LAVORARE BISOGNA

Il Presidente della Life, Liberi Imprenditori Federalisti Europei, associazione senza scopo di lucro, con sede, ovviamente, a Conegliano, Treviso, (consiglio un’occhiata al sito: tra le altre cose, si paragona il Veneto al Tibet, e si raccolgono firme per richiedere l’accertamento e la dichiarazione della nullità e invalidità del plebiscito per l’unione delle Provincie Venete al Regno d’Italia del 1866), tal Daniele Quaglia, dice che lui ha 59 anni, che lavora da 53 anni, e che per un veneto, la cosa normale è lavorare non dodici minuti, ma dodici ore al giorno.

Tornata a casa dalla palestra, mentre svuoto lo zainetto, entro in doccia e mi cuocio gli asparagi, accendo la tele, e, tra il meglio del Grande Fratello, Voyager, Un posto al sole e Anche gli angeli mangiano fagioli, scelgo Exit su La 7 dove si dibatte sui fannulloni del pubblico impiego.
Come a teatro, ognuno ha il suo ruolo: c’è il ministro, ex ministro, che dovrà scaldarsi sul fatto che la politica deve assumersi le sue responsabilità, la rappresentante sindacale del pubblico impiego che deve dire che non tutti sono assenteisti, il rappresentante dei liberi imprenditori che invece dovrà vantare la laboriosità dei privati, il politico che deve difendere i dirigenti pubblici vessati ed impediti nel loro lavoro da leggi e leggine. Su tutti incombe il tempo tiranno, il rubarsi la parola a turno e la pubblicità.

Capisco dai commenti che gli invitati alla trasmissione, hanno appena visto un servizio su un qualche ufficio statale, i cui lavoratori in realtà, tra malattie, permessi, ferie e pause caffé, lavorano circa dodici minuti al giorno. La conduttrice, urlando alta e atona al di sopra delle voci concitate dei partecipanti, chiede il parere della rappresentante sindacale. La rappresentante sindacale, che ha pure il torto di avere un pesante accento campano, ha appena il tempo di dire che gli assenteisti ci sono dovunque, anche nel privato, anche alla Zanussi (ma come osa?), che immediatamente le viene tolta la parola: "Chiediamo se è vero che anche alla Zanussi ci sono gli assenteisti? Cosa ne pensa il Presidente della Life?" Il Presidente della Life, si erge sulla seggiolina, fiero homo faber, rappresentante della razza Veneta, opportunamente opposto alla donna non-faber del sud, e indignato dice la sua. La rappresentante sindacale cerca di riprendere la parola, ma si va in pubblicità. Entro in doccia.

In "Libera nos a malo" Luigi Meneghello nel parlare del divario tra il codice di condotta della cultura ufficiale e il costume reale del suo paese, Malo appunto, nel vicentino, negli anni tra le due guerre, ricorda un Decalogo Civile stampato sul rovescio della copertina di un vecchio quaderno di scuola.
Il Decalogo cominciava così:

1) Ama i compagni di scuola, che saranno i tuoi compagni di lavoro di tutta la vita.
2) Ama lo studio …
3) Santifica tutti i giorni con qualche azione utile e buona, con qualche atto gentile.

Meneghello si chiede che significato potessero avere queste parole, per quanto virtuose, nella vita quotidiana degli alunni di Malo, agli inizi degli anni trenta, e conclude dicendo che queste parole restavano parole. Poi, con tono lieve e sereno distacco, com’è lo stile di tutto il suo romanzo-saggio-biografia, continua così:

"La rettitudine contava relativamente poco. Parlo, s’intende, dei valori, non già dei fatti. Va da sé che la proporzione delle persone rette e di quelle non rette era press’a poco la stessa che ovunque. L’espressione "uomo retto" esiste anche in paese, ma l’ho sempre sentita con un’inflessione speciale, simile a quella che potrebbe avere altrove una frase come "ha una voce così gentile e delicata". La rettitudine è una virtù, ma marginale.
Le virtù principali vigevano nella cerchia del mondo familiare, ed erano connesse colle necessità della vita, e col lavoro. La parola "dovere" in senso morale è sconosciuta al dialetto; c’è invece l’espressione "bisogna", nel senso in cui si dice che morire bisogna. Anche lavorare bisogna, per sé, per la "dòna", per "el me òmo", per i figli, per i vecchi che non possono più lavorare. Bisogna lavorare non otto ore, o sette ore, o dieci ore, ma praticamente sempre, magari con pause, interruzioni e rallentamenti, però in continuazione e senza orario, più o meno da quando si alza il sole fino a notte; bisogna lavorare da quando si è appena finito di essere bambini (e le bambine nelle case anche prima) fino a quando si è già vecchi da un pezzo; bisogna lavorare quando si è così poveri che lavorando sempre si arriva appena a sopravvivere, e anche quando si è meno poveri, e si potrebbe lavorare di meno. Anche qui, non descrivo principalmente fatti ma valori: naturalmente non tutti lavoravano così, c’erano gli scioperati, i fainéants, i voglia-di-far-bene. Ma il principio generale riconosciuto da tutti era che bisogna lavorare per la famiglia con tutte le proprie forze, sopportare qualunque fatica e sacrificio.

Un decalogo realistico in lingua sarebbe dovuto cominciare così:

1) Ricordati che bisogna lavorare per la tua famiglia, e che la tua famiglia viene prima di tutto."

Per capire il fenomeno Lega, la Lega della prima ora, e il suo radicamento in questa terra, credo che basterebbe partire da queste parole di Meneghello.
Peccato che un grande come lui se ne sia andato. Mi sarebbe davvero piaciuto un "Libera nos a malo" del nuovo secolo, in un veneto seviziato dallo sviluppo economico, con un territorio reso irriconoscibile dalla selva di capannoni, zone artigianali e industriali e centri commerciali, una campagna ridotta ai minimi termini, una rete stradale praticamente inservibile perché intasata notte e giorno di camion e traffico automobilistico, e soprattutto mi sarebbe piaciuto leggere una sua riflessione sui risultati di questi cambiamenti sulle persone: il popolo delle partite iva, i veneti della rivolta fiscale, delle pretese di autonomia e del "paroni a casa nostra".
La casa misera col cesso in fondo all’orto è diventata villetta con giardino recintato e telecamera al cancello. Davanti al cancello della villetta c’è il Suv, ma dentro la villetta non è cambiato niente.
Le persone sono le stesse di cento anni fa.

 

 

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10 Risposte to “LAVORARE BISOGNA”

  1. anonimo Says:

    Brava Dipok, questo è un bell’articolo che fa pensare. Hai usato anche un taglio giornalistico (piuttosto) distaccato. Come la Lega venga fuori da questo contesto diventa evidente. L’assoluta mancanza di etica al di fuori del bisogno immediato ha reso alcuni strati delle popolazioni del nord est assolutamente materialisti, con una sopravvalutazione del proprio sacrificio che li porta a considerarsi al di sopra di ogni sentimento nazionale. Un sentimento beghino di orticello. Mi viene da pensare ai protestanti. In particolare ai calvinisti. Sono dei veri calvinisti. Ma devo pensarci ancora su.

    Robilant

  2. dipocheparole Says:

    grazie Robily.:)
    Leggendo il tuo commento mi viene da pensare anche che purtroppo il “tengo famiglia” è un sentimento a carattere nazionale. L’italiano medio non si è mai distinto per sentimenti di appartenenza ad uno stato nazionale. La cosa che però distingue il nord est è questa mitica del lavoro e del “gran lavoratore” elevata da puro stato di necessità dei tempi andati a elemento di orgoglio e distinzione. Cosa ci sarà di così orgoglibile nel lavorare come bestie? Magari ci faccio un altro post. Domani però.

  3. LineadiSenso Says:

    eh si, “ghe xempre da fare”

    LdS

    ps: io ci son nato a malo, non tra le due guerre.

  4. LineadiSenso Says:

    ops, error: “ghe xe sempre da fare” (trad. c’è da fare)

    LdS

  5. cf05103025 Says:

    ciau nè, però dico a Robilant che i calvinisti ci avevano ( e ci hanno) il senso della comunità e del suo bene, non solo del personale;
    questi invece pensano tanto al proprio orto, sono dei veri “particularisti” italici”, e gli vanno male gli immigrati, specie se fan casino, se stan nascosti nella baracca dietro casa a lavorare in nero per loro,
    oh se la va sempre ben, madama la marchesa!!!
    MarioB.

  6. dipocheparole Says:

    @lds: un malese! (malese?)
    la traduzione esatta però è senza il sempre: ghe xe da far. Il sempre lo lascio ai veneti doc…,)
    @Mario: non entro nella disputa perché di calvinisti non so gnente. Devo pensarci anch’io.. ciao neh:)

  7. anonimo Says:

    trovo che il commento di Robilant sia illuminante, soprattutto per gente che, come me, è così lontana (geograficamente e culturalmente) da (certo) nord-est.
    Giovanni

  8. cf05103025 Says:

    Però, scusa, o Dipòk, volevo sapere un cosa:
    Ma secondo te i leghisti amano anche la nonna?
    E se ce l’hanno meridionale?

    Ho conosciuto un leghista (con tanto di tessera) senegalese, ora citt.italiano….(Vero).

    Mario

  9. dipocheparole Says:

    Non lo so Mario. Vedo intorno, e non solo in queste zone, una grande capacità di non vedere, di non voler considerare quello che a me sembra evidente, di non essere coerenti e pure logici.
    Cerco pure di capire, di comprendere, ma non ci riesco. Forse anch’io non ci vedo.

  10. anonimo Says:

    Giusta l’osservazione di BiancoMario: i calvinisti con il loro fanatico lavurà hanno per esempio reso grande l’Olanda e ricca la Svizzera. Ma anche i leghisti sono in fregola con la Padania e muoiono dalla voglia di farla grande: finché la Padania rappresenterà i loro interessi saranno disposti a lottare per essa. Salvo retrocedere poi fino al campanile del paesino o al giardino di casa propria, se necessario. Il carattere del nord-man italiano post-agricolo condivide con i primi protestanti questi tratti di grande rigidità (semi-ottusità in alcuni casi) intellettuale. Che nascondono in realtà un’etica mooolto flessibile.

    In quanto alle nonne, credo che i leghisti adorino TUTTI i parenti meridionali: attraverso di essi possono sempre dimostrare di non essere razzisti.

    Robilant

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