"Quando non lavoravo, ne avevo di tempo da far passare. La stanza che avevo affittato (in una casa vittoriana trasformata in residence per single) mi deprimeva, così ci stavo il meno possibile. Anche se dovevo ammettere (e lo vantavo ai miei) che era a buon mercato, in bassa stagione, e a solo cinque minuti dall’oceano. Avevo anche il telefono, ma non c’era nessuno che volessi chiamare e nessuno che mi chiamasse. C’era un letto matrimoniale con un materasso morbido come un marshmallow in cui ogni notte, anche per dieci ore di fila se ce la facevo, sprofondavo in un fantastico sonno quasi senza sogni, come un cadavere in fondo all’oceano."

da Misfatti di Joyce Carol Oates, Bompiani

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8 Risposte to “”

  1. anonimo Says:

    come un cadavere in fondo all’oceano ogni giorno io sprofondo in una fantastica veglia.
    il materasso è la scrivania del mio ufficio.
    non conosco J.C. Oates, però conosco Margaret Atwood
    p.zza robilant

  2. dipocheparole Says:

    Robilant (p.zza), mio fido commentatore! Mi piaceva un sacco la metafora del cadavere in fondo all’oceano. Assomiglia a certi miei sonni e alle mie veglie di questi giorni.
    M.Atwood scrive racconti?

  3. anonimo Says:

    No, è la mia poetessa preferita. canadese, classe 1939. me l’ha fatta conoscere una mia amica.
    leggi un po’:

    ELENA DI TROIA BALLA SUL BANCONE

    Il mio è un buon rapporto qualità-prezzo.
    Come i predicatori, vendo visioni,
    come la pubblicità del profumo, desiderio
    o il suo facsimile. Come nelle barzellette
    o in guerra, è tutta questione di tempismo.
    Rivendo agli uomini i loro peggiori sospetti:
    che tutto abbia un prezzo,
    un pezzo per volta. Mi guardano e vedono
    un massacro con la motosega appena prima che avvenga,
    quando coscia, culo, macchia, fessura, tetta, e capezzolo
    sono ancora uniti insieme.
    Quanto odio gli batte dentro,
    i miei adoratori gonfi di birra! Odio, o un ebbro
    disperato amore. Vedendo la fila di teste
    e occhi rovesciati, imploranti
    ma pronti ad azzannarmi le caviglie,
    capisco i diluvi e i terremoti, e l’impulso di pestare
    le formiche. Mi muovo a ritmo,
    e danzo per loro, perché
    non lo sanno fare. La musica ha un odore volpino,
    crepita come metallo riscaldato
    e brucia le narici
    o afosa come l’agosto, caliginoso e languido
    come una città il giorno dopo il saccheggio,
    quando lo stupro è fatto,
    e la carneficina,
    e i sopravvissuti vanno in giro
    a cercare cibo
    fra i rifiuti, e c’è solo un cupo sfinimento.

    A proposito, è il sorriso
    che mi estenua di più.
    Il sorriso, e il far finta
    di non sentirli.
    Non li sento, infatti, perché dopo tutto
    sono straniera per loro.
    La loro parlata è ispida e gutturale,
    ovvia come una fetta di spalla cotta,
    ma io vengo dalla provincia degli dèi
    dove i significati sono lirici e obliqui.
    Io non mi svelo a tutti,
    se ti avvicini all’orecchio te lo sussurro:
    Mia madre fu stuprata da un sacro cigno.
    Ci credi? Mi puoi portare fuori a cena.
    È quello che diciamo a tutti i mariti.
    Davvero, ci son tanti uccelli pericolosi in giro.

    Certo che qua dentro solo tu
    mi puoi capire.
    Gli altri vorrebbero guardare
    senza sentire nulla. Ridurmi alle componenti
    come in una fabbrica di orologi o un mattatoio.
    Spremere fuori il mistero.
    Murarmi viva
    nel mio stesso corpo.
    Vorrebbero leggermi dentro,
    ma non c’è niente di più opaco
    della trasparenza totale.
    Guarda – i miei piedi nemmeno toccano il marmo!
    Come fiato o aerostato, mi sollevo,
    lèvito a quindici centimetri da terra
    nella mia luce di fiammeggiante uovo di cigno.
    Pensi che non sia una dea?
    Mettimi alla prova.
    È una canzone torcia* la mia.
    Se mi tocchi bruci.

  4. dipocheparole Says:

    @Robily. il titolo non mi prometteva niente di buono, visto che è dall’asilo che quando vogliono farmi incazzare mi dicono così.
    La poesia mi sembra bella, ma io di poesia non capisco molto.
    Ho cercato anche la versione in inglese e questa traduzione mi è sembrata un po’ traditrice. Che direbbe il cane del tuo amico? :)))) (o era il gatto? quello delle lettere da Iwo Ima)

  5. anonimo Says:

    il gattazzo ha spruzzato il monitor, non so se per esprimere disprezzo o apprezzamento per la traduzione
    Robilant

  6. dipocheparole Says:

    @Robily: ti sarai mica offeso neh?:)

  7. anonimo Says:

    offeso decché?
    non ho tradotto io la poesia e non ho spruzzato io il monitor.
    Robily

  8. dipocheparole Says:

    Rido
    e rido. LOL insomma.
    Perché mi fai sempre ridere?:)))

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