PORDENONELEGGE 2008

La signora in piedi alla mia destra accanto al palco, in attesa dell’incontro con Paolo Giordano, all’improvviso prende per un braccio la figlia e esclama ad alta voce: “Guarda, guarda! C’è Mauro Corona! Lo vedi? Mauro Corona! Là, lo vedi? Lo vedi?” “Dove? Ma dove?”, fa la figlia, alzandosi sulle punte dei piedi e spingendomi per cercare di vedere oltre il palco, “là, là, dall’altra parte, dietro la fontana! Lo vedi? Vai vai, corri a chiedergli l’autografo!” La figlia, con il cellulare in mano, si stringe la borsa sottobraccio e mi passa sui piedi correndo lungo il corridoio di sicurezza, come lo chiamano i volontari che da una mezzora cercano di arginare la folla radunata in Piazza San Marco a Pordenone. Dietro il palco, dall’altra parte della piazza, si intravvede la testa, con la consueta bandana blu sopra i capelli crespi di Mauro Corona. Lo scrittore scultore alpinista poeta saggio, nella sua divisa d’ordinanza, è in maniche corte, come il Dalai Lama, nonostante i dodici, tredici gradi: maglietta blu e pantaloni tirati sotto le ascelle.
All’arrivo di Paolo Giordano il gruppetto di ragazzi dietro di me, con un’occhiata stabilisce che è più piccolo e più giovane di come sembrava in fotografia, tanto gli bastava, e decide di andarsene prima che l’incontro abbia inizio.
Paolo Giordano, scrittore esordiente, Premio Strega e Premio Campiello Opera Prima a ventisei anni non ancora compiuti con “La solitudine dei numeri primi”, con un sorriso timido, jeans, maglioncino e giubbotto di pelle nera, sale sul piccolo palco in legno accompagnato da Marino Sinibaldi che condurrà l’incontro, e lentamente, un po’impacciato si siede.
La gente applaude, commenta, mormora, il cagnolino grigio in braccio alla ragazza dietro di me abbaia, qualcuno alza il cellulare per riprendere lo scrittore, un paio di fotografi ufficiali scattano fotografie da varie angolature.
Paolo Giordano si guarda intorno, parte con un filo di voce, e tirandosi giù la maglietta sulla schiena, chiede al pubblico in attesa un attimo di tempo per abituarsi alla situazione. Mi giro a guardare verso il pubblico e lo vedo dalla sua prospettiva: la piazza, un catino leggermente in discesa, come un teatro naturale, affiancato da una fila di portici e dal muro del vicino sagrato della Chiesa di San Marco, è affollata da centinaia di persone. Una buona parte ha trovato posto a sedere, dopo una lunga attesa, in una coda ordinata che si dipanava dall’entrata nella piazza per un centinaio di metri, tutti gli altri si sono disposti, in doppia e tripla fila, lungo i portici e sopra il muro che sovrasta la piazza. Altri, come me, sono a ridosso del palco. In tutta la piazza non c’è un buco libero. Centinaia di persone immobili, facce attente, bendisposte. Tutti, in silenzio, aspettiamo l’inizio dell’incontro.
Cosa pensa un ragazzo di venticinque anni, che pure ha scritto un bel libro, non eccelso ma bello, che è diventato senza che nessuno se lo aspettasse, lui meno che mai, il caso editoriale dell’anno, di fronte a centinaia di persone che attendono di sentirlo parlare? E noi? Cosa stiamo aspettando di sapere noi, tutti quanti? E tutte le ragazze e le giovani donne sedute tra le prime file con il suo libro in mano, sono venute per vedere il ragazzo Paolo Giordano, che è pure un bel ragazzo, o per ascoltare lo scrittore? E gli scrittori si ascoltano? Una volta non bastava leggerli? Una volta ci bastava aprire un libro e leggerlo, non sapevamo neanche che aspetto avesse chi lo scriveva, né come fosse arrivato a scriverlo né perché. Al massimo c’era chi cercava nelle prime, seconde e terze stesure, ritrovate a distanza di anni dalla pubblicazione, il perché di certe scelte stilistiche o narrative, ma a nessuno sarebbe venuto in mente di chiedere ad uno scrittore se aveva la morosa o no, o dove andava in vacanza d’estate. O forse ce lo siamo sempre chiesti, ma nessuno osava dirlo.
Stessa situazione un paio di ore dopo, qualche centinaio di metri più in là, in Largo San Giorgio, dove, sotto un tendone affollatissimo, Mauro Corona parla al pubblico. Il pubblico rumoreggia benevolo, sorride, commenta con il vicino, annuisce, scoppia in brevi applausi, approva.
Mauro Corona ripropone il suo personaggio. O forse ripropone solo sé stesso, il vecchio ragazzo di paese, sopravvissuto al Vajont, l’alpinista e il poeta dei boschi, ma a questo punto della sua carriera di scrittore affermato, è difficile dirlo. Forse non lo sa più neanche lui se quello che si vede in pubblico è sempre lo stesso Mauro Corona.  Il personaggio si sovrappone alla persona e guardandolo parlare da fuori del tendone, discosti dal suo pubblico, è più facile chiedersi se quella maglietta blu a maniche corte che di sicuro lui porta da sempre, anche sulla neve, girando solitario per Erto, non sia ormai caldeggiata dai suoi agenti letterari, se la bandana stretta in testa sopra i capelli scomposti non sia suggerita come il cappellino di tela verde per Vasco Rossi o il mezzo cilindro per Zucchero, ora che dalla piccola casa editrice provinciale della friulana Biblioteca dell’Immagine, è passato alla Mondadori . Cosa succederebbe alla sua immagine cartonata nelle librerie, il disegno di un mezzobusto a braccia conserte, con maglietta, riccioli e bandana, se improvvisamente Mauro Corona decidesse da domani di tagliarsi i capelli, mettersi un cappello di lana a righe rosse, vestirsi con una felpa a maniche lunghe perché improvvisamente sente freddo o s’è beccato una periartrite?
I librai dovrebbero rifare le vetrine, gli agenti riformulare i contratti, il marketing ripensare alla prossima copertina e alla prossima pubblicità. Che casino ragazzi. Meglio continuare a vestirsi allo stesso modo, meglio ripetere le stesse frasi in tutte le interviste. Ripetere che bisogna insegnare ai bambini che nasceranno domani che non bisogna spendere, che i soldi fanno schifo, che non ha senso possedere un sacco di oggetti inutili. Che bisognerebbe imparare a vivere togliendo, eliminando il superfluo, con lo stesso procedimento di chi, intagliando il legno, a poco a poco, si vede nascere una scultura tra le mani: chi crea non aggiunge, casomai elimina. Sante parole. La gente approva, scatta fotografie con il cellulare, applaude.
Perché non riesco mai a stare sotto il tendone con gli altri?
Anzi, dov’è che potrei stare sotto un tendone con tanta gente senza farmi domande?
 
 
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16 Risposte to “PORDENONELEGGE 2008”

  1. DottorOsterman Says:

    Una volta mi capitò di incontrare Andrea De Carlo in un cinema (rigorosamente d’essai).
    Come facevo a sapere chi era?
    Semplice. Avendo comprato un suo libro, il suo sguardo da piacione scalzo mi osservava tutte le mattine dal retro della copertina, sopra il mio comodino.

    Comunque quella volta era in compagnia di Eleonora Giorgi e tutti e due avevano l’aria tra lo scocciato e il soddisfatto, tipica di chi sa, o vuole, essere considerato a tutti i costi un vip.

    La mia compagna, che era con me nel cinema, mi fece “hai visto chi è?… e lei? certo che è invecchiata però…”, tutta in fibrillazione per l’inaspettato incontro con il belloccio.
    “Dai” mi disse sottovoce “ci andiamo a parlare?”
    “Vai pure” gli risposi “io ti aspetto qui”.

    Non so, forse sarò anche snob.
    O forse è solo invidia perché lui è bello e famoso e io no, non lo nego.
    Ma aldilà della notorietà di una persona, quello che questa persona mi trasmette, lo trasmette “a pelle”.

    Con Stefano Benni per esempio, ebbi tutta un’altra impressione.

    Ma nel tendone no.
    Onestamente neanche io riuscirei a starci.

    Come quelli che vanno a vedere l’entrata dei vip (o supposti tali) al billionaire, per fotografarli col telefonino, e tornarsene a casa tutti contenti per poter in seguito mostrare la prova “dell’apparizione” a qualcuno.

    I santini, evidentemente, vanno ancora di moda.
    Solo che adesso fanno tendenza quelli mediatici, mentre i tradizionali si comprano in edicola.

    Diversi modi di collezionare figurine.

  2. anonimo Says:

    Come garbatamente fai notare dietro la domanda retorica, la maglietta è caldeggiata. è un mercato.
    Per chi legge non c’è alcun bisogno di ascoltare o parlare con lo scrittore, a meno che non sia un tuo amico. La letteratura guarda a una realtà più sottile. che viene percepita dal lettore come tale. che altro dovrebbe percepire il lettore? Sì, a volte lo percepisce, lo scrittore, dietro al velo delle pagine. Una volta dovetti leggere tutta l’opera di Pirandello in dodici giorni. Alla fine lo vedevo seduto al suo tavolino e mi sembrava di scorgerne tutti i gesti. Ma anche questo ha a che vedere con un realtà più sottile, non con quella del circo barnum della personalità. Il denaro è il fine, una mitomania endemica il mezzo.

    P.S. Confondevo fino a oggi Mauro Corona con Fabrizio Corona… anche il secondo ha scritto qualcosa, mi pare; poi la bandana ecc. Alla fine, dopo aver letto il tuo pezzo, ho finalmente guardato su google. Però anche ora non so se mi interessa più il loro contesto letterario o la differenza fra le due bandane.

    Robilant

  3. anonimo Says:

    Non so… perché stupirsi o farsi di questi problemi? Gli autori (almeno quelli di una certa sostanza) semplicemente si adeguono alle esigenze della promozione. Alcuni magari ci provano anche gusto ma nemmeno in questo caso ci vedo niente di male. Per quanto ne so, la maggior parte delle volte (con tutti i festival, festivalini e festivaloni che sono nati negli ultimi anni) recitano il loro ruolo di “autore” che deve rispondere ad una certa domanda di visibilità, in quest’epoca l’autore deve essere accattivante anche nell’immagine. Nel mio lavoro in biblioteca non mi vergogno certo di sfruttare qualsiasi sistema per promuovere la lettura se alla fine dell’anno poi riesco ad avvicinare anche un solo nuovo lettore.

  4. anonimo Says:

    consonanza spirituale e caratteriale: abbasso i tendoni e tutti quelli che li affollano per vedere e sentire vip che parlando di libri che loro (quelli che affollano) non hanno letto e comunque non sono in grado di capire, altrimenti non starebbero sotto il tendone, etc.
    Io sono prevenuto e snob, i best seller e i libri premiati, ad esempio, li evito per default, come i film da cassetta e il resto, comprese le magliette e le bandane :-))

    meditapartenze

  5. anonimo Says:

    pardon: parlanDo –> parlano
    🙂

  6. anonimo Says:

    ops… vedo che il mio commento risulta anonimo… sia mai!! Quello che non si stupisce sono io (marino precisante)

  7. cf05103025 Says:

    son ades rivà in Italia de novo, ma non tiengo tiempo de leger tuto el coso scrito,
    ma qui retorn volentiers
    te saludo
    MarioB.

  8. anonimo Says:

    No, il tendone no, in effetti. Però incontrare uno scrittore che ami in un luogo più intimo e protetto come una biblioteca o una libreria, per me è sempre un’esperienza interessante. Ovviamente dipende dallo scrittore, ca va sans dire.
    Giovanni

  9. dipocheparole Says:

    Uhm..
    un commento ulteriore che riassume i vostri commenti:
    non so se sia bene o male l’esposizione mediatica dello scrittore. Come spesso succede non è tutto bianco e non è tutto nero. E’ bene se, come dice Marino, richiama anche un solo lettore in più. E’ male se come fa notare il Doc richiama una folla da Billionaire. Poi ci sono le vie di mezzo: il lettore che viene richiamato dalla bella faccia dello scrittore e finisce per apprezzare la scrittura, per esempio. E dall’altra parte un personaggio come Mauro Corona che parte autentico e finisce vincolato da un contratto con la Mondadori che sicuramente gli impone di scrivere un libro all’anno o di continuare sulla strada dei clichees che tanto rendono.
    E’ bene una manifestazione come Pordenonelegge che porta nelle piazze di queste lande desolate degli stand che contengono libri invece che formaggi o prosecco.
    E’ male, dal mio punto di vista, la spettacolarizzazione di qualcosa, come la scrittura che dovrebbe essere una faccenda privata, tra scrittore e lettore.
    Come spesso mi succede finisco per dire tutto e il suo contrario. E’ per questo che mi chiedo “Perché non riesco mai a stare sotto il tendone con gli altri?” E “dov’è che potrei stare sotto un tendone con tanta gente senza farmi domande?” perché ogni tanto mi piacerebbe potere apprezzare qualcosa senza vederne anche i lati problematici e/o negativi. Probabilmente il mio tendone non esiste.

  10. proteus2000 Says:

    Io ero da tutt’altra parte, ma poi ho incontrato un’amica (solo questo mi ricordo di PordenoneLegge).

  11. harveyz Says:

    vedere uno scrittore è un valore aggiunto che a volte può diventare valore, altre non aggiungere nulla. anzi, togliere l’immaginazione.

  12. anonimo Says:

    Beh un tendone (o un teatro, o un pub, o un circolo) dove c’è tanta bella gente potrebbe essere quello in cui eventualmente potrebbe capitarti di sentirci suonare no? 🙂
    Comunque attenta a sto “tutto e il contrario di tutto” che mi assomigli sempre di più al Uolter Ueltroni!! :))

  13. dipocheparole Says:

    @Proteus: ciao:)
    @coniglia: vero!
    @Marino: nooooooooooo!! Uolter nooooooo!!!
    vero, sotto un tendone musicale forse mi ci troverei!

  14. anonimo Says:

    io alla mia mostra c’ero…

  15. notedisambigue Says:

    Sono d’accordo con Giovanni: l’esposizione selvaggia è solo figlia dei nostri tempi, mentre sarebbe meglio un incontro più intimo, magari in un piccolo teatro o in una biblioteca.
    Personalmente potrei anche tornare ai tempi in cui non c’era affatto bisogno di scatenare tam tam mediatici sul best seller del momento, e non conoscere nemmeno il volto dell’autore.
    Buona domenica. 🙂

  16. anonimo Says:

    c’ero anch’io..
    (segue su Yahoo.it)

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