A COSA SERVONO I RICORDI

L’acqua è chiara, chiarissima in riva, tra i primi fili d’erba. Chiara come dall’alto non sembra.
Per questo sono venuto fin quaggiù. Perché da vicino fa meno paura. È meno scura, meno verde.
E comunque non ce l’avrei fatta a scavalcare dal ponte.
È stato difficile scendere la riva, piano piano, le scarpe che scivolano sull’erba, le gambe fiacche, i piedi che inciampano anche sui sassi , le mani che non trovano la presa sugli alberi. Questi occhiali che ormai non servono più a niente.
Ma se riesce anche a leggere le risposte ai quiz alla tivu, dice la suora. Solo se mi metto a due metri, sotto lo schermo in sala e con gli occhiali da vicino sopra quelli da lontano.
Ma gliel’avrò detto mille volte e ancora non lo capisce che a me questi occhiali non servono più a niente. Da almeno venti anni. Non cinque, o otto, o dieci, venti! Venti anni. Una delle ultime volte che mi hanno portato dall’oculista. E l’oculista non è che si era dato tanto da fare con le mie lenti. Un paio di prove e via. Alla mutua è già tanto se ti misurano la vista, con tutto quello che vedono di malati e di malattie. Il dottore avrà anche pensato: tanto a questo qua gli occhiali gli durano ancora un paio d’anni.
Anch’io una volta misuravo il tempo a mesi, a settimane, addirittura a giorni. Gli uomini di solito se ne vanno prima, sulla fine dei settanta. Le donne durano di più. A me è toccato di durare più di tutti. Più di uomini e donne. Più dei miei fratelli e delle mie sorelle che ho visto andarsene uno a uno fin da ragazzo, più di tutti quelli che conoscevo, che vedevo in giro per la strada, più di tutti quelli che hanno fatto la mia vita, la vita che si faceva ottanta anni fa. E anche più di tutti quelli che come me sono andati in guerra, la seconda però, che per la prima ero troppo giovane, un bambino, ma già lavoravo nei campi. Più di tutti quelli che dalla guerra poi, non sono tornati o che sono tornati diversi.  E il mondo era un altro. Io, ero un altro. No, io in cento anni, e chi l’avrebbe detto, sono stato molti altri.
Un bambino di dieci anni che corre per le strade piene di polvere a piedi nudi, un ragazzo di venti anni, bracciante a ore nelle campagne, stordito di sole e di fatica, un uomo di trent’anni che credeva di spaccare il mondo, con moglie e figli. E poi al nord, a cercare lavoro quando con la crisi non si campava più. E la guerra, le guerre, in Africa, in Grecia, in Russia, gli amici che se ne vanno e non tornano, i parenti che sono rimasti al paese. E poi un uomo di cinquant’anni e finalmente due lire in tasca, che tutto sembra che vada bene. E i figli che si sposano e si mettono a posto e pensi che la tua vita ormai l’hai fatta. E vai in pensione. E un po’ lavori nell’orto, un po’ te ne vai giù al fiume a pescare, che un amico ti ha mostrato come si fa e ci hai preso gusto, anche se la sera non vedi l’ora che arrivi notte per andartene a dormire, perché a casa, da solo, non ci stai bene.
Ma quando è che la tua vita l’hai fatta? Quando i figli sono a posto e il tuo dovere l’hai fatto? Quando arrivano i nipoti e lasci qualcuno in più dietro di te? Quando tua moglie si ammala e se ne va? Arriverà pure un termine. Per me, la mia vita l’ho fatta e non ho più voglia di sistemare altri ricordi. Non so più dove metterli, che farne. A che servono i ricordi alla fine di una vita lunga come la mia. A che servono i ricordi me lo chiedevo già trenta, quaranta anni fa. A settanta anni, quando in una scatola avevo ritrovato la foto sbiadita della Santina. La mia prima figlia, morta di polmonite a tre anni e improvvisamente ho rivisto i suoi occhi spenti come se li avessi davanti, e avevo cominciato a piangere, a piangere come non avevo fatto mai. E la suora si era spaventata, che mai mi avevano visto piangere. Cuor contento mi chiamano all’istituto, ancora adesso. Ma che si deve fare. Piangere tutto il giorno? E di cosa poi? Perché non c’è più niente, niente, niente. Niente da pensare, né da piangere né da ridere. Ho già fatto tutto, tutto è sistemato, tutto è a posto, non ho altro da fare. Alla mia età a cent’anni, centotre anni, che solo a dirlo mi viene da ridere, non c’è più niente da fare. O almeno, io non trovo più niente da fare. Sono stanco, sono stufo e voglio andarmene. Non voglio più trovare in sogno gli occhi di Maddalena che mi guarda, seria, in penombra, nel vicolo di casa sua, l’ultima volta che, di corsa, sono passato a salutarla prima di partire per il nord. Mia moglie mi aspettava con Giuseppe in braccio e gli altri due già in corriera, ma io non ce l’avevo fatta a partire senza rivederla. Ma ora a che mi serve rivederla. Anche lei è morta, morta e sepolta da almeno quarant’anni. Un incidente mi avevano detto, i parenti. Gli ultimi che un giorno, per strada ho incontrato al paese. A che mi serve ricordarla. Pensare a cosa sarebbe potuto essere. Pensare a cosa è stato invece. Che mi importa. Questo è stato. Questa è la mia vita. È andata bene così. Però ora basta.
Le scarpe le lascio qui. Magari serviranno a qualcun altro. Con tutti sti stranieri che girano. Poveri disgraziati com’ero io tanti anni fa.
L’acqua è fresca, finalmente, piano, piano, un po’ di fresco, con questo caldo.
Un po’ di fresco, un po’ di fresco, un po’ di fresco.

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18 Risposte to “A COSA SERVONO I RICORDI”

  1. DottorOsterman Says:

    Capisco.
    Sentire qualcosa che accade adesso.
    Nient’altro.
    L’acqua è ancora fresca come sempre.
    E ho smesso da un pezzo di dire “ai miei tempi”.

  2. anonimo Says:

    è che dovremmo riuscire ad essere del nostro tempo e non della nostra età: è la chiave per avere sempre vivo il dinamismo che ci porta avanti

  3. anonimo Says:

    La delicatezza di lasciare lì le scarpe prima di morire. Che bello. Dare valore alle cose e alla vita, anche quando decidi di abbandonarle (la vita e le cose).
    Giovanni

  4. alessionannini Says:

    Questo sito meriterebbe più visite.

  5. anonimo Says:

    Sei bravissima. Mi è venuta la pelle d’oca, e non è una cosa che mi càpiti spesso (sai, leggo molto e ho fatto un callo)
    Complimenti sinceri, brava brava e brava

  6. anonimo Says:

    Brutta bestia i ricordi… grazie è molto bello.
    Marino

  7. dipocheparole Says:

    grazie a tutti.:))
    Comunque è cronaca, anche se ci ho imbastito su.
    La notizia che mi ha colpito era questa, di un paio di giorni fa:

    http://www.repubblica.it/2008/07/sezioni/cronaca/centenario-suicida/centenario-suicida/centenario-suicida.html

    In ogni caso sui ricordi ci torno perché devo capire dove vanno messi ad un certo punto. Suggerimenti?

  8. anonimo Says:

    il bello (e il brutto) dei ricordi è proprio che non puoi decidere tu dove metterli… 🙂
    Marino (ti ho linkata)

  9. dipocheparole Says:

    @Marino: ho visto. grazie:)

  10. DottorOsterman Says:

    I ricordi se li portano via (un pò alla volta) i cammellini della memoria mentre dormiamo.
    Se non sai cosa sono qui c’è tutto il racconto.
    Lo trovo molto interessante.
    😉

  11. anonimo Says:

    Oggi a casa di mia madre sfogliavo distrattamente il giornale di domenica e quando ho letto la notizia del centanario che s’è gettato in Arno m’è preso un colpo. Per un momento ti avevo attribuito capacità divinatorie.
    In ogni caso è bello pensare che la letteratura, oltre a raccontare la realtà, possa addirittura anticiparla.
    Giovanni

  12. dipocheparole Says:

    @Dottor Osterman: la storia dei cammellini è stupenda! grazie mille, non la conoscevo.:))
    @giovanni: in effetti mi era sembrato strano che nessuno avesse fatto riferimento al fatto di cronaca. Per questo ho deciso di riportare qui la notizia, prima che pensiate che sono una strega..

  13. cf05103025 Says:

    Hai scritto una gran bella cosa, sei riuscita finemente, e con gran delicatezza, a proiettarti nella testa di un centenario, cosa difficilissima.

    Io che ormai sono vecchio, temo…

    Mi viene ora in mente Prezzolini, morto nel 1982 a centanni, in Lugano.
    Io talora leggevo suoi scritti, in tv l’avevano intervistato diverse volte, era un uomo contraddittorio e speciale, polemista brillante.
    Comunque tentò il suicidio dopo i novantanni ed io ci rimasi male, molto male, perché lo vedevo come un uomo vitalissimo, e non mi spiegavo la causa del suo atto;
    lo ricordavo sempre mentre parlava seminascosto da montagne di scratafacci, libri, volumi che si ergevano dappertutto intorno a lui.

    Però ho visto, qualche tempo fa, un alpino di 104 anni che sfilava tutto dritto col suo (nostro…) cappello con la piuma d’aquila.
    MarioB.

  14. cf05103025 Says:

    Ho trovato davvero bellissimo il racconto dei cammellini, e raro, di questi tempi di poca metafora.
    E belli assai pure i disegni!
    Ottimo il signor Martinez.
    E grazie molte al dr.Osterman

  15. anonimo Says:

    Cara Elena apprezzo sempre più questa tua ispirazione che non avevo nemmeno intuito ai tempi dei nostri scambi su N.I. e che ora vedo crescere di scritto in scritto.
    Molto bello questo tema dei ricordi e questa durezza di quercia del personaggio che hai creato.

    (en passant: molto simpatici i cammellini dei ricordi. Basta che tengano lontane le loro zampacce dai ricordi delle mie scopate.)

    Robilant

  16. dipocheparole Says:

    @Mario: non so perché, ma io al centenario e al Prezzolini li capisco. Secondo me, al di là di depressioni o malattie, ad un certo punto uno capisce che quello che aveva da fare l’ha fatto, e quello che resta è solo tempo da riempire. Un po’ come far passare il tempo in sala d’attesa facendo le parole crociate. Passerò per blasfema, poco vitale o depressa , che non credo poi di essere, o solo strana, che potrebbe anche essere, ma ad un certo momento, secondo me, uno si stufa.
    @Robily: grazie:) evidentemente su N.I. eri solo irretito dal mio irresistibile fascino femminile.:))
    @Mario e Robily e pure Marino: che strano. Marino ha parlato di delicatezza e spietatezza di questo pezzo, Mario di delicatezza e finezza e Robilant di durezza di quercia del personaggio. A me sembrava solo un saggio, tenero vecchio. Forse sono io la spietata!:)

  17. lemmaelabel Says:

    i ricordi, sì.
    Ma come è forte il presente, e fresco.

  18. dipocheparole Says:

    @lemmola: forte sì.:) Troppo.

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