A SCUOLA 2

I bidelli, con i loro camici blu, svolazzano intorno al bancone del ricevimento all’entrata della scuola.
Qualcuno ha delle carte in mano, qualcuno cerca dei documenti e non li trova, qualcuno apre i cassetti e li richiude con forza, qualcuno risponde al telefono, qualcuno sta semplicemente appoggiato al banco, il mento sulla mano, qualcuno mangia da un sacchettino appoggiato in grembo, qualcuno argomenta ad alta voce su questa o quella norma, qualcuno cita il bando, qualcuno suggerisce la norma, qualcuno consiglia di fare la domanda lo stesso, qualcuno allora dice che non vede l’ora che e veemente si gira e si allontana, qualcuno reclama che per decreto, qualcuno arriva sempre vociando correndo giù dalla scala di fronte, il camice aperto davanti e ondeggiante nell’aria, un braccio teso avanti a richiamare l’attenzione di qualcuno, a protestare per qualcosa, a fare segno che no, a fare segno che invece sì, a fare segno che la persona che cercava non c’è, o invece c’è ma non si sa dov’è, c’era ma non c’è più, c’è ma non è lei.
I pochi studenti, una ventina, a gruppetti, rimasti a frequentare il corso di inglese o di matematica o di storia, aspettano rassegnati l’insegnante seduti lungo il muro in entrata, e si avviano su per le scale.
“In che aula sono oggi?” chiedo ad un bidello seguendoli. “La 6” fa uno.” “No, la 6 no. La 3.” Fa un altro. “Ma no, guarda gli elenchi. Nella 3 c’è il professor Bergamin per il corso di Storia. Vada nella 2.” “Macché, nella 2 abbiamo dato la cera.” “Ma nella 6 non è andata la professoressa di, di cos’era? Quella che era qui prima.” “Ma chi ha fatto questi elenchi? Tutti sbagliati sono!” “Ah ecco, domandalo al vicepreside.” “Ma che c’entra il vicepreside, chiedilo in segreteria”. “Ah per fortuna a fine agosto me ne torno giù!” “E quindi? Dove vado? “ dico io. “Prof, vada nella 6, che jé devo dì?”
 
Le voci dei bidelli riecheggiano per i corridoi vuoti della scuola per tutta la mattina, rimbalzando sulle pareti delle aule deserte, bollenti di sole, dalle finestre aperte, gli scuri accostati a far passare qualche corrente d’aria che fa sbattere porte lontane.
Al primo piano, nell’aula 6, arrivano suoni smozzicati, parole deformate dall’eco, voci frammentate e secche di dialetti chiusi del sud, risposte venete lente e modulate che finiscono in qualche silenzio improvviso, perso nell’aria immobile e sospesa della scuola chiusa per vacanza e aperta per i corsi di recupero estivi.
Al pomeriggio, silenzio. In fondo al giardino, immerso nello stridore dei grilli, tre bidelle anziane chiacchierano piano, sedute all’ombra, dopo aver steso ad un filo una lunga tenda gocciolante acqua. Altri due bidelli, scherzando tra di loro, spostano grandi pannelli da un’aula all’altra camminando lungo il muro nel cortile.
Nell’intervallo tra l’ora dalle 14 alle 15 e l’ora dalle 15 alle 16, quando la canicola si fa ancora più densa, il tempo più dilatato, le mani più calde e sudate, impiastricciate di gesso, la camicia sempre più attaccata alla schiena, la gola ancora più arsa di parole un po’ inutili, i libri ancora più distanti, mentre i ragazzi fumano distratti e spenti sulla terrazza, dal piano terra arrivano dei singhiozzi.
Qualcuno che piange o qualcuno che ride? Tendo l’orecchio. Guardo verso la terrazza: i ragazzi fumano e parlano piano tra di loro. Esco nel corridoio deserto, faccio tre passi e mi sporgo verso la scala. Qualcuno che piange. Qualcuno che singhiozza. Scendo piano tre gradini, quattro, e vedo la schiena curva, seduta dietro il bancone di una bidella in camice blu. Piange. “Che succede?” dico. “Che succede?” ripeto, piano. ”Sta male?” dico, e penso che domanda idiota, scendendo un altro paio di gradini. La bidella, i capelli neri raccolti, la schiena sobbalzante di singhiozzi, non si gira. Sbuca un altro bidello da sotto le scale, uno dei più giovani, il viso tranquillo, gli occhi distanti e lucenti, il sorriso pronto, l’accento campano o giù di là, e con un gesto largo della mano mi fa: “ah, non è niente prof, non è niente..” Rimango lì, nella penombra, un piede su un gradino, uno su un altro, piegata sul corrimano delle scale. Lei non piange più, rimane solo curva, muta, piegata in avanti, la schiena girata. Forse si vergogna, forse sono due morosi e hanno litigato, forse lui l’ha lasciata, forse lei deve tornare al suo paese e non vuole, forse lui le ha detto che ha vinto un concorso a Caserta e se ne va, forse lei è sposata ma lo ama, forse lui è sposato e lei non lo sapeva, forse lei è incinta e lui non ne vuole sapere, forse lei è incinta ma è sposata, forse hanno solo litigato, forse lei non ha avuto il posto, in fondo se avesse bisogno si girerebbe e direbbe qualcosa, in fondo se ci fosse davvero qualcosa di importante lui non sorriderebbe, in fondo siamo a scuola, cosa può succedere, in fondo ci sono altre persone che stanno girando qui intorno, forse lei piange e lui neanche sa perché lei piange, forse lei piange e lui non c’entra niente, forse lei piange e lui è solo un collega che passa di lì, forse lei piange e lui mi dice che non è niente ma in realtà non sa niente. Però lei non piange più. Lui è uscito in giardino. Rimango lì, sospesa, ancora un attimo, lei muta, lui fermo.
Poi, mi giro e torno in classe.
 
 
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5 Risposte to “A SCUOLA 2”

  1. anonimo Says:

    Io sono ammirato. Pur passando a scuola gran parte del mio tempo, questa descrizione della scuola d’estate mi ha folgorato. La scuola d’estate è un po’ come il mare d’inverno, no?
    (Visivamente sono indeciso se questo post è puro Goldoni o puro Terry Gilliam).
    Giovanni

  2. anonimo Says:

    molto bello, concordo con il commento di giovanni.
    significativo anche il confronto tra la tua premura e il tuo interesse (sincero) e la completa impermeabilità della “coppia” (improvvisata o no), come se temesse il pettegolezzo o se la cosa accaduta fosse troppo grossa o troppo personale per poterla pensare di condividere..
    ciao Elena 🙂

    Meditapartenze

  3. anonimo Says:

    Facciamo le scommesse?
    Secondo me, è la sua ultima giornata di lavoro perchè va in pensione. In fondo in fondo, tutti amiamo il nostro lavoro anche se sprechiamo 40 anni della nostra vita a lamentarcene.

  4. dipocheparole Says:

    @giovanni: è vero, la scuola d’estate è come il mare d’inverno: qualche cosa che la gente non consideraaaaaaaa…
    (tu sei matto: goldoni mai letto, Terry gilliam sono dovuta andare su wikipedia per capire chi sia:))
    @mp: e io che mi ero pure fatta scrupolo di non avere insistito abbastanza per capire che c’aveva la tipa!!
    @utente a.: no, era troppo giovane per la pensione. Riprova.

  5. galatea72 Says:

    Già, la scuola è sempre così. Alle volte ho l’impressione che sia un mare d’inverno anche in inverno. Ma sono dubbi miei, beniteso.

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