L’ELABORAZIONE DEL LUTTO

Il giorno dopo del 20 giugno del 76, nel pomeriggio, mi sedetti su una panchina ai giardini con la mia radiolina in mano. La radio mi era stata regalata tre mesi prima per il mio compleanno, e giusto tre mesi prima avevo conosciuto il ragazzo che ora mi stava seduto a fianco con l’aria un po’tesa e preoccupata su quella che poi era la nostra panchina.
Qualcuno passava per i giardini e buttava un’occhiata incuriosita a quei due ragazzini che stavano seduti sotto un ippocastano, seri seri, vicini, i gomiti appoggiati sulle ginocchia, le orecchie tese ad ascoltare la radio. Era una bella giornata d’estate, anzi, il primo giorno dell’estate di quel 1976, che, se non ricordo male, fu poi un’estate torrida. La prima estate in cui i diciottenni potevano votare. Noi diciotto anni ancora non li avevamo, ma quella volta lì avremmo tanto voluto votare.
Da mesi si parlava del sorpasso. Il PCI avrebbe sorpassato la DC, la sinistra sarebbe finalmente andata al governo, e anni di potere democristiano sarebbero finalmente finiti. Non potevo veramente rendermi ben conto di cosa avrebbe potuto significare che anni di potere democristiano sarebbero finiti, dal momento che di anni ne avevo visti ben pochi allora, ma avevo seguito tutta la campagna elettorale, mi ero infervorata pensando che finalmente le cose sarebbero cambiate, e fremevo aspettando i risultati delle elezioni. La cosa pareva fatta, anche se devo ammettere che pensare che i comunisti potessero davvero andare al governo mi dava una certa inquietudine.

Da sempre mi era stata ripetuta la frase del nonno materno su quei lazarù col fazzoletto rosso al collo, che passavan tutt’el dé all’usterea, e anche l’altro nonno, se mai l’avessi conosciuto, non avrebbe sicuramente approvato, anzi, meno che mai, visto che sul suo passaporto, uno dei primi del 900, alla voce professione, c’era scritto: possidente.
In famiglia, però, nella mia famiglia, possidenti non eravamo mai stati. I soldi del nonno possidente erano spariti. I parenti ricchi, al matrimonio, avevano regalato ai miei un tavolino da gioco ricoperto di panno verde. Forse, seguendo le loro abitudini, pensavano che, appena sposati, non avrebbero saputo resistere senza poter giocare a bridge o a canasta tutte le sere. In realtà, per qualche tempo, sul tavolino da gioco i miei ci avevano mangiato, visto che, oltre al letto, era l’unico mobile disponibile. Però i loro voti, per tradizione di famiglia, erano sempre andati al partito repubblicano o ai liberali che, allora, ancora esistevano.
Non si capiva bene quindi, da dove io avessi improvvisamente assorbito l’indignazione e la rabbia che mi facevano fremere ascoltando il telegiornale, per quale motivo avessi cominciato ad andare alle prime manifestazioni per il Cile, a comprare "L’Espresso" e ad incollare sul diario articoli di giornale invece di foto di cantanti.

Fatto sta, che il 21 giugno del 76 il PCI non sorpassò la DC.
Io e N., seduti sulla nostra panchina, ascoltammo pieni di trepidazione il giornale radio con i risultati elettorali, o forse era una delle prime dirette, perché il programma durò per un bel po’, fino a sera.
Alla fine la DC vinse per qualche punto di percentuale, anche se il PCI aveva guadagnato voti. Spensi la radio. La delusione era enorme, anche se, guardandomi in giro tutto sembrava esattamente uguale a prima. I giardini erano gli stessi, le macchine passavano lungo il viale, e la nostra panchina era e sarebbe stata ancora lì. In fondo, per me cosa cambiava? Niente. Ero una ragazzina, la scuola era appena finita e l’estate cominciava. Eppure quel momento me lo ricordo come fosse oggi: in silenzio salimmo sulla Vespa di N. e ce ne tornammo a casa.

Ripensandoci adesso, le cose allora erano molto semplici: gli operai votavano a sinistra, (se non erano veneti, perché in quel caso erano operai-mezzadri e votavano democristiano), la classe media votava democristiano o liberale o repubblicano, ma questi contavano poco, e poi c’erano i fascisti di Almirante. Ed era pure chiaro che erano fascisti e che non si spiegava perché nessuno li incriminasse per apologia del fascismo. Allora era ancora chiaro, anche se le cose cominciavano a essere rese nebulose. Nelle scuole infatti ancora si parlava della Resistenza, in fondo erano passati solo trenta anni, e trent’anni sono come da oggi al rapimento Moro. L’altro ieri praticamente. E poi allora il tempo passava più lentamente.

Oggi invece, le cose sono molto più complicate: gli operai votano la Lega perché la sinistra non li rappresenta più. Sperano che sia Berlusconi a rappresentarli. Sperano che Berlusconi e Bossi mandino via gli extracomunitari, e soprattutto che non ne vengano altri. Sperano che la Cina non venda più all’estero e che se ne ritorni nei suoi confini, che Berlusconi alzi i salari e che abbassi le tasse. Anche il ceto medio vota Berlusconi, e spera le stesse cose degli operai. Pure chi è un po’ più ricco vota Berlusconi: anche loro sperano di pagare meno tasse, o di non essere costretti a pagarle, e anche di continuare ad avere soldi. C’è poi un manipolo di cattolici che pensa che Casini faccia delle cose per la famiglia. E poi ci sono quelli che hanno votato per Veltroni. E lì c’è di tutto: da quelli che avrebbero voluto votare per la sinistra ma in fondo che diavolo hanno fatto in due anni, a quelli che se non do il voto a Veltroni alla fine vince ancora Berlusconi, a quelli che non avrebbero voluto votare perché il mio voto non lo meritano ma poi non hanno resistito, a quelli che in fondo il PD è una buona idea, a quelli che speriamo bene, in fondo questi sono meglio di quegli altri. E poi ci sono i partiti: Diliberto dice che ha perso perché non gli hanno permesso di mettere la falce e martello sul simbolo del partito e la gente non ha potuto identificarsi con l’arcobaleno, Bertinotti fa autocritica e apre il dibattito, Pecoraro Scanio è sparito dalle scene, Boselli, più livido che pallido si ritira sibilando mentre Nenni si rigira nella tomba, (forse per rimettersi dalla parte giusta).

Chi resta? Restiamo noi, orfani. Quelli che ci credevano. Siamo già extraparlamentari, già corriamo per le strade armati di P38 e tracciamo stelle puntute sui muri. Non sappiamo bene a cosa credevamo in effetti. È davvero così irrealistico credere ancora in qualcosa che tutto il mondo, girando troppo velocemente, giudica osboleto e anacronistico? Solidarietà, uguaglianza, pacifismo e quelle cose lì son proprio da buttare via? Abbiamo davvero bisogno che qualcuno ci rappresenti in parlamento per continuare ad esistere o possiamo farlo da soli? Possiamo ancora continuare a credere?
Io, per il momento, mi alzo lentamente dalla panchina, salgo sulla Vespetta e me ne vado a casa. Fra poco comincia l’estate.

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14 Risposte to “L’ELABORAZIONE DEL LUTTO”

  1. retorico Says:

    Senta lei, comunista che non é altra, mi diró d’accordo e apprezzeró il suo pensiero a patto che accanto alla parola UGUAGLIANZA aggiunga DI OPPORTUNITA’.
    Ok?

  2. retorico Says:

    e comunque la colpa principale é della tv, cioé – andando a ritroso nel ragionamento – di Berlusconi.

  3. anonimo Says:

    Quando si possiede la percezione della propria identità ci si può unire. se SEI VERAMENTE quello che fai, possiedi un’identità. chi oggi vuol essere un operaio? gli operai vogliono una harley davidson. così nel mese di vacanza possono far finta di essere ciò che non sono. le giovani menti aspirano ad essere ciò che non saranno mai. il capitalismo occidentale ha saputo dove colpire. mentre il comunismo si dava da fare per abolire le classi, ai tempi di quella panchina, i padroni hanno fatto fuori LA CLASSE. Si chiama “frammentazione dell’identità”. Su scala mondiale, per giunta. Che fai quest’estate?

    p.zza Robilant

  4. anonimo Says:

    Mi hai letto nel pensiero??? 😉

    (appello: convinciamo Galatea a non chiudere il suo blog!! http://ilmondodigalatea.ilcannocchiale.it/ )

    baci Marino

  5. cf05103025 Says:

    Bellissimo pezzo, anche da punto di vista letterario, ecco:
    non ci resta che un po’ di letteratura, di arti e ricordi.
    Ed io mi sento sempre fuori luogo, caspita, già non so più giovine, ero assai poco marxista con tendenze socialdemocratiche “vere”, no quelle di Saragatte, mi ispiravano i laburisti inglesi, quelli svedesi.
    E per questo votavo PCI.
    Mi sembravano più seri e puliti.
    Tanto per voler un po’ di giustizia sociale, di pulizia, onestà, nell’amministrazione della res publica.
    Niente, son nato nel posto sbagliato, o no, visto che mi piace tanto questo paesaggio questi paesi antichi questo cibo e questo vino.
    MarioB-(

  6. dipocheparole Says:

    @retoricò: mi sembra, come si dice?.. tautologico dire che uguaglianza sottintenda che tutti abbiano le stesse opportunità, senò che uguaglianza del piffero sarebbe? guarda che mica siamo in parlamento qui!;) D’accordissimo sui danni irrimediabili provocati di televisione e media e sul rincoglionimento generale. E su questo vado pure a dar ragione al
    @Robilant sulla frammentazione dell’identità. Fenomeno visibilissimo da queste parti, in Veneto, dove si fa un gran parlare di radici, di paroni a casa nostra e pure, dichiarazione di ieri del neosindaco, di introdurre nelle scuole l’insegnamento del dialetto veneto. Chi non ha più identità, persa nell’orto dietro casa correndo dietro al sogno del suv, lavorando dodici ore al giorno nel capannoncino sotto casa, parla in continuazione di radici. In realtà non sa bene dove cercarle. Quest’estate cercherò la mia identità. Non so ancora bene dove e come. Suggerimenti?:)
    @marino: non ho capito bene in cosa ti ho letto nel pensiero.
    Vedrai che Galatea ci ripensa.
    @mariob: compito per le vacanze anche per te: cercare la propria identità!:))
    bello, quasi quasi ci faccio un post.

  7. anonimo Says:

    Elena, dì ai tuoi concittadini di non usare le radici per l’identità, altrimenti non so cosa mangeremo.

    Rob

  8. anonimo Says:

    Forse abbiamo (ho) sbagliato a pensare che certi ideali fossero realizzabili esclusivamente attraverso la politica. Io, per me, navigherò altrove.Probabilmente verso una serena e disincantata anarchia, fatta di libri, di viaggi, di baci.
    Giovanni

  9. anonimo Says:

    ho dimenticato di firmarmi (nella fretta di partire…)
    Giovanni

  10. anonimo Says:

    Nel senso che avrei potuto scrivere le stesse cose… più o meno.
    Galatea ci ripensa? Sì forse, ma passerà qualche tempo e ho paura che cambierà registro, almeno nei primi tempi… beh vedremo. Manca a molti e lo sa 🙂
    Marino

  11. anonimo Says:

    la conclusione più immediata che traggo dalle tue riflessioni è questa: ma allora TU NON SEI più più giovane di ME!!!
    avrei giurato che sì…

    alanine

  12. anonimo Says:

    però volevo anche dire:

    la scomparsa di Pecoraro Scanio da qualunque posizione rappresentativa è l’unica goccia di ambrosia nel disastro generale.

    ala

  13. anonimo Says:

    anche ferrara sotto l’uno percento non è da buttar via.

    sempre ala

  14. dipocheparole Says:

    @marino: massì, che ci ripensa. qualche giorno e ritorna.:)
    @ala: ennò caralei! (finalmente una donna che commenta!) faccio questo effetto, ma è solo perché mi spalmo di crema idratante dentro e fuori.;)

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