CHINESE GRANDEUR

Putin in maniche di camicia con alone di sudore sotto le ascelle, seduto tra un nero enorme e un altro tipo in camicia, serio, sudato e con la solita faccia da impassibile torturatore del kgb, alza un braccio al passaggio della sua squadra.
Sarkozy in giacca blu e cravatta, con accanto figlio adolescente in giacchettina e cravattina che suda e sbuffa e non ne può più, si piega in un sorriso mille rughe, mon Dieu quanto mi sento fascinoso, al passaggio della squadra francese. Bush e moglie, in doppiopetto blu con moglie a fianco e bandierina americana in mano, sembrano finti. Due figurine in cartonato semovente. E fra qualche mese, Deo gratias, lo saranno.
Sugli spalti, in alto, la regia inquadra per un attimo Henry Kissinger. Il terribile Segretario di stato americano della fine degli anni 60 e degli anni 70 sotto la presidenza di Ford e Nixon, coinvolto nelle peggiori nefandezze perpetrate dagli Stati Uniti in giro per il mondo in quegli anni, nonché premio Nobel per la pace, è ora un panzone sudato, in bretelle e camicia bianca, come un qualunque pensionato alla fine della partita di bocce, confinato in una posizione defilata in alto sugli spalti.
E poi Karzai, il presidente afgano, impassibile e preoccupato, seduto a fianco di una spalletta di cemento, tanto per quello che conta.
E poi autorità o capi di stato sconosciuti: delle isole Fiji, della Svizzera, soddisfatti, con il vestito buono e un po’ impacciati, della Mongolia, con omino in giacchetta beige con accanto una grossa, entusiasta, sudatissima signora mongola.
La sfilata della squadra italiana passa sotto la regia della Rai e non viene inquadrata come le altre. C’è solo un inizio, affidato alla regia internazionale, in cui si vede l’accorrere e il gran agitarsi del servizio d’ordine cinese ad arginare lo strabordare della squadra ai bordi della pista, un assembramento di italiani che si blocca e si accalca in un unico punto. Che fanno? Non si sa, perché subito la regia passa alla Rai che inquadra per almeno trenta secondi Antonio Rossi che fa il portabandiera, ma sono sicura che gli italiani si erano fermati a fare la fotografia di gruppo. Le riprese Rai non indugiano, anzi restringono il campo sulle facce, inquadrano la bandiera e il sorriso hollywodiano di Rossi, ma io ci scommetto il blog. Infatti quando le riprese ripartono inquadrando la squadra, sono decine gli atleti con in mano cellulare, cinepresa e macchina fotografica. Qualcuno si riprende con la videocamera. Qualcuno parla pure al cellulare. Ma che cazzo avrai da dire al cellulare mentre per l’unica volta della tua vita sfili durante la cerimonia di apertura delle olimpiadi. Per me potresti già tornare a casa subito. E, se potessi, darei dei punti in più durante le gare agli atleti di tutti i paesi che hanno sfilato senza la paranoia di voler documentare: io c’ero, mi vedete? Primi fra tutti in questo accanimento tecnologico gli italiani, poi gli argentini, gli spagnoli e sorprendentemente i tedeschi. Pochissime telecamere e cellulari invece per gli Stati Uniti dove contrariamente a quanto pensiamo, la cosa ha poca o nessuna diffusione. Poco o nulla tra gli atleti degli altri paesi. Meno che niente tra gli atleti dei paesi africani, commossi o compunti o allegri e danzanti in passi di danza sapientemente africana, in camicioni colorati
Le ragazzine cinesi in fila lungo il percorso degli atleti, saltellano, battono le mani, agitano le braccia e si muovono secondo precise coreografie alternate. Stivaletti bianchi, auricolare all’orecchio, sorrisi tirati e sudate fino allo svenimento, si sbracciano per almeno due ore, per tutta la sfilata.
La grandeur cinese esplode all’arrivo della squadra giallo rossa della Repubblica Popolare Cinese. Ci converrà abituarci, perché esiste una grandeur cinese, un Chinese pride tutto nuovo, e questa cerimonia per l’apertura della ventinovesima olimpiade dell’era moderna, lo conferma in modo tangibile.
Il Presidente Hu Jintao si alza, abbottonandosi la giacca, e sorride mentre gli occhi diventano fessure.
La sua Cina, inimmaginabile fino a dieci anni fa, si prepara a farci un mazzo così. A tutti.
 
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11 Risposte to “CHINESE GRANDEUR”

  1. DottorOsterman Says:

    Che la rappresentazione di sé valga più di sé?
    In ogni caso non penso che sia una prerogativa tutta italiana.
    Siamo in buona compagnia, direi.

    Ma quello che mi ha più colpito sono state le ragazze in stivaletti bianchi, in fila come soldatini, a sudare come pinguini all’equatore.
    Mi sentivo male per loro, solo a starle a guardare.
    L’auricolare a cosa serviva?
    Organizzare la coreografia?
    A redarguire chi era inquadrata in quel momento e non sorrideva?

    Certo che la Cina avrà trovato anche la sua grandeur, ma la loro voglia di sentirsi “massa” (alla faccia di qualsiasi minimo diritto individuale), e il loro attaccamento al dovere (imposto o meno) mi inquieta assai.

  2. anonimo Says:

    Ho visto solo qualche minuto della cerimonia (impossibile non cozzarci facendo zapping!) ma non mi è sembrata diversa dalle altre.Solita retorica, solita ipocrisia, solita operazione d’immagine. Alla faccia di De Coubertin, del Tibet, delle guerre e degli attentati quotidiani, della fame, delle malattie, dell’inquinamento, della repressione, sono tutti lì per vincere medaglie e sponsors, cinesi compresi.
    Però oggi mi sono guardato il beach volley… due ragazzini lettoni di 23 anni hanno battuto i campioni del mondo americani e pure giocando bene!… son soddisfazioni…
    (marino poco sportivo e molto annoiato)

  3. dipocheparole Says:

    @Doc: io per tutta la sfilata ho sofferto con loro e continuavo a chiedermi se al mondo ci fosse qualcun altro che lo pensava.
    La voglia di sentirsi massa e l’attaccamento al dovere a noi occidentali stupisce come una nefandezza, siamo davvero di un altro mondo. Non sono stata in Cina, ma l’ho visto in Giappone, e al di là del primo impatto e delle esagerazioni che ti fanno pensare che siano tutti fuori di testa, devo dire che ha i suoi lati positivi. Per esempio il senso della cosa pubblica che da noi, in Italia, quasi non esiste, mentre in Giappone è al primo posto. Se una cosa è di tutti è sacra e il bene comune viene prima del mio benessere. Poi finiscono a morire per l’imperatore, ma a Tokyo non rubano le biciclette.
    @Marino: io la cerimonia me la sono guardata tutta invece perché al di là del mio cuoredipietra ci sono in queste manifestazioni cose che mi commuovono. Non certo la bambina canterina o altre melenserie retoriche da diabete puro, ma per esempio le facce di certi figuranti, o gli occhi davvero commossi di certi atleti dal ghana o dal benin o di ragazze col velo dall’Iran. O gli stivaletti stretti delle poveracce di cui sopra.
    quanto al resto son d’accordo. così è.

  4. DottorOsterman Says:

    Si.
    Non sono mai stato in Cina o in Giappone, ma il senso della cosa pubblica (o più comunemente senso civico) posso dire di averlo riscontrato anche altrove.
    In Olanda o in Danimarca per esempio, o (rimanendo molto più vicini) anche a Siena dove sono nato io.

    Anche in questi luoghi ti assicuro che è molto difficile che qualcuno ti rubi la bicicletta. E non ti viene neanche di buttare una cartaccia per terra.
    Lo senti nell’aria.
    E’ una questione di mentalità, ed è di sicuro una cosa molto positiva, sono assolutamente d’accordo.

    Ma se non altro, quand’anche dovesse malauguratamente succedere, non rischi di essere giustiziato “in nome del popolo sovrano” con un colpo alla nuca per questo (con relativo costo della pallottola a carico della famiglia).

    Una differenza non da poco, secondo me.

  5. anonimo Says:

    Forse il mio commento non è pertinente, ma per me, Torinese doc, la cerimonia di inaugurazione “nostra” del 2006 è stata davvero magica, spettacolare e toccante, piena di emozione. Questa mi è parsa artefatta, grandiosa per carità, ma fredda. Non bastano due fuochi d’artificio a scaldare un’atmosfera troppo gelida di un mondo che forse non capiremo mai fino in fondo, ma con il quale ci tocca ogni giorno fare i conti.
    e.

  6. dipocheparole Says:

    @Doc: che bello un senese doc;)
    Vero che nei paesi dell’Europa del nord e in cittadine come Siena il senso civico arriva da tutt’altra storia e tutt’altra cultura che senz’altro ci è più vicina, però ti assicuro che entrare in un qualunque gabinetto pubblico in Giappone, è un’esperienza! E per di più lì neanche ti fucilano!

  7. dipocheparole Says:

    @e. : sei tu? :))
    torinese doc! è vero la vostra cerimonia d’apertura è stata magica. Come pure mi era sembrata magica e incantata quella di Atene.

  8. cf05103025 Says:

    Ho visto solo un pezzo de la cerimonia co danze e coregrafie cosi vari, niente più,
    no male, anzi
    Non so’ olimpico,
    so solo che italiani stanno sempre a telefonà ar fratello a la sorella a pate a mate a cognato a fotografasse co l’amica la zia mi nonna.
    Uffa.
    Mario

  9. anonimo Says:

    Ciao, si, sono io la torinese doc!!
    Baci
    e.

  10. DottorOsterman Says:

    Già.
    Immagino che in effetti i bagni pubblici giapponesi siano un’esperienza decisamente singolare.

    Una volta ho visto un servizio dove parlavano del fatto che in Giappone c’è uno spreco incredibile di acqua.

    A quanto pare, quando vanno al bagno a fare i loro bisogni, si vergognano così tanto di fare sentire i loro rumori corporali ad eventuali ascoltatori esterni, che per coprirli tirano continuamente lo sciaquone anche se non hanno finito.
    Ti risulta?
    😉

  11. dipocheparole Says:

    @doc: mi risulta eccome. ci ho scritto anche una cosa che arriverà qui prossimamente. Resta in collegamento!

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