l’umiltà di assoldare un consulente ben preparato nell’italiche storie….

    MarioB.

  9. dipocheparole Says:

    @marino: aaaaaaah! ora ho capito! :)))) mi pareva strano infatti!
    quanto al controcorrente, a noi salmoni viene naturale.
    @robiLant (la L?): anche secondo me Spike nuota meglio a New York e dintorni.
    @Mario: lui dice che la sua è fiction e forse tanto gli basta.

  10. anonimo Says:

    Anch’io ho molto amato i film di spike, ma questa volta, in effetti, l’ho trovato un po’ arrogantello e avevo già deciso che non sarei andato. Grazie per avermi dato conferma!
    Giovanni

  11. cf05103025 Says:

    Cioè, io, per modo di dire, mi metto lì a fare un film e vado a Newark a girare i fatti del 1968 e ’70, ovvero quando i neri avevano dei cecchini che sparavano dalle finestre e i poliziotti li bombardarono pure con un carro armato,
    ecco, io vado lì faccio tutto di fantasia, faccio dei neri cattivissimi e dei bianchi buoni,
    mica si sono preso dei consulenti sui fatti reali.
    Poi dico in giro che tanto è roba di fiction.
    Poi arriva uno che in quei giorni c’era ed a perso nei tumulti dei parenti, ed è fuori di testa, putroppo, e mi tira addosso sei revolverate.

    Era per dire che se uno fa una brutta fiction sul regno di Pipino il breve, magari nessuno si offende, però se la fai su fatti contemporanei, specie se tragici, un po’ di di modestia e fedeltà storica non guasterebbero.
    MarioB.

  12. bloggando Says:

    Il tuo post è stato citato su Bloggando!

  13. Wynck Says:

    I responsabili di tutto questo sono quei giornalisti che non hanno studiato all’Università, ma strapagati, che hanno scritto fiumi di elogi sul regista nero.
    Praticamente Spike Lee stà al cinema e alla storia come registi e sceneggiatori de Il Capo dei Capi.

    W

  14. hetschaap Says:

    ‘Recensione’ fantastica e sagace di un film che, a priori (e mi succede raramente!), ho deciso di non andare a vedere.

  15. dipocheparole Says:

    @Mario: é quello che penso anch’io. Di Pipino non è che ci si ricordi un granché, neh?
    @Wynck: Capo dei capi, non l’ho visto, so solo che è qualcosa sulla mafia e che mi fa sempre venire in mente Lupo de Lupis::))
    Comunque dai, non puoi dire che Spike in altri film non sia stato un grande!
    @Hetschapp: grazie, ma non vorrei che un giorno incontro Spike Lee al mercato e mi tira due schiaffoni. Con te siete già in sette qui che non andate a vedere il film!:)

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