A SCUOLA 1

Quando arriva a scuola, Maria Grazia, si siede al suo banco, prima fila, posto centrale, e fino alla fine delle due ore di lezione, da lì non si muove.
Le compagne intorno, parlano, si girano, vivono, chiacchierano, ridono, si muovono tutto intorno alla sua bolla invisibile come se dentro non ci fosse nulla.
Anche durante la pausa dopo la prima ora, quando le altre ragazzine, in un gran riecheggiare di sedie e banchi smossi e in un infuriare di pacchetti di sigarette e di accendini colorati, ce l’hai tu? le hai prese? no, ho il mio, grazie, corrono a fumare una sigaretta nel giardinetto dall’altra parte del corridoio come a tirare gran boccate di ossigeno riaffiorando da un’apnea, Maria Grazia rimane lì, seduta al suo posto, i lunghi capelli castano chiaro e un po’ crespi a coprirle le spalle come una mantellina protettiva, l’aria chiusa e pacata, gli occhi chiari distanti dietro gli occhiali, a guardare fuori dalla finestra o davanti a sé, piccola, impassibile monaca zen, mentre io fingo di consultare programmi e registro e non ho cuore di uscire e di lasciarla lì, da sola, nella grande aula vuota e sempre più calda del sole del mattino.
Per i primi tre, quattro giorni, non saprò neanche se Maria Grazia è alta, bassa, magra o grassa, perché magicamente, alla fine delle due ore di lezione, scivolerà dall’aula mimetizzandosi, ragazzina invisibile e impercettibile, tra i colori di magliette, parole, zainetti, jeans, saluti e risate delle altre ragazzine.
La osservo di nascosto, con brevi occhiate dissimulate, girando per la classe, spio i suoi quaderni, nascosti tra le manine bianche e sudate, compilati da cima a fondo di parole sottili e un po’ impiastricciate, mi avvicino durante la correzione degli esercizi, per riuscire a sentire la sua voce delicata e ammantata dal velo di capelli, e per giorni, i sette brevi giorni del corso, mi chiedo cosa potrei dirle .
Ma un vero timido non sa mai cosa dire ad un altro vero timido.
Conosce i carboni ardenti dell’attenzione altrui, le domande che confondono, le parole che si accavallano in testa mentre si tenta di scegliere tra mille alternative la migliore da dire, e ogni parola sembra quella sbagliata, e ad ogni parola ci si potrebbe invece appigliare, come ad una fune ondeggiante ed illuminata da raggi lontani, che, lenta, lenta e invitante sprofondi silenziosa nel mare verso di noi.
Solo il penultimo giorno, durante l’intervallo, riesco a buttare là un sorridente ed innocuo: “Maria Grazia, ma tu non esci mai durante l’intervallo?”. La piccola monaca zen alza la testa, mi guarda dritto, gli occhi verdi aperti e luminosi, e, tra il riconoscente e l’impaurito, mi sorride un leggero no.
“Preferisci rimanere qui” constato rassicurante e senza già sapere più che pesci pigliare. Un leggero, sorridente sì.
Maria Grazia, io non ho abbastanza tempo ora, ma spero che un giorno, e non troppo in là, ma presto, presto devi fare, per vivere ancora la tua giovinezza tenera, tu dal fondo del mare, le orecchie ovattate di parole, dette e non dette, gli occhi velati da pensieri accumulati e confusi, la gola chiusa di respiri brevi e spaventati, risalga libera fino a vedere la luce trasparente, luccicante appena sotto la superficie dell’acqua, e che, con un gran slancio, un gran guizzo di sirena, gli occhi aperti e ridenti e felici, i capelli bagnati a scoprirti il viso, le braccia forti e tese a toccare il cielo, tu, con un gran grido, il più forte e potente che avrai mai fatto, riesca finalmente a respirare.
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2 Risposte to “A SCUOLA 1”

  1. anonimo Says:

    ho letto questo post non una volta sola, perché c’è qualcosa che non mi si chiude: siamo sicuri che MG sia scontenta e dovrà respirare? Tu la chiami piccola monaca zen e secondo me non lo fai a caso: come se avesse in qualche modo raggiunto una illuminazione. Perché se ne dovrebbe liberare adeguandosi ai nostri ritimi in fondo primitivi?
    Eh, saperlo, saperlo…

    ciao Dipok
    MP

  2. dipocheparole Says:

    @mp: giusta riflessione mp. Non ci avevo neanche pensato coscientemente, e piccola monaca zen mi è uscito fuori da sé per la limpidezza dello sguardo e la pacatezza di questa ragazzina.
    Non so se in parte abbia una sua piccola luce interna che è comunque bene che mantenga, ma credo che comunque l’illuminazione vera si raggiunga passando per tutti gli stadi di oscurità, e non si può farlo se non si vive.
    Insomma, secondo me, non si diventa saggi e santi senza passare per amori, dolori, passioni, tragedie e felicità. Tutto quello che la vita ci presenta e come noi sappiamo viverlo può fare di noi degli esseri umani evoluti. E quindici anni sono solo il punto di partenza.
    ciao mp:)

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