NUOVA ZELANDA

Una lettura domenicale, per chi oggi non è al mare, passa di qui e ha voglia di viaggiare leggendo.
Solo impressioni e pensieri scritti e inviati agli amici del momento in cui, dopo aver lasciato la Nuova Zelanda e dopo varie vicissitudini all’arrivo in Australia, tra cui la ricerca di un medico per curare una bronchite giapponese e la definitiva crepatura dei miei preziosissimi occhiali da vista e da sole per opera di un ottico imbranato di Sydney, cercavo di tirare le fila del paese appena visitato e di cominciare a capire, guardandomi in giro, il paese/continente dove ero appena arrivata.
 
 
Cari amici,

sono ancora qui. in Australia.
dopo un lungo intervallo in cui ho cercato di capire dove andare in Australia, ho letto 3/4 guide diverse, girando per le librerie dove hanno dei reparti di libri di viaggio grandi come un’intera libreria delle nostre, ho vissuto negli internet point per cercare voli e alberghi, ho cambiato 128372732832672 alberghi, sono andata dal dottore per l’ennesima volta, sono andata a farmi la tessera sanitaria (e a cercare di capire dove farla a Sydney) per non pagare il dottore, ho comprato le medicine e sono tornata dall’ufficio della Medicare per farmele rimborsare (ma non le rimborsano), sono tornata a farmi rimborsare il dottore (e lo rimborsano subito cash! altroché alla Asl), ho trovato il modo di farmi distruggere gli occhiali da sole e vista da un cretino di ottico cinese che mi ha crepato le lenti e cosi’ ora devo andare in giro con gli occhiali vecchi e non vedo un tubo, ho telefonato 3838232640 volte al numero verde della ditta del cretino cinese per urlargli che hanno un deficiente di impiegato che non sa il suo mestiere e che cazzo! voglio un rimborso perché gli occhiali erano nuovi e pagati un occhio (anzi due), insomma, dopo un lungo periodo in cui ho avuto da fare, rieccomi qui.
però, siccome in tutto questo turbinio di andirivieni di rotture di scatole devo ancora davvero capire l’Australia, vi tocca un altro po’ di Nuova Zelanda.

a prima vista devo dire che in Nuova Zelanda mi sentivo più a mio agio. Non so perché ma è così, però finora ho visto solo il lato cittadino dell’Australia, da Brisbane a Sydney, passando per la Sunshine coast. Mi manca l’outback, l’interno dell’Australia. Alla fine, dopo vari ripensamenti, ho deciso di andarci. Per capire. E così, domani mattina parto per Alice Springs, tre ore e mezzo di volo e un altro fuso orario, mica bruscolini.

Ci risentiamo da Ayers Rock, anzi Uluru, come la chiamano gli aborigeni, il cuore rosso dell’Australia.

Ciao!

All’aeroporto di Christchurch, circondata di coreani, aspetto il volo che mi porterà ad Auckland. Dall’aspetto non è facile per uno sguardo europeo accorgersi della differenza tra un coreano ed un giapponese: i tratti somatici sembrano gli stessi,  anche se i giapponesi sono vestiti meglio, con una certa loro eleganza. Ma un aspetto importante fa la differenza: un coreano sta ad un giapponese come un napoletano ad uno svedese.
In poche parole, mentre i giapponesi sono sempre silenziosi, educati, gentilissimi ed imperturbabili, (tranne quando bevono), i coreani fanno un casino della madonna, urlano, ridono e schiamazzano come ragazzini all’ultimo giorno di scuola.

Ultima notte in Nuova Zelanda. Domani mattina un volo Qantas mi porterà a Brisbane, in Australia. Un po’ mi dispiace lasciare questo paese verde e gentile, giovane e pieno di energie, naturali ed umane, ondulato di colline vulcaniche ancora mobili, di geyser esplosivi, di fanghi ribollenti, di lave, di terremoti che non uccidono perché non ci sono case, dove la natura deve ancora trovare il suo assetto definitivo e tutto sembra ancora da fare.
E le città costruite l’altro ieri, dove le case sono di compensato e possono viaggiare da un posto all’altro, dove sono considerati monumenti degni di considerazione turistica le case abitate e gli alberi piantati dai settlers, i coraggiosi che per primi sbarcarono qui nella prima metà dell’800, approdando in baie magnifiche, luminose dell’aria sottile del clima oceanico, bordate di colline verdissime, nel paese chiamato Arotearoa “ la terra dalle lunghe nuvole bianche”, come l’avevano battezzata i maori quando arrivarono qui.
Un paese fatto di emigranti, dove tutti sono figli e nipoti di qualcuno che è nato da un’altra parte. Il paese “del latte e del miele” come lo descrivevano nelle lettere ingenue ai familiari i primi workers, i lavoratori scappati dalla miseria delle nebbiose città europee, dalla fame di Londra o delle campagne scozzesi e irlandesi, che si trovavano davanti un paese di un verde luccicante, intatto, ricoperto di foreste dove potevano sognare una nuova vita, dove esportavano la propria cultura, le proprie tradizioni, rimanendo tenacemente legati alla madre patria, ma sentendosi comunque dei pionieri.
E quindi l’Inghilterra, o meglio, il Regno Unito, da cui proveniva la maggioranza degli emigrati, qui è dovunque: nell’architettura e nella toponomastica delle città dove c’è sempre una Queen’s Road o una Victoria Street, nell’organizzazione sociale, nelle code alla fermata degli autobus, nella tradizione del fish & chips, del te, e dei pub, nella maledetta tradizione idraulica dei due rubinetti, uno di acqua rovente e uno di acqua gelida in lavandini ridicolmente piccoli e assurdamente scomodi, dove se cerchi di lavarti i denti finisci per sputarti sui piedi, e nelle tradizioni sportive del rugby, del cricket e della vela, per cui in spiaggia i bambini invece di giocare a calcio giocano a cricket come delle vecchie signore.

L’England, la vecchia Inghilterra, è ovunque, ma con qualcosa di diverso che una vita così difficile e così lontana dal resto del mondo ha saputo dare ai neozelandesi.
“Friendly”, ovvero amichevole, cordiale, è uno degli aggettivi più usati qui in Nuova Zelanda. Friendly sarà l’accoglienza al tale albergo, e friendly sarà il servizio offerto dal talaltro negozio. Friendly ricorre nei depliant dei servizi turistici, nelle descrizioni delle escursioni, nelle pubblicità dei take away, delle lavanderie, dei ristoranti.
E friendly, diversamente dagli inglesi, i neozelandesi lo sono davvero. La gente spesso ti sorride incrociandoti per la strada, o ti saluta come da noi ormai si usa solo incontrandosi lungo i sentieri di montagna o per le vie di paeselli dove tutti si conoscono.
La cassiera al supermercato ti chiede come va e fa due chiacchiere con te, l’impiegata dell’ufficio informazioni ti saluta come se foste state a scuola insieme e gli autisti degli autobus sono pazienti e disponibili come se fossero pagati per questo.
E’ un po’ un vezzo dei paesi di cultura anglosassone quello di elargire mille sorrisi e complimenti agli estranei, ma quello che talvolta in Inghilterra o negli Stati Uniti mi è sembrata una forzatura un po’ ipocrita e poco sincera, qui sembra proprio un modo di essere.
Del tutto diversa dalla cortesia rigida, formale e un po’ imbalsamata dei giapponesi, la cordialità neozelandese mi sembra solo un altro aspetto di quel take it easy che appare come il tratto fondamentale di questa gente.
E se devi prendere la vita come viene, anche essere gentile con il prossimo, probabilmente facilita le cose e rende tutto più semplice.
E così, friendly and easy mi sembrano le caratteristiche più evidenti di questo popolo, fatto di gente semplice, che pare sempre abbigliata di vestiti stazzonati, tirati fuori casualmente da una valigia, dove non sembrano esistere le marche, le mode, gli status symbol, i telefonini di ultima generazione, le automobili fighe, le pubblicità piene di allusioni erotiche, insomma tutti quegli eccessi a cui invece siamo abituati dalle nostre parti, complici un consumismo estremo, ma anche un nostro certo gusto per le belle cose, il buon mangiare, il bel vestire e anche apparire, che qui sicuramente non esistono.
Gente semplice, cordiale, diretta, che saluta tutti con un “hi folks!” salendo sull’autobus. Figli, nipoti e pronipoti della vecchia, decadente e complessa Europa o della nuova, emergente, spregiudicata e vitalissima Asia, o della miriade di isole del Pacifico che conosciamo solo per sentito dire: tutti arrivati qui in cerca di qualcosa e diventati Neozelandesi.
Gente che vive in barca, cammina a piedi nudi per le strade, mangia in macchina dalle scatole di cartone dei take away, non si fa problemi a fare tre, quattro, cinque bambini, tutti biondi e tutti scalzi, vestiti di niente quando ci vorrebbe la giacca a vento e la sciarpa, gente che cammina nella pioggia senza ombrello, se ne frega del vento che ti stacca la testa o del sole che ti brucia la pelle.
Gente dura, ma piena di promesse, senza complicazioni e senza fronzoli, che emblematicamente e diversamente da altri paesi che nelle loro bandiere e nei loro stemmi si fregiano di aquile bipenni, leoni rampanti, orsi minacciosi e tori possenti, ha scelto come simbolo del proprio paese il kiwi, un animalino nativo della Nuova Zelanda.
Il kiwi, un uccellino che non sa volare, imbelle ed indifeso, timido e notturno, con piume marroncine, cosi sottili e seriche da sembrare una pelliccetta scolorita, un lungo becco e due ali inutili, un po’ goffo, tenero e simpatico, ma assolutamente, ineguagliabilmente ed unicamente Neozelandese.

 
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11 Risposte to “NUOVA ZELANDA”

  1. dipocheparole Says:

    vabbè. non c’è modo di capire perché splinder abbia deciso di cambiare formato e carattere di questo pezzo nonostante i tentativi di uniformarlo. uff.

  2. anonimo Says:

    Il pezzo lo vedo perfettamente formattato, si vede che il misterioso potere degli aborigeni si è esteso fin qui attraverso il web e ha messo a posto le cose!
    Molto belli i tuoi diari di viaggio, sono talmente vivi che sembra di vederti 🙂
    (bellissima quella dei coreani e dei giapponesi come i napoletani e gli svedesi!!)
    ;-))

  3. dipocheparole Says:

    che strano, io vedo il pezzo in un formato più grande del solito. Boh, misteri di splinder.
    @mp: i coreani sono tremendi:))

  4. anonimo Says:

    Purtroppo conosco la Nuova Zelanda solo attraverso Google Earth. Ho sempre pensato fosse il luogo più bello del mondo e il tuo ottimo reportage sembra confermarlo. Ma non hai mai pensato di rimanere lì, agli antipodi di Italietta nostra?

    P.S. Io napolitano-giapponese. Hay!

    Robilant

  5. dipocheparole Says:

    @Robily: sì, ci si pensa, perché il paesaggio è quello del paradiso terrestre, sempre come appena lavato di fresco. E poi, in un paese grande più o meno come l’Italia vivono in circa cinque milioni di persone.
    Ma per me era troppo paradiso e troppo poco terrestre, troppa natura e poche città. Non riuscirei a vivere in un paese dove la costruzione più antica è del 1835.

  6. dipocheparole Says:

    @Robily 2: vuoi dire che sei casinista come un napolitano e imperturbabile come un japanese?:)

  7. anonimo Says:

    Io invece ne ho abbastanza del colosseo, di brunelleschi, delle piazze dei miracoli, della magnifica architettura lardellata di turisti; amo il deserto. Amo il Wadi Rumm sopra tutti i deserti. e prima o poi ci tornerò.

    P.S. Io SONO napolitano. Ma ci vivo come un giaponès.

    Rob

  8. dipocheparole Says:

    Il Robilant napolese, e chi l’avrebbe detto! e io che ti facevo torinese o genovese. 🙂 ma perché un napolese sceglie un nick come Robilant poi?
    Il wadi rum, stupendo, ci sono stata un centinaio di anni fa, ma ci risiamo, tra Petra e il Wadi rum io preferisco Petra.

  9. anonimo Says:

    Sono napolese ma lericino-sarzanese di adozione. My nick is Robilant in onore di Spirito Benedetto Nicolis di Robilant, geologo e geografo alla corte dell’usurpatore Piemontese. Come mangiare il corpo del proprio nemico.
    Rob

  10. anonimo Says:

    Sei sicuro? No perchè un paio di anni fa ho visto che a Cristchurch hanno venduto gli Iphone nuovi e c'era la classica fila di pecorelle che dalla mattina presto si ammassano per avere il telefonino di ultima generazione. Una cosetta vomitevole, è stata un'allucinazione??

  11. dipocheparole Says:

    @utente anonimo: oh mio utente anonimo, ma ti pare che anche a Christchurch non ci possa essere qualche paranoico appassionato di tecnologie? 
    E tu, ti sei guardato intorno, oltre la fila delle pecorelle?
    (e comunque Dipocheparole è donna, non uomo).

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