FRANPONESE E ITALIANO

Sto leggendo, anzi l’ho finito stanotte, "Né di Eva né di Adamo" di Amélie Nothomb, pubblicato da Voland.
Avevo letto una recensione su questo libro e mi aveva incuriosito il fatto che fosse ambientato in Giappone e che parlasse di un amore tra una ragazza belga, l’autrice appunto, e un ragazzo giapponese.
Il Giapponese medio, o almeno quello che io ho osservato semplicemente guardandomi intorno, durante il mio viaggio in Giappone, mi sembra il rappresentante del popolo più strano e più affascinante su questa terra, e da quando sono tornata da quel paese, con un grandissimo desiderio di ritornarci per stupirmi ancora di più e per cercare di capire quello che in questo viaggio non ho capito, tutto quello che parla di Giappone mi attira e mi coinvolge.
Così quando ho letto di un libro scritto da un’autrice nata e vissuta a Kobe, Giappone, ma di cultura e di lingua occidentale, ho pensato che potesse essere interessante leggere e interpretare il Giappone attraverso gli occhi di chi lo conosce così bene, ne parla la lingua, ma che, nello stesso tempo, appartiene alla mia cultura.
Amélie Nothomb, che non conoscevo prima di questo libro, pare sia molto seguita in Francia, e che i suoi libri siano tradotti e venduti in tutto il mondo. Anche da noi, esistono simili casi letterari, e ovviamente non sempre la fama si accompagna alla grandezza di uno scrittore, anzi.
Molto può contare la fortuna di trovare il filone giusto, di incontrare il gusto del pubblico o il giusto canale pubblicitario, la recensione o la promozione in televisione in quell’attimo in cui, per chissà quale imprevista combinazione, tutti improvvisamente hanno voglia di leggere di quell’argomento e di quell’autore.
Però è difficile che un mediocre o un incapace venga tradotto e venduto in tanti paesi, e Amélie Nothomb è tradotta in 37 lingue e ha venduto nel mondo sei milioni di copie. A solo 37 anni ha già scritto ventidue tra romanzi e raccolte di racconti, uno all’anno da quando è stata pubblicata.

Allora, com’è che a me invece questo libro, "Né di Eva né di Adamo" non è piaciuto per niente?
Una storiella sciatta e banale scritta in un italiano approssimativo e pieno di luoghi comuni. Una sequenza di pensierini, di aneddoti sulla stravaganza delle abitudini giapponesi, il diario di una storia d’amore scritto da una ragazzina, con l’aggravante che l’autrice non è una ragazzina, pare che non ambisca a scrivere per le ragazzine, e la storia d’amore ha la sola particolarità di descrivere la relazione con un ragazzo giapponese, il che aggiunge un vago tocco di esotismo alla vicenda.

Che sia colpa della traduzione dal francese di Monica Capuani? Che sia colpa del "franponese"? un francese costruito alla giapponese, che non è belga, come le origini dell’autrice, non è francese e non è giapponese, che la Nothomb afferma di aver inventato durante un’infanzia sofferta e viaggiante, in cui si è trovata a seguire il padre diplomatico vivendo in giro per Giappone, Bangladesh, Birmania, Cina e Laos? Allora forse il franponese merita una diversa traduzione, l’invenzione di una costruzione diversa della frase o di qualche termine che possa richiamare la francesità o la giapponesità di una parola.
Di franponese io vedo ben poco in frasi come: "(…) Mi informai e venni a sapere che in Giappone fenomeni del genere erano all’ordine del giorno. Nei paesi in cui le persone devono comportarsi bene tutta la vita, capita spesso che sclerino alla soglia della vecchiaia e si abbandonino ai comportamenti più assurdi, ma questo non toglie che le famiglie si occupino di loro, in conformità alla tradizione (…)" . Oppure, altro esempio: "(…) Da parte mia, anch’io andavo a lezione e, nei limiti delle mie possibilità, facevo progressi in giapponese. Non tardai a rendermi odiosa. Ogni volta che un dettaglio mi incuriosiva, alzavo la mano. I vari insegnanti si facevano quasi venire un attacco cardiaco quando mi vedevano brandire le falangi verso il cielo.(…)" E infine: " (…) Rinri se la sarebbe cavata perché era figlio di suo padre (…) Ma gli altri che fallivano ai test, sapevano fin dalla più tenera età che sarebbero diventati, nella migliore delle ipotesi, carne da azienda, come c’era stata la carne da cannoni. E poi ci si meraviglia che tanti adolescenti giapponesi si suicidino. (…)"
Qui mancava solo un bel "signora mia" ed eravamo a posto.

Perché me la prendo tanto con la povera Amélie che in fondo mi sta pure simpatica con le sue avventure nipponiche, e con la povera traduttrice che magari si è trovata a dover tradurre frasi e parole che non avrebbe voluto tradurre?
Non lo so, ma a vedere l’italiano così maltrattato, ultimamente mi prende male.
E poi perché mi aspetto, anche se in questo sono quotidianamente smentita e disillusa, che chi ha la fortuna, l’onore e il prestigio di venire pubblicato, debba meritarselo, e debba avere la capacità di esibire un italiano un po’ più ricercato di quello parlato da un partecipante al Grande Fratello.

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17 Risposte to “FRANPONESE E ITALIANO”

  1. retorico Says:

    Quando in un libro del genere (di qualsiasi genere, a dire il vero) si legge il verbo “sclerare”, l’unica cosa da fare é chiuderlo e abbandonarlo nella sala d’attesa di seconda classe di una stazioncina di periferia.

    “Dire quasi la stessa cosa”, un saggio di Umberto Eco sulle traduzioni, ci insegna quanto sia complicato tradurre alcuni autori (Joyce, Queneau, lo stesso Eco, Flann O’Brien, e tutti quelli che fanno delle parole un uso ponderato).
    Purtroppo non tutti gli scrittori (e le case editrici) possono permettersi traduttori di buon livelli e puo’ essere il caso che la tua autrice belga sia incappata in un dilettante allo sbaraglio.

  2. anonimo Says:

    molte case editrici non possono permettersi traduttori all’altezza. ma la maggior parte di esse non VUOLE permetterselo. può farlo: questo è il vantaggio economico dell’abbassamento del livello di conoscenza della lingua italiana (lo so perché lavoro in una di queste famigerate case meretrici).
    il mestiere di traduttore è uno dei mestieri più ingrati e maltrattati del mondo. e per giunta i traduttori sono le persone più appassionate e attaccate al proprio lavoro che mi sia capitato di incontrare.

    Elena: tu hai un romanzo nel cassetto. confessalo. oppure guarda bene.

    Robilant

  3. anonimo Says:

    permetterselo = permetterseli
    (accidenti come si è abbassato)

    un’ultima cosa: provate a “brandire le falangi”. verso il cielo poi. ci siete riusciti?
    … è una delle più grandi cantonate in cui un povero traduttore sia mai caduto.
    Rob

  4. anonimo Says:

    Ho sempre pensato che la Nothomb fosse una scrittrice sopravvalutata. L’ho letta tempo fa ed ho constatato esattamente i limiti che anche tu rilevi. Ma il punto è un altro. Mi ossessiona il mistero per cui certi autori diventino di culto. Non può essere solo la bravura di un ufficio stampa, no?
    Giovanni

  5. anonimo Says:

    quasi quasi apro un altro blog e lo chiamo “Brandendo falangi”.
    Giovanni

  6. dipocheparole Says:

    Non so davvero se dare la colpa alla traduttrice. Bisognerebbe leggere il testo originale: se l’autore scrive male il traduttore poco ne può, senò finisce a scrivere un’altro romanzo. Un secolo fa, appena laureata, mi sarebbe piaciuto intraprendere il mestiere di traduttrice, e anzi, ora che mi ricordo, mi avevano anche dato da tradurre degli scritti del famoso Armando Verdiglione (qualcuno se lo ricorda?:)) poco prima che venisse accusato di strane cose. Tradurre il Finnegans Wake sarebbe stato più facile che tradurre i suoi pensieri contorti, e chi avesse letto la mia traduzione in inglese, mi avrebbe cancellato dalla lista delle traduttrici degne. Quindi comprendo le difficoltà del traduttore di un autore mediocre.
    @Rob: non ho un romanzo nel cassetto anche perché in questa casa non ho proprio cassetti e scrivo sul tavolo da pranzo. Però confesso di avere un romanzo in giro per la testa. Me lo pubblichi?:))
    @Giovanni: anch’io non saprei spiegarmelo. Dev’essere qualcosa che gira nell’aria. Così come un locale diventa di moda da un momento all’altro, o un’isola greca diventa improvvisamente il posto dove tutti vogliono andare, così un libro diventa famoso. boh.

  7. retorico Says:

    ma sull’originale come poteva essere “sclerato” ?

  8. anonimo Says:

    Tradurre le parole non è in sé e per sé difficile. Quello che è complicato è tradurne il senso, il significato che assumono quando le metti insieme a formare un concetto. E i concetti esprimono idee che nelle loro molte sfumature sono interpretabili. Certi libri sono tradotti un po’ come i doppiaggi dei film adattati al pubblico per i quali sono stati prodotti. Forse l’editore Voland ha pensato che il romanzo della Nothomb fosse destinato ai concorrenti del Grande Fratello e a tutti quelli che li spiano dal tubo catodico? 😉
    Marino

  9. anonimo Says:

    PS: dimenticavo un recente esempio di traduzione “pilotata” che riguarda un titolo. Nei paesi scandinavi (e forse anche in quelli anglosassoni) “Gomorra” di Roberto Saviano è stato tradotto con “Mafia”. Anche se c’entra solo in senso lato, solo così i nordici riescono a intuire l’argomento.
    Marino scleré :))

  10. anonimo Says:

    Elena mi dispiace, sono solo un redattore, un umile meccanico di libri. Però ti suggerisco un titolo attorno al quale scrivere una novella: “Avventure nelle toilettes del Billionaire”. Successo garantito.

    Robilant

  11. cf05103025 Says:

    Mai letto signora Nothomb, boh… detto mi fu di legger la medesima ma io ora leggo pochissima roba in generale,
    mi guardo in giro, tengo da fare,
    mio figlio Nicò tornò sette jorni fa dal Giapùn dopo sette mesi di soggiorno a Kyoto, ci chiedo a lui, ma lui più che altro sa di robe storiche, letterarie classiche e religiose buddiste shingon,
    così è, chettedevodir….
    magari il buon Fosco Maraini di Giapùn ne sapeva assai di più, per dire, magari era meglio leggere lui

    MarioB.

  12. dipocheparole Says:

    @retoricò: non ne ho idea. in effetti la Monica Capuani ci ha messo del suo.
    @Marino: c’hai ragione anche tu. Ma pare che Amélie non sia destinata a scrivere per un pubblico di utenti del Grande Fratello. Girando in rete per leggere le opinioni di altri lettori, nel forum di Anobi ho beccato un commento di una tipa che dice di essere l’editora della Nothomb, quindi la Voland casa editrice in persona, che dice di adorare Amélie, di divertirsi un mondo a leggere i suoi libri, anche a correggere le sue bozze, essendo lei “una provocazione vivente, un’ironia continua”. Boh.
    @Mario: ma che ci faceva tuo figlio Nicò a Kyoto!? oddioddioddio che invidia.

  13. cf05103025 Says:

    mio emerito/demerito figlio Nicò stava a Kyoto a fare un corso all’università locale di lingua giapu, in cui devesi laureare, pare,
    e pure io, per influenza filiale, faccio sogni nipponici, nel senso che stanotte ho sognato pure due navi di nome Seppuku e Reppuku,
    ecco
    MarioB.

  14. effettopauli Says:

    La Nothomb è un’autrice di romanzetti rosa travestiti. Non è mai stata una scrittrice, ed è sciatta anche in francese. Per capire come mai venga pubblicata, basta pensare che hanno pubblicato la Tamaro. Ai nostri tempi un successo editoriale è quasi sempre segno di mediocrità.
    Bah.
    G.

  15. effettopauli Says:

    (PS vuoi un libro bello veramente? Leggi la Trilogia della città di K. di Agotha Kristof.)

  16. dipocheparole Says:

    ciao effettopauli:)
    sono d’accordo. Quanto all’Agota, l’ho già letta. Quella sì che è una grande!

  17. anonimo Says:

    Anch’io concordo con i giudizi unanimi che è veramente un libro orredo. Quello che mi dispiace di più è che la mia scelta è stata “spinta” direttamente dal sito della Feltrinelli alla cui news letter sono iscritta e che mi gentilmente fregato ……………….

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