LOS ANGELES, DOWNTOWN

Continuo a vivere di rendita mettendo qui i pizzini dal giro del mondo.
Così, dopo Los Angeles, Hollywood , questa è invece la faccia sporca di Los Angeles: Downtown.
A Los Angeles l’anno scorso, sono arrivata per caso giusto qualche giorno prima della notte degli Oscar, e sempre per caso, poiché c’era una buona offerta in internet, sono finita a prenotare un alberghino dal nome da starlette: "Hollywood Celebrity Hotel", che era esattamente dietro il Kodak Theatre. DSC02082
Per arrivare su quello che noi chiameremmo il corso principale, l’Hollywood Boulevard, la Via Roma di Hollywood, uscivo dal mio alberghino, facevo venti metri e passavo dall’entrata sul retro del Kodak Theatre, quella dove entravano gli inservienti, le guardie, e dove enormi camion scaricavano le merci.
Il Kodak Theatre è un teatro che dentro é grande, ma che, visto dall’esterno sembra piccolissimo, costruito all’interno di un pacchianissimo centro commerciale in stile assirobabilonese con finte colonne sormontate da elefanti rampanti. All’interno del centro commerciale una sorta di piazzetta, e tutto intorno negozi di abbigliamento, di souvenir, e i soliti Mc Donalds, Starbucks e fast food di vario genere.
DSC02077Pioveva incessantemente, un po’ come qui in questi giorni, la gente girava per il centro commerciale maledicendo il maltempo. Ovviamente mi sono limitata a guardare da fuori, un taxista mi diceva che il biglietto per la notte degli Oscar costava sui seimila dollari, e sono ripartita da Los Angeles giusto la sera prima.
Però, un incontro con una celebrità l’ho fatto anch’io: ad una mostra di famosi abiti da scena allestita al primo piano del centro commerciale, era presente la candidata, e poi vincitrice, dell’Oscar come miglior costumista Milena Canonero, una bella signora vagamente somigliante a Charlotte Rampling.
Mentre giravo tra i bellissimi costumi del film "Marie Antoinette" la sentì parlare in italiano con un assistente, mi girai, ci guardammo, lei forse capì che ero italiana e ci scambiammo un sorriso. Stavo per tenderle la mano, per congratularmi, come altri visitatori della mostra avevano fatto poco prima, ma la mia solita, inutile, scema, timidezza mi portò via. Me ne andai nella pioggia tra i finti elefanti e non la vidi più.

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LOS ANGELES, DOWNTOWN

 Los Angeles "Downtown", il "giù in città ", un po’ come dire il centro storico di Los Angeles, mi accoglie in un pomeriggio di pioggia battente. Accogliere non è il verbo più adatto, perché poche volte in giro per il mondo mi sono sentita così a disagio e poche volte ho provato questa sensazione di pericolo nascosto e imminente.
Me ne rendo conto appena salita sulla metropolitana che da Hollywood mi porta verso il centro. La fermata è a pochi metri dai lustrini e dai tappeti rossi del Kodak Theatre di Hollywood dove fervono i preparativi per la notte degli Oscar, e un enorme Oscar addormentato, avvolto nel cellophane giace disteso lungo il marciapiede in attesa di essere issato sul palcoscenico. Decine di operai, di guardie della security, di poliziotti, di fotografi, di giornalisti, di cineoperatori, di addetti all’organizzazione della serata, affollano da un paio di giorni il centro commerciale al cui interno si trova il teatro, camminano sul tappeto rosso ricoperto di plastica, bloccano le uscite, deviano i percorsi dei DSC02104turisti, intervistano personaggi più o meno conosciuti, si ritrovano infreddoliti a mangiare qualcosa seduti all’aperto nei vari fast food del centro commerciale, al riparo da una pioggia insistente che nel giro di mezza giornata ha abbassato di almeno una quindicina di gradi la temperatura del mite inverno californiano. Percorsi pochi metri, scese le scale mobili della stazione di Hollywood Highland, e salita sui vagoni della metropolitana, il mondo cambia.

A Los Angeles Downtown gli Angeli sono disperati.DSC02135Occhi persi nel vuoto di persone che parlano da sole nell’apparente indifferenza dei vicini che sperano solo che la loro fermata arrivi velocemente, homeless pieni di borse di plastica, persone comunque male in arnese, sono gli utenti delle misere quattro linee della metropolitana in una città di dieci milioni di abitanti e migliaia di chilometri di Highways e di autostrade.

A Los Angeles chi non ha la macchina non va davvero da nessuna parte e di sicuro i soldi, in questa città che pure produce tonnellate di sogni, sono tutti nelle stesse tasche.

Me ne accorgo scendendo dalla metropolitana alla Pershing Square Station, una grande piazza attorniata di austeri edifici, da cui inizia il "Jewelry District", il quartiere dei gioielli: centinaia e centinaia di negozi, almeno cinquemila, secondo le informazioni sulla città, per almeno quattro isolati, uno a fianco all’altro, vendono solo e unicamente gioielli, diamanti, oro, argento, pietre preziose di tutte le epoche, di tutte le provenienze e lavorazioni. Un intero quartiere presidiato da guardie armate alle porte dei negozi e delle gallerie, dove moltissimi vendono, ma pochissimi sono i clienti per le strade. I clienti apparenti invece sono tutti all’interno di un grande banco dei pegni, ma sono clienti che vendono: messicani in grande maggioranza.
Il banco dei pegni è l’unico negozio del quartiere che in vetrina espone i prezzi della merce, gioielli che non sono stati riscattati: vecchi orologi di famiglia, modesti anelli di fidanzamento, collanine e pendenti, ognuno con la sua storia e davanti alle vetrine ragazze messicane che confrontano i prezzi.
Per le strade oltre il Jewelry District, un’umanità indaffarata e distratta, tra negozietti all’ultimo saldo di abbigliamento e calzature made in China, anonimi drugstore, fast food in disarmo dal pavimento unto e uffici del tipo Western Union per le spedizioni di denaro all’estero da parte dei tantissimi messicani approdati qui in cerca di lavoro.

Grandi, storici palazzi della fine dell’ottocento, testimoniano la grandezza passata della città di Los Angeles, come il bellissimo, solido Bradbury Building, un palazzo di mattoni rossi, progettato dall’architetto George Wyman nel 1893. DSC02116
Una serie di particolari avvenimenti precedono la costruzione di questo edificio: Wyman si convinse a stendere il progetto del palazzo, dopo un sogno profetico in cui il fratello morto lo incitava ad un lavoro che lo avrebbe reso famoso, e fu inoltre ispirato nel progetto dalla lettura di "Looking Backward: 2000 – 1887" di Edward Bellamy, un’ opera profetica che descriveva la società ideale del futuro, una società utopistica dell’anno 2000, in cui il fabbricato ideale era la copia del Bradbury Building. Una strana coincidenza ha fatto sì che dopo un secolo, la società ideale non si sia realizzata, ma che in questo palazzo, con il suo grande atrio di legno e di ferro battuto, sia stato ambientato "Blade Runner", film sotto tanti aspetti profetico nella sua visione di una città cosmopolita, violenta, sporca, cupa e flagellata da una pioggia incessante. Non certo la pioggia di oggi, domani tornerà a splendere il sole californiano, ma la pioggia dei cambiamenti climatici che ci aspettano.

DSC02114Nel grandissimo atrio luminoso e severo dall’atmosfera inquietante del Bradbury Building, dai pavimenti di piastrelle incerate e lungo le silenziose scale di legno tirato a lucido, cerco le ombre del poliziotto cacciatore di androidi Rick Deckard, e l’eco dello struggente monologo dell’ultimo replicante, il bellissimo Roy Batty/Rudger Hauer, prima che il tempo della vita a lui concessa finisca: " Io ne ho viste cose che voi umani non potreste immaginare, Navi da combattimento in fiamme al largo dei Bastioni di Orione e ho visto i raggi beta balenare nel buio presso le porte di Tannhauser. E tutti questi momenti andranno perduti nel tempo, come lacrime nella pioggia. E’ tempo di morire". Ma incontro solo una famiglia di inglesi. E siamo in quattro, tra i pochissimi turisti in cerca della gloria perduta di questa Los Angeles storica.

Lungo la Broadway, un cartello bagnato affisso ad un lampione, spiega ai volenterosi visitatori che questo quartiere nei primi anni del 900 era considerato la Wall Street del West, e lo testimoniano i grandi palazzi allora sede di banche prestigiose che, dopo la Grande Depressione del 1929 non si sono più riavute. La decadenza della Los Angeles storica data da allora, i bei fabbricati, i teatri, i lussuosi palazzi del cinema, i bar, i ristoranti dell’epoca con i loro mobili di bel legno scuro massiccio e i loro arredi all’inglese, documentano la ricchezza e la solidità di un’età dell’oro scomparsa, e con lei il gusto per una certa architettura, cultura e stile di vita.
Los Angeles rimane comunque una città vitalissima, se è vero che l’economia del solo stato della California, risulta essere all’ottavo posto nella graduatoria delle potenze economiche mondiali. Forse la distribuzione del reddito andrebbe rivista, ma, a questo proposito, niente di nuovo sotto il sole.


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7 Risposte to “LOS ANGELES, DOWNTOWN”

  1. cf05103025 Says:

    Beh, chettidevodìr:
    bello, gran bel pizzino/pezzino passato in un attimo mentre mi gustavo mezzo yogurt greco + miele di ciliege, ecco:

    come quella volta che anch’io a LA ero tristissimo perché mi era andato male un affare di roba di scenografie per un serial televisivo di schifosissime mitologie, allora con la mia vecchissima Studebaker nera mi sono buttato giù per il St. Monica Boulevard per andare un po’ verso il mare, per svagarmi, per togliermi le ubbie.
    Ho posteggiato in fondo ed ho cominciato a camminare a testa bassa, il mare non si vedeva, era tutto grigio impestato, sembrava un palude, anche sopra la mia testa piovevano stagni volanti.
    Ho tirato verso destra nel Pico Blvd e mi son cacciato, non so perché, in un caffè greco, avevo voglia di qualcosa di forte; mi piace l’anice, mi sono seduto s’una sedia impagliata, loro mi hanno portato dell’ouzo; il padrone aveva il panciotto nero, camicia bianca, baffi grigi e faccia larga ed avrà avuto cinquantanni, mi ha guardato fisso, ha sentito il mio accento, si è fissato di botto e fa:
    Una razza e una fazza…
    poi ritorna con una coppetta di suo yogurth e miele, sorride e mi dice in italiano: bono.. bono…mangia!
    Io la presi come una medicina, lo yogurt, anche il sorriso greco.
    Bevevo Ouzo e mangiavo yogurth, non male il tutto.
    Ad un certo punto dal bancone il padrone mi fa dei segni col capo verso il fondo del locale, mi fa delle strizzantine d’occhio; io, un po’ scazzato, guardo di là, vedo un tavolo più grande, quadrato, vedo appena di tra l’ombre, una coppia di bella gente, lui magro, distinto, volto dai fini tratti, lei più sciampagnata, capello ondulato, fumava e ed era molto corrucciata. Avevano un bottiglia di vino bianco, davanti e robetta da sgranocchiare.
    Io ficco lo sguardo bene, strizzo gli occhi e mi dico: Oh, cazzo, oh cazzo….
    Erano Gary Cooper e Lana Turner.
    Io mi finisco la bottiglietta di Ouzo e fumo anch’io, e smiccio, fisso non riesco a trattenermi. Sarò stato lì mezzora facendo finta di farmi i fatti miei, invece ero solo un bambino stupito, stregato.
    Loro sussuravano piano: Gary teneva affettuosamente la mano di lei. Poi si sono alzati, Gary è andato alla cassa ed ha sorriso con cortesia al padrone, pagando.
    Lana si era accesa un altra cicca e si sistemava nervosamente le pieghe di una sua stupida gonna rossa a pallini bianchi.
    Passarono davanti a me nell’uscire, però Gary si fermò davanti a me , era alto un miglio, si voltò proprio a fissarmi negli occhi, io stavo sprofondando sotto il tavolino mio, lui tende un dito e mi fa serio:
    Non scoraggiarti giovanotto…vedo in te un fulgido avvenire…è tutto okkey!
    Poi con quel suo passo degno di Alessandro Magno, seguì Lana che era già sul marciapiede ,sbuffante.
    Io rimasi stordito, e mi passarono tutti i malumori, però il fulgido avvenire forse ha cambiato indirizzo.

  2. anonimo Says:

    Poche volte così a disagio eh?
    L.A. è ovest puro, punto oltre il quale non puoi andare, là dove il sole ti raggiunge e ti sorpassa e vedi la notte venire per davvero in un assolo di les paul, chip sloe gin che dà il vomito, il suo “so damn lonely” di barbone, con sirena di ambulanza e visione interna della via per l’ospedale, cirrosi epatica, magia nera di mulholland drive, suicidio lesbico, seminterrati di perversione, movimenti di macchina per eiaculazioni fotogeniche, spensierato assassinio, tiro a segno di automatica, bossoli, anabolizzanti, siliconi. In altre parole: la Marchesa Morte.

    belàn come te s’è nera oggi…

    Robil

  3. dipocheparole Says:

    @Mario: bellissimo Gary Cooper alto un miglio con il passo di Alessandro Magno. Ma come l’ha detto?: “Don’t give up maaan!” Daaaai, ma è vera?!

  4. dipocheparole Says:

    @Robilante: bellissima anche questa. Ma non è che pure tu c’hai un blog da qualche parte?

  5. cf05103025 Says:

    Io non so s’è vero:
    me l’ha raccontata mio cugino Ernesto.
    Lui conta sempre delle palle.
    Mario

  6. dipocheparole Says:

    allora è vera.:)

  7. agomast Says:

    Ho lavorato i daowntawn, per la precisione a Olive al numero non ricordo. facevo la doccia scozzese in un centro della Wilshire ogni pomeriggio, per scaricare nervi.Servivo centinaia di pasti ricchissimi ogni giorno, vedevo bere bottiglie favolose, abiti sciccosissimi ma non ero soddisfatto.
    Ho dormito al Biltmore , viscino a perschin square dove gli U2 fecero un concerto sui tetti ,imitando malalmente i Fab Four.
    Madonna affitto l’intera strada per girare una scenetta di un promo di un suo disco, ma poi nel video non vi e’ traccia. Spese un sacco di soldi, compreso l’affitto del ristorante Rex (portoni enormi in madreperla, scusa se e’ poco ed era solo l’ingresso) solo per scegliere di non vedere quelle scene. Magnifico, no? Tom Cruise si porto’ a cena un ragazzo in kimono che era l’essere piu bello che io abbia mai visto, forse era un angelo, non so, ma io che sono purtroppo indubbiamente solo maschio ebbi un turbamento, giuro.
    La notte si andava a bere in un grattacielo( a Los angeles sono dieci in tutto piu tre o quattro a Glendale) al trentaseiesimo piano e Gianfanco Vissani si porto’ a letto una figona megagalattica che se la tirava come una regina. Sembra che la ridusse ad uno straccio.
    Il museo della california e’ in un palazzo alto semicircolare che e’ stato scenario d’obbligo di molti telefilm degli anni otanta ed al suo interno potrete vdere cimeli fondamentali dell’umania’ come la sella di Pecos bill o la pistola di Calamity Jane. Simpatico, no?
    Qualsiasi cosa fosse accaduta non avreste mai dovuto andare verso Inglewodd diretti da downtown con un giubbotto azzuro. I reds vi avrebbero fatto la pelle.
    In mancanza di un altro giubotto avreste dovuto passare da Pico e sperare di farla franca, la notte.
    Gracias Dip, mi sono tornate in mente un mucchio di cose, sopratutto che avevo meno di trentanni, allora.

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