I CAN’T GET NO SATISFACTION

La mia amica Paola è una fanatica di cinema.
E’il genere di persona che, se ha la giornata libera, va al cinema il lunedì pomeriggio alle quattro, e magari si vede pure un paio di film uno dietro l’altro.
Oggi pomeriggio, nell’intervallo tra il primo e il secondo tempo, mi manda un messaggio dal suo, e anche mio cinema preferito, un piccolo locale a gestione familiare, sopravvissuto in semiperiferia, scampato alla guerra delle multisala, dotandosi, non si capisce ancora come, (probabilmente scavando nella roccia o nel salotto di qualche vicino), di tre sale: una della grandezza di un pullman, e due un po’ più grandi, dove però si programmano film che altrove non arriverebbero mai.
Il messaggio dice che sta vedendo il film più brutto della sua vita, non dice quale, ma che mi aspetta per vedere il film di Scorsese alle otto.
Quando Paola mi parla di film, non mi dice il titolo come farei io che sono una poveraccia che di cinema non sa nulla, ma mi cita il regista o tuttalpiù il nome di qualche attore mai sentito prima. Capisco che però qui si parla del film sui Rolling Stones, e, visto che piove e che non ho voglia di stare a casa, le rispondo: arrivo.

Martin Scorsese, ripreso all’inizio del film, mentre cerca di capire quale sarà la scaletta del concerto dei Rolling Stones su cui sta per girare "Shine a Light", più che un regista sembra un attore, quasi un caratterista, che starebbe da dio in un film di Woody Allen. Occhiali dalla grossa montatura chiara, accento arrotolato da ragazzaccio niuiorchese, Marty, come lo chiama Mick, dovrà aspettare fino al minuto prima dell’inizio del concerto per sapere cosa suoneranno i quattro Stones, litigando con tecnici e aiuto registi su che telecamere usare e dove puntare i riflettori, e solo quasi in diretta con il primo accordo di chitarra di Keith Richards, gli arriverà in cabina di regia la lista delle canzoni in programma, stesa su un fogliaccio spiegazzato.
Il concerto si svolge al Beacon Theatre di New York, presenti Bill Clinton, Hillary e famiglia, per aiuto alla sua fondazione, e i primi minuti del film, oltre che alle arrabbiature di Marty Scorsese che cerca di capire dove diavolo deve puntare telecamere e riflettori, non sapendo con che canzone attaccherà Mick Jagger, sono dedicati all’incontro dei Rolling Stones con l’ex Presidente, la moglie, la mamma del Presidente, il nipotino e altri illustri familiari.
Poi, si parte.

Mick Jagger è un ragazzino saggio e bizzarro, un ragazzino in pantaloni attillati alle gambe magrissime, che si muove da ragazzino, ha i capelli di un ragazzino, canta con la voce dei vent’anni e ha la faccia aspra e incisa, mobile e vitale di un vecchio che non invecchia.
Keith Richards, orecchino da vecchio pirata, capelli neri, crespi e disordinati raccolti da una fascia, ha scavato con la vita in ogni ruga del suo volto, e droghe di ogni genere e alcool e ancora droghe e alcool e ancora vita e sex and drugs and rock and roll non hanno tolto luce, ironia e fascino tagliente ai suoi occhi truccati di nero e al suo sorriso un po’ storto.
Ron Wood è il più giovane, ha solo sessant’anni rispetto ai sessantaquattro degli altri due, anche lui un reduce combattente, l’impressione di un serissimo squilibrato, che svolge con devozione, sapienza e rigore il suo mestiere, senza però il tocco illuminato dal fascino e dall’immenso talento degli altri due.
E infine Charlie Watts, capelli bianchi e acconciatura da vecchia signora, sessantasei anni ragazzi, il più saggio e misurato e perfino un po’ stanco dei quattro, l’aria a metà tra il divertito e il sorpreso: ma in fondo che ci faccio ancora qui?

Eppure lì, tutti e quattro, sul palco del Beacon Theatre ci stanno benissimo, e starebbero benissimo pure al Madison Square Garden o a Wembley o a San Siro, o in qualunque altro stadio del mondo. Perfino a Woodstock, fosse possibile, my god!
La musica è la stessa, le canzoni sono quelle, da quaranta anni. Quaranta. Questi sono i Rolling Stones, sono il rock, o il rock’n roll in persona, carne e sangue e rughe e braccia secche di muscoli e vene sporgenti, cosa possono suonare di diverso? Suonano le canzoni dei Rolling Stones. E non ne hanno mai, ancora, abbastanza.
E li guardi e non puoi fare altro che guardarli con un sorriso ebete stampato in faccia, e battere il tempo, e cantare in silenzio, ma vorresti ballare e urlare.

E lo stesso, per tutto il tempo pensare che Mick Jagger ha sessantaquattro anni e che non c’è niente da fare, e per tutto il tempo meravigliarti di come non svenga dopo tre canzoni tirate e cantate come quarant’anni fa, e per tutto il tempo domandarti come cazzo fa se io dopo tre rampe di scale qualche volta ho il fiatone, e ok non mi faccio di coca, ma uno che a sessantaquattro anni si è fatto di coca tutta la vita, non ce la fa a cantare Sympathy for the devil in quel modo, e quindi siamo da capo, cosa cazzo lo fa muovere e ballare e cantare e vivere ancora in quel modo?
La domanda accompagna tutto il film. Perchè i Rolling Stones non ne hanno ancora abbastanza, perché they can’t get no satisfaction dopo una vita in cui si sono concessi tutto quello che un rolling stone può desiderare, perché in fondo Keith Richard e Mick Jagger mica miravano ad altro, miravano solo a questo, a stare su un palco e a suonare.

E il bello è che, a vederli, pure noi non ne abbiamo ancora abbastanza, anche se sono vecchi, vecchi, vecchi e ci fanno sentire vecchi e giovani ma vecchi e giovani. Ma il tempo è dalla nostra parte, pare.

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8 Risposte to “I CAN’T GET NO SATISFACTION”

  1. dipocheparole Says:

    Ok il commento me lo faccio io. Odio vedervi leggere lì dietro gli schermi, senza muovere ciglio e pensare qualcosa e rimanere impassibili e scivolare via, silenziosi, nella rete.
    Poi mi dico, anch’io faccio così. spesso, anzi quasi sempre, con quasi tutti i blog che leggo. Mica si ha sempre qualcosa da dire, e anche se si ha qualcosa da dire, non sempre è necessario dirla.
    Son brava con le autorassicurazioni eh?:)
    vabbè vi perdòno, via.

  2. retorico Says:

    fiúúúúúúúúúúúúúú!
    (quella foto dell’avatar non si potrebbe ingrandire. Te lo chiedo a nome di Scorsese)

  3. anonimo Says:

    Lunga vita alla Telecaster di Keith. Che ha completato la sua metamorfosi: da chitarrista a orco.

    Robilant

  4. dipocheparole Says:

    @ret: dici che Scorsese mi vuole protagonista nel prossimo film?
    @rob: è vero, è un orco chitarrista, ma sprizza carisma da tutti i buchi che ha sulle braccia.

  5. anonimo Says:

    Però Mick ha detto che il film di Marty è una gran sega. Però il tuo pezzo sul film è proprio carino.
    Giovanni

  6. cf05103025 Says:

    Non ho visto il film di Scorsese, è da due anni che non vado più al cinema per via di scazzofobico.
    Cioè preferisco stare in casa a vedere Sky anche se il monitor è picciolo;
    Purtuttavia tengo a precisare che noi sessanteseienni siamo sempre sulla breccia, ( di che non si sa…)
    finché inciampiamo in una buccia,
    e qui lasciamo le scarpe ed il contenuto.
    Faccio rispettosamente notare che vengo da un’epoca in cui i cantanti non duravano tanto.
    La guerra segnò la divisione netta, scissura tra tempi e culture, mode, musiche, et cetera.
    Modestamente preferisco i Beates, di cui ero il vuotacestini,
    però però non ci son più, oggessùùù

    MarioBù

  7. anonimo Says:

    Sappiamo tutti che Elvis è un pacifico e anonimo pensionato di Miami, James Dean ha avviato una florida attività di commercio ambulante, Jimi Hendrix e Janis Joplin vivono felici e disintossicati in Perù, Jim Morrison è un ex agente dei servizi segreti bulgari in pensione. Per quanto riguarda invece l’oggetto della discussione, il vero prodigio, il mistero, l’eccezione che conferma la regola è che Keith Richards è palesemente morto almeno una ventina d’anni fa! Se così non fosse come farebbe a continuare a suonare, a drogarsi, a bere come un deserto di spugne, a cadere dalle palme, rompersi la testa e tornare sempre in piedi???
    (Marino)

  8. dipocheparole Says:

    @Marino: carino:)
    @Mario: hai l’età di Charlie Watts!! Comunque siamo ritornati in un’epoca in cui i cantanti (e anche tutto il resto) durano poco. Quelli che durano risalgono agli anni 60/70. E non fanno che copiarli.
    @Marino: Keith Richards è davvero un mistero vivente.

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