ABITUDINI

Volevo scrivere un’altra cosa ma stasera non mi viene bene.
E allora metto qui un pizzino scritto a Chicago tempo fa, quando, verso la fine del mio viaggio intorno al DSC02251mondo, arrivata in terreno amico, a casa appunto dell’amica Emanuela, e abbandonata ogni difesa e ogni controllo del mondo estraneo, mi ero decisamente rincoglionita: mettevo il sale nel caffé, mi perdevo girando per ore intorno al quartiere chiedendo in ginocchio a Ginger, il golden retriever di Emanuela, di farmi ritrovare la strada di casa, lasciavo il bancomat nello sportello, salivo sulla sopraelevata sbagliando direzione e facevo dieci fermate prima di capirlo.
Era ora di tornare a casa.

Uno degli espedienti più efficaci ideati da madre natura per renderci la vita più facile (o più insopportabile, a seconda dei punti di vista), è stato quello di dare a noi esseri umani la capacità di crearci delle abitudini.
Senza le abitudini ogni risveglio sarebbe un calvario: dal considerare tutte le mattine se mettersi prima le calze o le scarpe, al ricordare come fare per accendere un fiammifero, al pensare a quali oggetti usare per farsi un caffè, tanto per citare i livelli già più evoluti nell’immensità delle possibili scelte quotidiane, tutto sarebbe un dramma.
Questa è la riflessione che ho fatto quando, qualche giorno fa, a distanza di qualche ora, ho messo tre cucchiaini di sale prima nel te’ del mattino e poi nel caffè del pomeriggio, dopo aver aperto e richiuso in cerca della zuccheriera per venti volte gli armadietti della cucina in casa della mia amica Emanuela qui a Chicago.
Quando il giorno dopo, tutta intenta a capire il funzionamento e a nascondere velocemente la voluminosa mazzetta di banconote che qui i bancomat elargiscono solo in pezzi da venti dollari belli sgualciti, ho lasciato la tessera nello sportello, ho pensato che dopo mesi di giro del mondo, di apprendimento veloce e adattamento forzato agli usi e consuetudini di quattro continenti, i miei neuroni stavano gettando la spugna.

Ci sono grandi catene di alberghi che in ogni parte del mondo nelle stanze mantengono la stessa disposizione dei mobili e gli stessi arredi: chi viaggia spesso per lavoro vuole sentirsi a casa, e ogni mattina non ha voglia ne’ tempo di pensare a dove sia il bagno, o come fare per far funzionare la doccia o accendere la lampada sul comodino.
Viaggiare è una magnifica opportunità di mettere alla prova la nostra capacità di apprendimento e di adattamento. La diversità linguistica è il livello più banale e più evidente: tutti quanti quando partiamo sappiamo che in Germania dovremo affrontare il tedesco e in Gran Bretagna l’inglese. Quello a cui non siamo preparati è tutto il resto.

Su questo autobus affollato che probabilmente sta già superando la mia fermata, per cui rischio di perdere l’aereo, come diavolo si fa a dire all’autista di fermarsi? Dov’è il bottone per la chiamata dello stop? Il bottone non c’è? la fermata è obbligatoria ? c’è la cordicella da tirare sopra i finestrini o c’è la cordicella tesa sopra i sedili? Forse bisognerà lanciare un urlo. Già è stato difficile capire che numero prendere, in che direzione (nei paesi in cui si guida a sinistra la difficoltà raddoppia), si faranno i biglietti a bordo dicendo all’autista la fermata? (tanto lui non capirà la tua pronuncia), bisognerà fare il biglietto a terra? e dove? devi aver pronta la moneta? c’è la macchinetta? da’ il resto? Intanto la coda dietro incalza, i passeggeri ti guardano, tu ti senti un cretino e guardi le monetine che hai in mano senza conoscerne il valore.
In Nuova Zelanda si danno i soldi all’autista e si prende da soli il biglietto che esce dalla macchinetta, in Australia a volte te lo da’ l’autista a volte la macchina, negli Stati Uniti metti due dollari, cerchi di capire da dove cavolo uscirà il biglietto e l’autista ti guarda miseramente e ti chiede cosa stai cercando: il biglietto non si usa.
In Australia gli autobus non partono finché ogni passeggero non ha fatto il biglietto e non si è seduto, quindi se pensi di salire, cercare il portafoglio e farti con calma il tuo biglietto, aspettati gli occhi di tutti i viaggiatori su di te che frughi freneticamente nella borsa.
A Chicago la porta dell’autobus ovviamente non si apre se non la spingi, e la coda dietro di te comincia a chiedersi cosa stai fissando e se pensi di scendere o no, ad Auckland si scende davanti, si saluta e si ringrazia, in Giappone per i viaggi in corriera ci si prenota con nome e cognome, si ha il posto assegnato come in aereo e alla fine del viaggio si consegna il biglietto, quindi non bisogna metterlo in valigia, perché tutti, passeggeri e autista ti guarderanno fisso mentre tu, al tuo turno, cerchi il biglietto frugando nella valigia, in Nuova Zelanda ci si prenota con nome e cognome e si da’ il biglietto all’autista alla partenza, ma non si ha il posto assegnato, quindi è inutile cercare i numeri sui sedili, in Australia lo stesso, ma senza nome e cognome, e se insisti a darglielo ti guardano un po’ straniti.
E la metropolitana? a Londra devi fare il biglietto, infilarlo nello sportello all’entrata e ricordarti di averlo pronto anche all’uscita, a Tokyo, sempre che tu sia riuscito a capire dove andare, che treno prendere e come fare il biglietto, puoi pagare la tariffa minima, inserire il biglietto nello sportello all’uscita e se la tariffa che hai pagato è troppo bassa perché’ non avevi capito nulla, puoi passare all’apposita macchinetta per il conguaglio. I giapponesi prevedono tutto. A Los Angeles invece nessun controllo, ne’ all’entrata ne’ all’uscita: solo un cartello che dice che sei entrato nella zona in cui dovresti avere pagato un biglietto. Forse fucilano un viaggiatore abusivo ogni tanto come buon esempio per tutti. Ma tu, turista, non lo sai.

Esausto, cerchi un ristorante. In Giappone è facilissimo: nei sushi bar prendi i piattini con il sushi direttamente dal nastro trasportatore che ti scorre davanti, ogni piattino un colore diverso, ogni colore un prezzo. Alla fine alla cassa contano i piattini e i colori: non sai cosa hai mangiato perché era tutto scritto in giapponese, ma è facile capire cosa spendi, i numeri sono gli stessi.
In Australia e negli Usa in molti posti se ti siedi non verrà mai nessuno a chiederti cosa vuoi: devi ordinare e pagare alla cassa, dove ti daranno in mano bottiglia e a volte un bicchiere e un segnaposto alto mezzo metro con un numero. Ti siederai dove vuoi, un cameriere ti porterà da mangiare e si prenderà il segnaposto.
E infine negli Stati Uniti ti faranno uscire di testa: nella terra delle opportunità e delle possibilità, se vuoi un hot dog con una Coca Cola, non pensare di cavartela facilmente perché ti chiederanno se il pane lo vuoi bianco, nero, con i cereali, di segale, biologico o di avena. E il wurstel? lo vuoi polacco, tedesco, bianco, rosa o rosso? e sopra ci vuoi la maionese, il ketchup, la senape, le cipolle o il cetriolo? e ci vuoi le patatine insieme? ma fatte come? french fries o hash brown o aromatizzate? e la Coca? la vuoi piccola, media o large, con limone o senza, Diet Coke o no? L’unica cosa che non ti chiedono mai è se ci vuoi dentro due etti di ghiaccio. Quello lo mettono sempre.

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5 Risposte to “ABITUDINI”

  1. cf05103025 Says:

    io m’è venuto paura,
    non posso più star qui co n’ una che ha fatto il giro del mondo,
    io scappo,
    ho viaggiato pochissimo,
    il posto più lontano è stato Trofarello,
    però il pizzino è molto bellissimo…
    allora torno, magari

  2. dipocheparole Says:

    ma va là Mario. Io non sono mai stata a Trofarello invece. 🙂

  3. anonimo Says:

    Infatti purtroppo mario ha ragione. Domani devo andare a matera a vedere i sassi di mel gibson e adesso c’ho l’ansia.
    Giovanni

  4. dipocheparole Says:

    ma daaaai!!! smettetela! mica è colpa mia! così mi discriminate!:(

  5. cf05103025 Says:

    facciamo, orsù,
    la discriminazione viaggiatoria…:-)
    tra chi viaggia
    e chi se ne sta sempre a casa
    per paura di incontrare il babau
    (dentro di sè).
    Io una volta vorrei andare a Delhi.
    Ma non mi sento.
    Essendo cartographe fou viaggio fin dall’infanzia su le mappe…
    MarioB.

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