LA MIA VENTICINQUESIMA ORA

Un pomeriggio di un milione di anni fa, il mio fratello più grande entrò in camera mia mentre stavo studiando, seduta al tavolo davanti alla finestra, e mi chiese cosa facevo di solito durante la giornata.
Io lo guardai sorpresa, senza capire, anche perché durante i miei diciassette, diciotto anni di vita, ci eravamo rivolti ben poco la parola, e lui, di otto anni più vecchio di me, già da tempo non viveva più con noi.
"Sì", disse lui, spazientito, afferrando una penna e un foglio tra i libri, i quaderni e i vocabolari, sparsi sul tavolo, "cosa fai durante tutto il giorno? A che ora ti alzi al mattino?" "Alle sette e dieci, sette e un quarto" risposi io lentamente, guardandolo mentre lui, in piedi accanto a me, dividendo il foglio in due con una riga, cominciava a scrivere velocemente, da una parte i miei orari e dall’altra le mie attività: ore sette e dieci, si sveglia. "E poi, cosa fai?" "E poi vado a scuola." "E a che ora torni?" "Mah … sull’una, l’una e mezza". Ore tredici e trenta:  torna da scuola. "Poi, mangi. Mangi no? In quanto tempo, una mezzora, tre quarti d’ora? e poi?" "Poi … poi, boh, che faccio? … guardo un po’ la tivu, o … non so … telefono a qualcuno. E poi, poi mi metto a studiare" "E poi? Poi che fai?" mi incalzava lui scrivendo in pochi numeri e poche parole gli orari, i tempi e gli impegni della mia giornata.
Continuai a dirgli sempre più irritata e allo stesso tempo curiosa, cosa diavolo facevo durante il giorno. Volevo vedere dove sarebbe andato a parare, nello stesso tempo ero orgogliosa di come la mia giornata fosse strutturata: la scuola, lo studio, gli amici, il moroso che avevo da qualche mese. Ero quasi grande ormai, avevo le idee chiare, almeno in superficie. Sotto era tutto un altro discorso, ma esteriormente gli orari mi davano ragione, avevo una giornata piena: di tempi, di cose da fare, di impegni da mantenere.
Arrivati alla fine del resoconto della giornata, scrisse l’ora in cui andavo a dormire, undici, undici e mezza, a fianco scrisse otto, otto ore e mezza: dorme. Tirò una riga sotto, fece una rapida somma delle ore impiegate in questa o quella attività e scrisse ventiquattro. Le ventiquattro ore della mia giornata. Guardai il foglio e poi, alzando lo sguardo, lo guardai, aspettando la soluzione. Lui non disse nulla, scrisse solo tre parole in fondo al foglio: NON PENSA MAI. Gettò la penna sul tavolo, e uscì dalla stanza.

Secondo lo stile di famiglia non ci fu nessun altro discorso. Non parlammo mai di quell’episodio, come non parlammo mai di nessun’altro episodio, se non per brevi cenni, nè io lo raccontai a qualcuno. Era ben poca cosa, in effetti: mio fratello mi aveva solo chiesto come passavo la giornata e, secondo i suoi parametri di ribelle rompiscatole e pazzoide, reduce dall’accademia di belle arti mai finita, dalle fughe dalla caserma, da un anno in India a far cosa non si sa e da mille altre follie che avevano fatto impazzire i miei genitori, aveva tratto le sue conclusioni.
Io rimasi lì, per un momento, a guardare il foglio: le ore della mia giornata media, della mia vita, condensate, bistrattate e liquidate così in quattro e quattr’otto come una cosa sbagliata. Ci pensai su un attimo e poi, un po’ stizzita, buttai via il foglio. Ma confusamente sentivo che anche lui, nei suoi modi, mi stava dicendo qualcosa.
Un po’ come al compleanno dei quindici anni, quando, senza dirmi nulla, mi aveva messo in mano una scatoletta di plastica bianca con dentro una specie di capsula, che solo dopo mesi di indagini avevo capito essere un diaframma.

Chissà come il "NON PENSA MAI" sottolineato alla fine di un foglio di quaderno, mi è rimasto negli occhi, e anche nelle orecchie, anche se non era stato pronunciato. Un po’ perché non era vero, un po’ perché, senza ancora saperlo, su questo argomento, sul tempo da dare al tempo, ero d’accordo con quel ragazzo di ventiquattro, venticinque anni che faticosamente, vero figlio di quel periodo, stava cercando di costruire la sua vita percorrendo le strade più complicate.

E così oggi sono qui. Chiusa in casa, finalmente in silenzio e in solitudine, dopo una settimana di corse in giro per il mondo, a dar retta a questo e a quello, ad imparare, ad insegnare, ad ascoltare, parlare, guardare e capire. Finalmente me ne sto qui e mi godo la mia venticinquesima, invisibile, ora.

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9 Risposte to “LA MIA VENTICINQUESIMA ORA”

  1. agomast Says:

    Giuro che ho avuto paura, forse per il fatto che per istinto primario non sopporto gli interrogatori.
    Troppo facile incastrare qualcuno con un interrogatorio, gli fai dire quello che lui,lei nemmeno si sognano di dover sapere.
    Ricordo che una volta scrissi ad una mia amica in carcere da tanti anni e le chiesi se si annoiava.
    No, mi rispose, mi servirebbe una giornata di trentasei ore.
    E assicurava che non aveva tempo per pensare, ma questo lo disse senza che glielo avessi chiesto.

  2. anonimo Says:

    Bel privilegio fermarsi a pensare, no?
    Giovanni

  3. dipocheparole Says:

    Già, pensare è un privilegio, perché avere tempo è un privilegio. Eppure fatti non fummo per vivere come bruti etc etc..

  4. anonimo Says:

    si, certo se poi mi metti in moderazione, però…

    eheheh

    alanine

  5. dipocheparole Says:

    eccola! :)) con la sua risatina minacciosa..
    Io non metto in moderazione, cancello direttamente!
    🙂

  6. anonimo Says:

    questa è ospitalità!
    questo è essere una vera signora!

    ahahahahah!

    ala

  7. dipocheparole Says:

    :DDD
    da quando faccio la prof pugno di ferro in guanto di lamierino!

  8. anonimo Says:

    comunque, nel commento che hai cancellato, o che magari non ho neanche inviato, dicevo che i miei fratelli, che sono tutti più piccoli di me, io mi limtavo a dargli un sacco di botte.

    o che sei contraria alla violenza sui minori?
    ero minore anch’io, neh.

    ala

  9. dipocheparole Says:

    eh, cara mia, mai avuto minori sotto le grinfie, solo maggiori (d’età). Fortuna che si menavano tra di loro..;)

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