CHICAGO

Continuo con le cronache dal giro del globo.
Di Chicago mi sono innamorata, e qui si vede. Mi spiace solo che splinder mi dica che ho superato la quota mensile di fotografie perché ne avevo di belle. Però potete sempre immaginare un lago. che è come un mare, di cui non si vedono le coste intorno, che d’inverno si copre di ghiaccio blu. Un lago con le onde che si schiantano su una spiaggia coperta di neve e di ghiaccio. E anatre selvatiche che zampettano sul laghetto ghiacciato del Lincoln Park e scoiattoli che corrono velocissimi sulla neve candida e su per gli alberi nei parchi del centro città, a due passi dalla Michigan Avenue, la strada principale di Chicago.
Il pizzino finisce un po’ tipo depliant turistico, ma insomma, una mica può far sempre letteratura.

Il rombo incessante della El, la sopraelevata, percorre sordo e soffocato le strade di Chicago.
La notte, il suono arriva ad ondate, spazzato dal vento, un tuono lontano, continuo, un cuore ferruginoso, vitalissimo, che segna il movimento di questa città.
Di giorno, il rombo lontano si fa ruggito, schianto sferragliante ed assordante nel momento in cui capita di camminare sotto uno dei tanti attraversamenti dei binari e sotto i percorsi del treno tra le strade del centro.
Un gigantesco meccano di ferro sporco, giallo, arancione, rugginoso, di pilastri e di scale di metallo, di stazioni di legno, attraversa le strade, si incunea tra le case, oscura le vie del centro, sfiora i grattacieli, percorre i ponti tra una riva e l’altra del Chicago River.
Le rotaie curvano intorno agli edifici, i vagoni a pochi metri dalle finestre delle case, sfiorano cucine, impiegati davanti ai computer, camere da letto, persone sedute a mangiare, visioni di quadri alle pareti, lampadari accesi, bambini che fanno i compiti, armadi semiaperti, gente che va da una stanza all’altra, che parla con qualcuno. La vita di una città.
A est, sullo sfondo, in lontananza, una linea invisibile delimita grattacieli e edifici, squarci di cielo luminoso alla fine delle strade: è il lago Michigan, il mare di Chicago.

Una città di quasi tre milioni di abitanti, la terza degli Stati Uniti, dopo New York e Los Angeles, nasce, cresce e vive tuttora in perfetta simbiosi con il proprio lago.
E’ il lago che crea questo clima pazzo, questi inverni gelidi, lunghissimi, fatti di venti impetuosi che spingono a spallate i passanti lungo i marciapiedi, fanno volare la neve in folate improvvise, per poi, come ora, alle porte della primavera, scaldarsi improvvisamente in una brezza leggera, tiepida che dai meno dieci, meno cinque gradi sale ai venti, ventidue nel giro di poche ore, e fa spogliare tutta la città in maglietta e infradito, per poi ridiscendere precipitosamente da un giorno all’altro a zero gradi e tornare a nevicare.

E’ lungo il lago dove crescevano le cipolle selvatiche chiamate Checaugou dagli Indiani Potawatomi nativi della regione, che dal Quebec per primo, nel 1779, venne a vivere un tale Jean Baptiste Pointe Du Sable, cacciatore di origini afrocaraibiche (un nero, per intendersi), che iniziò un commercio di pellicce con gli indiani.
Dopo poco più di duecento anni, le uniche tracce lasciate dagli Indiani, sono le strade diagonali, i loro antichi sentieri, che curiosamente incrociano il reticolato di strade perpendicolari, tipico delle città’ americane. E cosi’, l’antico polveroso track di terra battuta, il sentiero di caccia dei nativi, diventato una Lincoln Street o una Clark Street, asfaltata e trafficata di automobili e di persone, si inoltra tra la selva dei grattacieli luccicanti di vetro e cemento che corre lungo il lago.
Un lago che è come un mare, scintillante, cangiante, senza orizzonti visibili di terre confinanti, con onde blu furiose che si schiantano sulla spiaggia di sabbia color ocra. O nei giorni di gelo, un mare coperto di ghiaccio galleggiante, denso, verdeblu, opaco e mobile, e di piccoli iceberg bianchi che si confondono con la neve delle rive.
E lungo il lago grandi parchi ricoperti di neve e di laghetti ghiacciati dove le oche selvatiche avanzano lentamente, come su lastre di vetro azzurro, le zampe palmate che sfrigolano sul ghiaccio.

Chicago, americana ed insieme europea, con le sue casette in stile inglese ma con il portico del Midwest, i vialetti americani con il marciapiede che corre tra le aiuole, e le case costruite in stile italiano per i primi operai, i grattacieli che svettano vicino a piccole chiese in stile gotico, lo stadio del football dei Chicago Bears circondato di tempietti come piccoli partenoni ateniesi, ma ricoperto da un tetto di vetro, acciaio e cemento che ricorda l’astronave di Startrek o di 2001 Odissea nello Spazio.
E la gente di tutte le razze, discendenti di emigranti inglesi, irlandesi, svedesi, tedeschi, ucraini, ma anche italiani, greci e cinesi, e neri scappati dagli stati del sud dopo le guerre di Secessione.
Gente cordiale, sorridente, che al primo sole cammina per le strade in canottiera, festeggia San Patrick, patrono irlandese, colorando il Chicago River di verde, partecipa in massa alla parata come ad una festa popolare, portando le sedie per strada e bambini e nonni e ragazzi vestiti di verdeirlanda, tutti a bere birra e fare un picnic cittadino con amici e vicini.
Gente che si veste all’europea, uomini d’affari in perfetti, eleganti completi grigioneri, ma anche ragazzi neri con bandane e cappuccio della felpa in testa, enormi giacconi colorati, pantaloni di tre taglie di più con cavallo alle ginocchia e scarponcini senza stringhe, che camminano dondolando come rapper minacciosi.
E splendidi musei, pieni di quadri europei, italiani, francesi e olandesi (ma quando ce li hanno portati via tutti quei Canaletto e Tiziano e Renoir e Gauguin, Rembrandt e Kandisky ?).
E università piene di premi Nobel, e librerie di quattro piani dove si prende un libro, ci si accomoda su un divano e si legge tutto un pomeriggio, magari seduti accanto ad un homeless intellettuale che si ripara dal freddo.
E caffè dove si va a lavorare con il computer wireless e leggere e scrivere e incontrare gli amici.
Chicago, metropoli democratica in pieno Midwest, città di grandi scioperi e di battaglie operaie.
La città del signor Pullman, quello delle corriere, della Motorola, della Boeing, di Playboy e di Al Capone. Dove sono nati Hemingway, Harrison Ford e Barack Osama.
Una New York dei Grandi Laghi, ma più cordiale, più aperta e più serena, senza quella sensazione di pericolo, di asprezza, di minaccia incombente che si prova girando per le strade di New York.
La città dei Blues Brothers, del Fuggitivo, degli Intoccabili e di Mamma ho perso l’aereo.
Che altro vi devo dire? A me è piaciuta un sacco. Ragazzi, venite a Chicago.

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8 Risposte to “CHICAGO”

  1. Wynck Says:

    Chicago…tanks, Dpp..

    W

  2. anonimo Says:

    Un gigantesco meccano di ferro sporco, giallo, arancione, rugginoso, di pilastri e di scale di metallo, di stazioni di legno, attraversa le strade, si incunea tra le case…
    Dipoche al cento per cento.
    Inoltre questa è la migliore descrizione del “Chicago Blues”,
    il regalo che questa città ha fatto al mondo.
    Robilant

  3. dipocheparole Says:

    @Robily: dacché di musica non so nulla, sono andata a leggermi in rete cos’è il Chicago blues. Perchè dici che questa è la migliore descrizione del Chicago blues, in cosa? Voglio dire qual è il legame tra la descrizione della sopraelevata e la musica? (sono solo curiosa e non conosco il chicago blues. Anzi, se mi dici chi posso ascoltare per capirlo mi fai contenta:).

  4. dipocheparole Says:

    ma si legge il mio commento di poco fa?

  5. anonimo Says:

    Dipoche, puoi ascoltare Muddy Waters, Sonny Boy Williamson, Paul Butterfly Blues Band, tanto per citarne alcuni. Mike Bloomfield e lo stesso Eric Clapton talvolta, nei suoi blues vecchia maniera (è da lì che ha cominciato a muoversi nel blues). Dirti perché la descrizione della railway cittadina mi ispira la visione del blues di Chicago non è facile. Però dopotutto quel pezzo di metallo l’ha costruito un’intera generazione di negri emigrati dal sud. Negri di Memphis, New Orleans, dell’Alabama. Il Blues di Chicago introduce il metallo e la claustrofobia metropolitana. Le corde diventano elettriche, le arie perdono i grandi spazi country e conoscono un ritmo molto più nevrotico, farraginoso, rugginoso. Ma anche più perentorio. L’armonica a bocca somiglia allo sbuffo dei treni, ma non in distese bucoliche, bensì in sussurri ansimanti che riproducono la cadenza delle rotaie al piano di sopra. La chitarra produce per la prima volta suoni elettrici che rimbombano sulle chiuse pareti di geometrie urbane.
    Be’ ci ho provato, almeno
    Rob

  6. dipocheparole Says:

    grazie Robily, bella questa cosa. Ci hai provato bene.:)

  7. anonimo Says:

    Ehm, Butterfield. Paul Butterfield Blues Band. Butterfly, quella credo sia di Puccini… :-/
    Rob

  8. dipocheparole Says:

    evabbé dai, burrivolanti o campiburranti fa lo stesso..;)

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