PIAZZA MADAMA

L’anziano in carrozzina, il viso giallognolo, punteggiato di macchie scure, aspetta pazientemente, un po’ piegato su un lato, la mano tesa, le dita arpionate intorno al bracciolo, gli occhi stanchi socchiusi al sole. Intorno a lui sono parcheggiate altre due carrozzine, ma di bambini: uno dorme, l’altro si agita e si lamenta piano guardando in giro.
Intorno ad una bancarella un po’sbilenca, ai margini del mercato di Piazza Madama (Piazza Madama Cristina, in realtà, ma a Torino alle vie e alle Piazze si da’del tu), quartiere San Salvario, si muovono dieci, quindici donne con il viso serio. Pescano, chinandosi lievemente, tra pantaloni, maglioni, giacche e camicie, e di volta in volta tirano su dal mucchio una manica, una gamba, un colletto, guardano l’indumento, piegando un po’ la testa di lato, o, alzandolo con entrambe le braccia, se lo appoggiano contro e se lo misurano.
La proprietaria, una grossa sudamericana dai capelli nerissimi, seduta dietro il banchetto, su una sedia a sdraio, si guarda intorno senza interesse. Nessuna paura che qualcuno rubi la merce come negli altri banchi. Il cartello in cartone scritto a pennarello, piantato tra i vestiti dice: abiti usati, un euro.
È il banco più frequentato del mercato.

Mi sono avvicinata perché, mentre giravo tra le bancarelle della frutta, dall’altra parte della piazza, ho adocchiato l’assembramento e ho pensato di trovare qualche bella occasione.
Di solito se la roba è bella e costa poco, dalle mie parti, al Paese della Cuccagna, al mercato funziona così: gran movimento di signore, ragazze, amiche che si consigliano a vicenda, chiedono il prezzo, scherzando con il proprietario cercano un minimo di contrattazione. Lui, allora, un po’ fa il galletto, un po’ le corteggia, un po’ le prende in giro, un po’ le lusinga. Loro ridono, si schermiscono, ribattono, insistono, alla fine comprano, e,  sorridendo soddisfatte per l’affare fatto, vanno via chiacchierando, distribuendosi pacchetti e borsette tra le braccia.
Qui è tutto diverso. Nessuno parla, nessuno sorride. Le donne, italiane e straniere, arrivano, parcheggiano l’anziano o il bambino al lato della bancarella, e, silenziose, come impegnate in un lavoro, cercano qualcosa tra i vestiti attorcigliati tra di loro. Se trovano qualcosa, un cenno alla padrona del banchetto sta a significare che la vendita è fatta, infilano il capo in qualche sacchetto della spesa o direttamente nella borsa, aprono il borsellino e senza una parola consegnano l’euro e se ne vanno.
Non c’è bisogno di dire nulla.
A dieci metri vendono roba nuova a cinque euro, ma intorno alla bancarella non c’è nessuno.

Al Paese della Cuccagna o dello Zucchero Filato, o del Lattemiele qui nei dintorni, dove il tenore di vita è alto, medio alto, basso, ma mai così basso, dove si vogliono introdurre limiti di reddito per l’ottenimento della residenza, dove per le strade l’accattonaggio è proibito e non si ha più abitudine a pensare e a considerare che al mondo esista la miseria, e che si è nati solo per caso, e non per merito, in un certo posto invece che in un altro, mi piacerebbe proporre viaggi di istruzione per i ragazzi delle scuole medie nei quartieri più disagiati delle città.

Un po’come quando si portano i bambini in campagna per mostrargli che i polli non nascono già a pezzi nelle vaschette dei supermercati, o che le mucche prima di diventare fettine erano dei grossi animali a quattro zampe. Un semplice processo educativo.

Comincerei già dalle medie inferiori. Basta con le solite Firenze, Gubbio e Assisi. Basta con Pesaro e Urbino. Basta Costiera Amalfitana. Basta con i centri tirati a lucido delle città ricche e turistiche, punteggiati delle solite catene di negozi Calzedonia, Diesel o Sephora. Basta con lo strascicarsi annoiato per musei affollati con gli occhi fissi al cellulare, basta con il giro in cerca del ricordino e la ricerca del Mc Donalds o dello Spizzico per il pranzo, mentre gli accompagnatori tirano il fiato seduti in gelateria, basta con l’uscita serale in discoteca per quelli delle superiori, con corollario di fughe, spinellamenti e ubriacature.

A Milano si potrebbe andare tutti a Quarto Oggiaro, a Napoli tutti a Scampia, a Venezia tutti a Marghera. A Torino, le scolaresche, invece che il Museo Egizio o la Mole Antonelliana e il museo del cinema, dovrebbero essere portate in tour a San Salvario o al mercato di Porta Palazzo.
Insegnanti selezionati, pazienti ed esperti, dovrebbero preparare i ragazzi nei giorni precedenti la visita, istruendoli a non guardare con aria schifata ed indignata chi compra abiti usati invece che capi firmati, a non avere paura e a non scansarsi tenendo stretta la borsa se camminano per strade frequentate soprattutto da stranieri, a non pensare che un quartiere sia degradato e pericoloso se ci sono (in ordine di apparizione): A) un phone center dalle vetrine non proprio luccicanti, B) un negozietto con piccola vetrina di oggetti cinesi, (statuette di gattini sorridenti, collanine colorate, tazzine economiche), C) un negozio di prodotti africani con la merce distribuita sugli scaffali in modo diverso dal supermercato Panorama e un anziano in camicione e sandali con grossi piedi neri è seduto davanti al negozio in questione, D) una donna anziana con un foulard in testa che vende panini rotondi ad un angolo della strada estraendoli da un sacco a quadri bianchi e blu, E) uomini di colorito abbronzato che parlano una lingua sconosciuta a voce alta tra di loro, come se litigassero, ma solo come se litigassero.

Per pranzo dovrebbero essere ammessi solo panini al prosciutto o al formaggio portati da casa, e mezzo litro di acqua di rubinetto. Per dolce: frutta fresca. Per tre, quattro giorni niente cellulari, né ipod, né cuffiette infilate nelle orecchie.
Secondo me i ragazzi,  si divertirebbero sul serio, e se anche non si divertissero, chissenefrega. Almeno penserebbero e, per una volta, farebbero qualcosa di diverso.

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6 Risposte to “PIAZZA MADAMA”

  1. anonimo Says:

    La trovo un’idea geniale, parliamone con la nuovissima ministra dell’istruzione. (che il sito del Corriere definisce “cattolicissima”).
    Giovanni

  2. dipocheparole Says:

    Su wikipedia dicono così della nuova ministra Gelmini:
    “Entrata in Forza Italia sin dalla discesa in campo di Silvio Berlusconi, è stata Presidente del Club “azzurro” di Desenzano dal 1994. Nel 1998 è stata prima degli eletti alle amministrative ricoprendo, fino al 2002, la carica di Presidente del Consiglio del comune di Desenzano. Tuttavia nel 2000 fu sfiduciata da presidente del consiglio comunale per inoperosità. La sfiducia oltre che dall’opposizione fu votata anche dai membri del suo stesso partito.”
    Beh, se rimane inoperosa direi che è molto meglio.

  3. anonimo Says:

    Anche i tuoi post più logorroici non sono mai troppo lunghi 😉
    Marino

  4. dipocheparole Says:

    Una dipocheparole logorroica, un ossimoro!,)

  5. cf05103025 Says:

    In Borgo San Salvario sono nato e vivo felicemente,
    pare ‘na gran nave che va all’Oriente,
    mi ci sto e mi ci ficco
    e mi sento più moro che mai
    tra questa ciurma arrimescolata,
    scegliendo due cespi d’insalata
    o un libro dal banco del napolitano
    che par il critico più sano
    di questo paese banano

    MarioB.

  6. dipocheparole Says:

    Curiosa di vedere il banco del napolitano a questo punto..:)

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