PASSAGGIO A LIVELLO

un racconto
Devo restituire il libro in biblioteca. Ormai sono due mesi che ce l’ho, e se finora non ho mai avuto voglia neanche di aprirlo, vuol dire che non lo leggerò più.
E se la Debora mi chiede com’era, mi inventerò qualcosa. Che era interessante, o che mi aiutava a prendere sonno la sera. Ma se le dico così, forse penserà che era noioso e che non mi è piaciuto. Però potrebbe anche pensare che era un buon libro, perché in qualche modo mi aiutava. Lei è una che vuole sempre aiutare. Aiutarmi. Anche quando è al banco della biblioteca chiede a tutti se può aiutarli. Anni fa, mi disse che che quando aveva fatto lo stage a Londra, le avevano insegnato a dire così: “posso aiutarla?” Qui però la gente la guarda un po’ sorpresa. Mica tutti hanno bisogno di aiuto, e se ce l’hanno di solito non lo chiedono. Sono quelli che non hanno bisogno, quelli che di solito chiedono aiuto.
In parrocchia c’era la fila. I Lamentosi, li chiamava don Mario, quando era da solo con me e magari mi stava raccontando quelle belle storie che sapeva lui. Che non sembrava neanche un prete.
“Scusa Luciano – mi diceva – c’è un Lamentoso che mi cerca. Ma torno subito, tu intanto gioca con la Debora .“
Due palle mi facevo a giocare con la Debora. Lei e le sue Barbie. Arrivava in canonica con sua madre, che era una Lamentosa di prima categoria secondo me, e pure secondo mia madre che non chiedeva mai niente, e che invece avrebbe avuto da chiedere, eccome. Arrivava con il suo zainetto rosa strapieno di libri, quaderni, merendine e quelle bambolette secche, americane del cazzo, piene di quei capelli biondi, rossi, assurdi, dritti, rigidi, che lei si ostinava a pettinare, a farci le trecce e le code di cavallo. Lei che invece aveva i capelli ricci, ricci e crespi come i neri, anche se era bionda.
A me le donne sono sempre piaciute in carne, anche da piccolo, e mi chiedevo cosa ci trovasse di bello la Debora in quelle bambolette. Forse perché loro erano magre e lei invece era grassotta, già da bambina. E insomma noi si stava lì tutto il pomeriggio, io a volte anche fino a notte, quando finalmente arrivava mia madre a prendermi, se non si dimenticava.
Io facevo i compiti, leggevo, e se la Debora non mi incastrava in qualche gioco balordo di principi e principesse, giravo per il cortile, guardando gli altri che giocavano a calcio.
Gli altri, quando finivano le partite, entravano di corsa, ridendo, urlandosi dietro, prendendosi a spintoni o saltando e correndo per tutto l’oratorio. Don Mario metteva dentro la testa dalla sua stanza e gli urlava di farla finita, di stare zitti e mettersi a far merenda. Allora loro ci chiedevano se avevamo da cambiare le monete per prendersi la coca dal distributore o se sapevamo dove erano finite le palline o le racchette per il ping pong. Come se noi, io e la Debora, fossimo i custodi dell’oratorio. Una piccola coppia di portinai. Marito zoppo, anzi, storpio, e moglie grassa con tante piccole figlie secche e bionde. Io, il marito, di sicuro cornuto, primo perché nero di capelli, secondo perché storpio. O forse, anzi meglio: primo perché storpio, secondo perché nero di capelli. E in ogni caso, secondo loro, sarei anche stato fortunato ad avere avuto una moglie, anche se era la Debora, che nessuno di loro aveva mai badato, perché era grassa e aveva gli occhiali. E sarei stato ancora più fortunato quando poi, da grande, la Debora crescendo era dimagrita, si era messa le lenti a contatto, era quasi diventata figa, aveva studiato ed era diventata bibliotecaria.
Ma in ogni caso, non era mai successo niente, primo perché lei moriva dietro a quell’idiota di Mirko, secondo perché per me Debora era come mia sorella, anzi meglio di mia sorella, e terzo perché era meglio così.
Ma loro, e tutto il paese, avevano continuato a pensare che lei non mi avesse voluto. Ed era ovvio. Del resto, che ci faceva uno come me, con una famiglia come la mia, con una ragazza normale.
Lei aveva continuato con questa storia del volermi dare una mano, del volermi aiutare, del volermi essere vicina, e quanti altri modi di dire si sarà inventata in tutti questi anni per non dirmi, una volta per tutte, che tanto con me non ci avrebbe mai scopato.
Perché, alla fine, tanti anni fa, c’è stato un momento in cui quella era davvero l’unica cosa che mi importava, e lei era l’unica ragazza che conoscevo. E che mi voleva bene. O io volevo bene a lei, non ho mai ben capito. E comunque, niente, tra di noi, sarebbe mai stato possibile,
con sua madre di mezzo, e con suo padre, e mia madre, e il paese, e lei, e io.
L’avevo capito già ai tempi delle superiori: lei tornava dalla scuola in città con il treno e io, chiusa l’officina, che poi era il magazzino sotto casa, l’aspettavo al binario. Da sempre, con mia madre e mia sorella, abitavamo di fianco al passaggio a livello, vicino alla stazione, in quello che era stato l’alloggio del casellante, prima che mettessero le sbarre automatiche, una casa dove nessuno voleva più abitare perché si diceva che portasse disgrazia.
Ma a me piaceva stare lì, mi piaceva vedere i treni arrivare e partire, e mi piaceva aspettare la Debora, vederla scendere dal treno, tutta allegra, con i libri in mano e i ricci saltellanti, e raccontarmi della mattinata mentre la accompagnavo verso casa.
Sua madre non mi chiamava più Lucianino già da un pezzo e quando le apriva il cancello, e dalla finestra ci vedeva lì in strada a chiacchierare, le strillava di muoversi che era pronto, e a malapena mi salutava.
Lei si dispiaceva per me, per sua madre, per suo padre che era sempre malato, che ci tenevano tanto che lei studiasse e facesse un buon matrimonio, voleva far contenti tutti e non faceva contento nessuno. Tantomeno sé stessa.
 
Era stato anche per questo che avevo cercato quel lavoro a Milano. Fuori dai piedi, via, via, via, via da tutto. Mia madre ormai stava con il romano giù in paese, mia sorella se n’era andata già da un pezzo, sposandosi a diciotto anni con uno che se l’era portata in Germania, Don Mario era morto da anni, e la Debora ormai era via, all’Università, e da un po’ si diceva che a breve si sarebbe sposata con quel tipo, quello che la mollava una volta al mese e con cui poi ha fatto due figli.
Nel vecchio casello ero rimasto solo io. Non ci stavo più volentieri, anche se i treni mi facevano compagnia. La notte non dormivo più, e il giorno non arrivava mai.
In paese si diceva che anche il casellante, che aveva abitato lì anni prima, quando ancora le sbarre si abbassavano azionando a mano un argano, soffrisse di insonnia, e che da quando la moglie lo aveva mollato, scappando con uno di Torino, tra l’espresso dell’una e il merci delle cinque del mattino, girasse di notte per il paese.
Una bella notte d’estate però si era addormentato, seduto ad uno dei tavolini del bar Centrale, di fronte alla chiesa. Forse era stanco di camminare quella notte lì, si era seduto per riposarsi un po’, e finalmente era arrivato il sonno.
Nessuno aveva chiuso le sbarre al passaggio del primo treno del mattino, e il merci aveva investito una ragazza, una giovane infermiera che in bici tornava dal turno di notte in ospedale. Dicono che il casellante si svegliò al rumore della frenata che echeggiò per tutto il paese addormentato, corse disperato verso il passaggio a livello, vide il merci immobile, silenzioso nella notte chiara, sentì, lontane, le urla dei macchinisti che correvano verso la stazione, e vide quello che era successo. Qualcuno, quella notte, l’aveva visto per l’ultima volta lungo i binari, la borsetta rossa della ragazza tra le mani, e poi più nulla.
Nessuno, da allora, lo aveva mai più rivisto, ma io, da quando sono tornato a vivere qui al paese, la notte ci parlo, perché lui, invece, gira ancora per il casello. Che sia vivo o morto non lo so, ma di sicuro, tra l’eurostar dell’una e venti e il regionale delle cinque e trentotto, io so che lui è qui intorno.
Lui torna, di corsa, tutte le notti, per chiudere le sbarre. Arriva, affannato, fa un gran casino con la porta da basso, cerca tastando nel buio, la vecchia lampada che io gli lascio a portata di mano attaccata al muro in entrata, esce, gira intorno al casello, e ogni notte, con un lamento soffocato, cerca, cerca, cerca ma non trova, l’argano a manovella per abbassare le sbarre. Poi, finalmente, all’improvviso, scatta tutto l’impianto: il dispositivo fa suonare la campanella d’avviso e lampeggiare le luci, e le sbarre scendono lentamente sulla strada. Allora, piano piano, lui rientra. Leggero, sale le scale, e si mette tranquillo, seduto, quieto, nell’angolo della camera da letto.
 
Ci facciamo dei gran discorsi io e lui. Più che altro io parlo, e lui ascolta.
Gli racconto di Milano, della fabbrica, di come erano stati duri i primi tempi. Poi, mentre parlo, delle volte ci ripenso, mi fermo e dico: ma che sto dicendo? perché non è che prima o dopo la vita fosse stata più semplice. È che delle volte mi piace pensare che ad un certo punto era andata meglio, che finalmente anche per me le cose avevano cominciato a girare in un altro modo, diverso dal solito, insomma. Ma a me posso anche raccontarmela, a lui, no. Lui mi guarda, nel buio, seduto sulla sedia, tra il cassettone e la finestra. È calmo, silenzioso. Anche lui non dorme mai, e sa che fino al mattino può starsene lì seduto, ad ascoltarmi. E delle volte, è così preso ad ascoltare i miei ricordi, che anche lui non si accorge che fuori il sole è già alto e che dovrei aprire le imposte. Io qualche volta faccio apposta, faccio finta di non vedere che tra le imposte filtra la luce per tenerlo lì, a parlare, a raccontargli, perché so che appena apro le finestre lui se ne va.
 
L’altra notte per esempio, gli stavo raccontando di quando in mensa, alla fabbrica, avevo conosciuto l’Angela. L’Angela mi sorrideva sempre quando arrivavo per il pranzo. Lavorava in cucina, ma finito di cucinare dava una mano a portare via i carrelli con i vassoi. Mi piaceva guardarla mentre puliva svelta i tavoli, la pelle ambrata, i capelli lucidi, neri che sfuggivano alla cuffia azzurra. Sorrideva ed era gentile, ma era una che sapeva anche farsi i fatti suoi.
Poi, era successo tutto così in fretta che neanche mi ero accorto di essere felice. Lei era venuta a stare da me, io avevo continuato a uscire la mattina, a mangiare in mensa a mezzogiorno e a tornare a casa la sera sul mio autobus. Ogni volta, quando tornando vedevo la luce accesa in casa mia, mi fermavo un attimo, sotto, in strada, a guardare la finestra illuminata. Lei mi preparava il bagno e io, mentre lei cucinava, stavo anche una mezzora nella vasca a guardare la sua biancheria rosa appesa al filo insieme alla mia.
Quando una sera mi spiegò che sua madre stava morendo, e che doveva tornare a Manila, Angela piangeva. Lei non parlava bene l’italiano, e io non capii molto. Forse sarebbe tornata, forse no. Aveva anche un bimbo laggiù.
Per un anno e mezzo continuai a uscire la mattina per andare al lavoro, a mangiare in mensa, e a prendere l’autobus per tornare a casa la sera, poi, un giorno mollai tutto e decisi di tornare qui, al paese.
“Hai fatto bene” aveva sussurrato dal buio una voce spenta, qualche minuto dopo che avevo finito di raccontare. Era la prima volta che il casellante commentava le mie parole, e io guardai sorpreso verso l’angolo dove stava seduto. “Bene … Ho fatto bene a far cosa? “ gli chiesi. “Hai fatto bene a tornare qui. Un uomo deve sapere quando è arrivato il momento di arrendersi.” mormorò lui lentamente. Sì, hai ragione, pensai io, vorrei tanto lasciarmi andare. Smettere di lottare contro il mondo. Sono proprio stanco. Ho solo tanta voglia di dormire.
Lui non rispose nulla e improvvisamente mi venne una gran rabbia: eccoci qua, lo zoppo e il cornuto a lamentarci della vita! Che bello spettacolo che eravamo. “E chi ti dice che io mi sia arreso?” sbottai allora io. “E poi, proprio tu parli di resa. Proprio tu che ogni notte, da vent’anni, corri qui a chiudere le sbarre.” Seguii una lunga pausa. Guardavo nell’oscurità e non vedevo nulla. “Infatti, io non ho mai saputo capire quando è arrivato il momento di arrendersi. Ma per te, può essere diverso.” disse, piano, la voce nel buio.
 
La mattina del cinque febbraio, ben prima dell’alba, l’aria era tersa e limpida. Non c’era traccia di foschia, né di nebbia, che è pure consueta in quella stagione, in quella zona di risaie tra Novara e Milano. I fari del regionale delle cinque e trentotto, solo qualche chilometro dopo la stazione di Novara, illuminarono improvvisamente la figura di un uomo. L’uomo era fermo in mezzo ai binari, le braccia alzate, le mani ben aperte, dritte sopra la testa. Il macchinista frenò disperatamente, tirando la rapida con tutte le sue forze. Non riuscì neanche a provare a suonare, tanto la cosa era stata improvvisa.
I viaggiatori, perlopiù pendolari, alcuni addormentati, qualcuno in piedi, ancora in cerca di un posto, rovinarono gli uni sugli altri, mentre valige e zainetti cadevano dai ripiani e cappotti, cappelli, cartelle e pacchetti volavano negli scompartimenti. I due macchinisti scesero immediatamente dalla locomotiva. Le porte rimasero bloccate. Il capotreno e gli altri ferrovieri corsero verso la testa del treno facendosi largo tra i passeggeri. I macchinisti, sgomenti e già atterriti dallo spettacolo che aspettavano di trovarsi davanti, camminavano lentamente lungo la massicciata. Passarono davanti alle sbarre chiuse del passaggio a livello con la strada provinciale, arrivarono all’ultima carrozza, andarono ancora più indietro, scrutando ansiosamente nell’oscurità, anche se il primo macchinista era sicuro di avere investito l’uomo proprio all’altezza del passaggio a livello, ma la frenata poteva essere stata più lunga di quanto sembrava. Andarono avanti e indietro lungo il treno per due volte, guardarono intorno puntando le lampade verso gli altri binari, mentre ormai si sentivano avvicinarsi le voci dei ferrovieri della vicina stazione e arrivava anche una macchina dei carabinieri, i lampeggianti blu accesi. Nessuno trovò niente. Nessuna traccia di investimento. Nulla di nulla.
Intanto i passeggeri erano tutti affacciati ai finestrini, si guardavano intorno, commentavano tra di loro, e cercavano di capire cosa fosse successo.
Qualcuno guardò verso il passaggio a livello, e nell’ombra, vide un ragazzo zoppicante che camminava lentamente verso il vecchio casello. Lo seguii con lo sguardo per qualche secondo, e quando passò sotto un lampione ai bordi della massicciata, gli sembrò strano che stringesse al petto una borsetta da donna rossa. Poi sentii freddo, con un brivido chiuse il finestrino, e non ci pensò più.
  
 
In memoria di uno sconosciuto
 
 
 
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13 Risposte to “PASSAGGIO A LIVELLO”

  1. notedisambigue Says:

    Bello..)

  2. retorico Says:

    altro che…

  3. harveyz Says:

    stra
    ordinario.

    brava.

    più di tutto, l’uomo all’angolo. dove finiremo tutti.

  4. anonimo Says:

    Elena, è un racconto splendido, Schnitzler non avrebbe fatto meglio!
    che altro dire? per una volta mi hai lasciato senza parole 🙂

    meditapartenze

  5. DottorOsterman Says:

    Mi ha ricordato di quando d’estate, da piccolo, in campagna, passavo accanto a un vecchio casello in disuso e mi domandavo sempre chi ci avesse abitato.
    Un bel ricordo.

    Intenso come questo stupefacente racconto.
    Grazie.
    😉

  6. anonimo Says:

    Ricordo bene l’episodio che ti ha ispirato questo racconto. Ora hai messo a posto le cose. Almeno hai fatto il possibile per sublimarlo. Mi piace la trama che hai costruito sull’idea. Mi piace quando si ferma a guardare le luci di casa accese. Mi piace quando guarda la biancheria rosa appesa accanto alla sua.

    Robilant

  7. dipocheparole Says:

    Grazie a tutti, davvero.
    @notedisambigue: benvenuta:)
    @ret: ebbé!:)
    @coniglia: qualcuno all’angolo ci finisce anche prima del dovuto..:)
    @mp: addirittura, va là. Chissà, magari Tom Cruise nella parte del casellante, ce lo vedi?
    @doc: anch’io sono sempre stata attratta dai caselli e dal genere di vita che ci si poteva fare dentro.
    @robily: è vero, forse ho proprio dovuto trasformare quel fatto che mi aveva così colpita. E grazie per essere così attento da ricordartene.

  8. anonimo Says:

    no, a tom cruise non pensavo, in effetti pensavo più alla produzione novellistica in generale di schnitzler, se devo confessartelo proprio escludendo doppio sogno!!
    ehehehe, in altre parole il compliemento è maggiore perché non è “sporcato” dal cinema :-))

    mp

  9. anonimo Says:

    tu mi vuoi vedere morto! lo sai che più di cinque righe alla volta non ce la faccio!! Sono allo stremo ma l’ho finito, seppure ridotto ad uno straccio… ah, la borsetta rossa la vuoi indietro?
    (marino complimentoso tra le righe)

  10. anonimo Says:

    Sai che io lo vedrei benissimo recitato a teatro? Brava Davvero!
    Giovanni

  11. hetschaap Says:

    Stupendo racconto. Bello davvero. Pieno di rimandi e citazioni eppure estremamente originale. E scritto benissimo. Come tutto il resto che scrivi, del resto. Complimenti!

  12. harveyz Says:

    e senza secondino che ti bagna le labbra.

  13. dipocheparole Says:

    Rieccomi qua, e sull’onda del commento di Giovanni, mi sembra di uscire da dietro il sipario a raccogliere i complimenti.
    Mi inchino, sorrido, arrossisco.
    No, non arrossisco di solito, però faccio un sorriso che a me sembra scemoimbarazzato, e agli altri sembra sicurocontento.
    @MP che dire? 🙂
    @Marino restituisci la borsetta all’attore che ci serve nella prossima recita!
    @Giovanni: mi fai da regista?:)
    @hetschaap: ti giuro che non ho pensato a rimandi e citazioni e se ci sono non so a cosa rimandino! Tu quali vedi?
    @conigliona: non pensavo alla metafora del pugile e ci ho messo un po’ a capire il secondino. Bella anche questa.:)

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