IN MORTE DI UN FAX

Un’area quasi deserta, senza case, né negozi, né capannoni, alle porte della città, a due passi dalla tangenziale e dal nuovo svincolo che, in un turbinio di rotonde e di sottopassi, unisce tre statali.
Una stradone, a due larghe corsie, con marciapiedi infiniti in mezzo al nulla. Cartelli che indicano la dogana, due tir parcheggiati sulla destra, nessuno al volante, nessuno in giro. Cielo grigio su, foglie gialle giù, aria umida, sole pallido pomeridiano e un inizio di foschia autunnale in fondo allo stradone che, dopo un lieve dosso, sembra finire nel nulla.
Sto cercando il cart, il sert, il cirt, o come mai si chiama quel posto dove si buttano i rifiuti che non vanno nel cassonetto.
Dopo un anno e mezzo di parcheggio a rotazione dapprima nel bagagliaio dell’auto, per un paio di mesi, poi in ingresso, appena arrivato a casa, poi sotto la libreria in soggiorno, poi a fianco della finestra in cucina, e infine nello sgabuzzino, oggi, svuotando la lavatrice, l’ho guardato, e ho deciso che era venuto il tempo di liberarmi di lui.
Lo so, gli dico, finora non ce l’ho fatta a portarti via, mi sono inventata le scuse più strampalate: che potevo venderti, che qualcuno ti avrebbe potuto usare nonostante l’introvabile rotolo di carta chimica, che potevo regalarti. In realtà noi due sappiamo che eri l’ultimo ricordo rimasto.
Lui, mite e inespressivo, mi ha restituito lo sguardo, io lentamente mi sono piegata su di lui, ho sfilato il cavo elettrico, servirà ancora?, ho richiuso per l’ultima volta quel maledetto sportello che non stava mai chiuso, ho strappato il post it giallino, vecchio di almeno dieci anni, ancora attaccato con uno scotch appiccicoso e sporchicchio, che riportava i numeri telefonici usati più frequentemente, ho staccato la busta con le istruzioni per l’uso, misteriosamente riapparse durante lo smantellamento dell’ufficio dopo anni e anni di imprecazioni, (ma come cavolo si fa a bloccare la funzione repeat dell’ultimo numero? Ma com’è che si spegne ‘sto osso di fax? Ma non si riescono proprio a memorizzare sti numeri?),
e con un sospiro, gli ho detto: andiamo.
Il vecchio fax del mio vecchio ufficio, del mio ufficio dove ho lavorato per diciassette anni, comprato in leasing negli anni ottanta per circa ben un milione, o forse erano due milioni di lire (è mai possibile?) e pagato in miserabili rate di venti, trentamila lire al mese per circa un secolo dal suo acquisto, pesa una tonnellata, nove chili, dicono le istruzioni per l’uso, ma oggi ho deciso, lo porto al sert. Al cart. Al cirt insomma.
Dopo un paio di giri della rotonda nei pressi del cirt, riesco ad immettermi nello stradone, il leghista Viale della Serenissima, che dovrebbe portare alla discarica. Guardo verso l’orizzonte e non vedo nulla che assomigli ad un deposito di materiale non riciclabile. Lungo il marciapiede si materializza dal nulla un signore dall’aria distinta, in maglione azzurrocielo, che passeggia, come fosse in centro città, portando una borsa da viaggio. Accosto, abbasso il finestrino: “mi scusi, dico, lei sa mica dove si trova il sert, voglio dire il sirt, insomma, sa .. il deposito delle cose che non si possono buttare nelle immondizie”. Mi guarda spaesato: “il cosa?” chiede, “ehm.. il cart, dovrebbe essere da queste parti, sa.. dove si buttano via le cose, non so, le lavatrici, i frigoriferi… i televisori vecchi.” Si guarda intorno: “ah, il cirt” dice lui, “mah.. non so mica sai. Ma è qui vicino?” “Così mi hanno detto al telefono” dico. “Ma tu fai la raccolta differenziata?” mi dice appoggiando la borsa per terra. “Beh, cerco. Sì, la faccio,” dico io un po’perplessa per il tu, girandomi verso il cruscotto per buttare un’ occhiata all’orologio, visto che il cert dovrebbe chiudere tra una decina di minuti. “Mah.., io non sono mica ecologico sai. Ma dimmi, ti pare possibile? vogliono che dividiamo la carta e il vetro, e l’umido e il secco, e poi davanti a casa sai cosa mi hanno messo?” “Cosa, dico io per non sembrare scortese, appoggiando il gomito allo sportello, “Lo vedi quel lampione lì?” dice indicando il lampione sul marciapiede. “eh, sì” dico io girandomi, “ecco mi hanno messo un’antenna alta venti metri davanti casa. Ma davanti proprio, come da qui a quel lampione!” mi dice stranito, allargando le braccia. “Eh, lo so, anche davanti a casa mia ne hanno messa una” gli dico, che poi è pure vero. “E ti pare che io faccia la raccolta differenziata? Senti, non ti faccio perdere tempo, che poi sto andando in aeroporto che ho il volo per Barcellona”, mi dice raccogliendo il borsone da terra, “comunque guarda che lì la strada finisce. Lì la strada va morendo. Ti saluto, ciao.” mi dice incamminandosi verso la tangenziale. Lo guardo mentre passo passo si avvia verso l’aeroporto, ad un paio di chilometri.
Dopo altri trecento metri di nulla, incontro un altro signore a passeggio tra gli svincoli: “Certo, lei sta cercando il CE.R.D. il CEntro Raccolta Differenziata, mi dice. È lì, dopo la curva, vede quel cartello bianco? Giri a sinistra e lo trova.”  Proseguo, e dopo un lieve dosso, uno svincolo da autostrada e un piazzale deserto, finalmente trovo il CE.R.D.: un enorme area recintata, capannoni lontani, cartelli che vietano l’accesso e nessuna apparente forma di vita. Mi avvicino cautamente all’entrata e dopo un po’, da un casotto, spunta un custode in giubbotto arancione: “mi scusi, dico, avrei un fax da buttare.” “ah sì, fa lui, lo metta pure lì” dice indicandomi un cestone di ferro dove sono accatastati una ventina fra stampanti, fax, e altri piccoli apparecchi. “Vuole una mano?” “no no, grazie, è solo un fax”, dico tirandolo fuori dal bagagliaio. Pesi un quintale, gli sussurro, mentre mi avvicino al cestone. Dentro ci sono fax moderni, un po’ acciaccati, stampanti ammaccate, telefoni multifunzione dalle tastiere sporche. Appoggio con cautela il mio fax su una grossa stampante grigia. Sembri il più vecchio, penso guardandolo. Con un suono metallico, clac, lo sportello della carta, come sempre, si apre. Mi fermo, lo guardo e allungo il braccio per richiuderlo come ho fatto per anni e anni mentre tentavo di digitare un numero di telefono in tutta fretta, tenendo con una mano la rubrica e inserendo con l’altra il foglio con la conferma di qualche prenotazione da fare prima che scada il time limit:
alla c.a.: booking
da: elena
pls book htl majestic lon, alt.va htl ambassador, 1 dbl + 1 sgl, pvt facilities, 3 pax, bb, 7 ngts, in 10 oct, out 16 oct, pls cnfm asap.
Mi giro, piano, lo lascio lì, e me ne vado.

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13 Risposte to “IN MORTE DI UN FAX”

  1. anonimo Says:

    Oddio, oddio, che malinconia! Mi hai fatto correre ad abbracciare il mio vecchio mcintosh, incellofanato dietro la libreria.
    Ora di corsa a farmi una cioccolata calda. Oddio.
    Giovanni

  2. anonimo Says:

    sembra un secolo fa ed è solo ieri.
    (marino fax…simile)

  3. anonimo Says:

    lacrima…

    mp

  4. cf05103025 Says:

    I faxs piangono sempre quando li si abbandona.
    Talvolta si vendicano e dalla faxoltretomba diffondono messaggi tenedenziosi se non minacciosi.
    Un fax mal sotterrato a Phoenix ha diffuso migliaia di lettere minatorie all’indirizzo della ditta McIntyre’s, produttrice di viti & bulloni, per una sorta di vendetta.
    Poi è stato catturato e incenerito in un altoforno a Denver.
    MariusWhite

  5. proteus2000 Says:

    Molto bello e toccante, Elena.
    Dalla finestra del mio ufficio si vede una periferia simile a quella che descrivi così bene. Penso a tanti pezzi di vita rottamati, sprofondati nel non-luogo di un’esistenza sempre più provvisoria. Penso alla macchina che l’anno scorso ho abbandonato dallo sfasciacarrozze, allo sguardo tristissimo di quei fanali.
    Mi vien da piangere 😦

  6. anonimo Says:

    L’unica macchina buona è la macchina morta.
    Ma insomma.
    Credete che LORO piangeranno?

    Robilant

  7. dipocheparole Says:

    Mi pare che mi stiate prendendo un po’, per così dire, in giro o sbaglio?!:)))

  8. proteus2000 Says:

    Come sarebbe? E’ un gran bel racconto. Perché ti si dovrebbe prendere in giro?

  9. anonimo Says:

    Caso mai un giro… di valzer! 🙂
    (marino danzante)

  10. lemmaelabel Says:

    oddio, adesso mi tocca buttare il rotolo di carta chimica!
    (e pensare che gli ho fatto fare due traslochi)
    🙂

  11. dipocheparole Says:

    @proteus: grazie:), ma erano i vecchi commentatòri che mi davano questa impressione.. ;))
    @marino: mi sei pure ballerino?
    @lemma: welcome:)

  12. anonimo Says:

    solo a pagamento 🙂
    (marino materiale)

  13. dipocheparole Says:

    ok Marino, ti pago l’entrata alla balera. Ti va bene il Garden?:)

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