UMANITA’ FERROVIARIA

Giappone trenoAlla partenza da Torino del regionale delle undici e cinquanta, il caldo all’interno dei vagoni è tropicale. Anzi, è sahariano, visto che è un caldo secco. Nella mia carrozza, due finestrini sono sigillati, uno sarebbe apribile ma non si apre, e altri passeggeri, chiusi nei loro cappotti e nei loro auricolari, non rendono accessibili gli altri finestrini.

Il signore straniero in camicia gialla a scacchi seduto dietro di me, armeggia pesantemente con pacchi e valigie. Poi, stremato e respirando con affanno, prima di sedersi davanti alla moglie corrucciata, silenziosa e dura come una noce, e di consumare il pranzo estratto da un sacchetto, si toglie la camicia e resta in canottiera, esibendo un corpaccio peloso da orco.

A Vercelli salgono quattro ragazzine con zainetti, libri e fili che scendono dalle orecchie e fino alla stazione successiva parlottano e sonnecchiano, restando sempre avvolte fino al mento in sciarpe di mohair e giacche a vento zippate. A Novara entrano quattro sordomuti: tre donne e un uomo, e perdipiù stranieri. Non sono del tutto muti, e forse neanche sordi, perché, gesticolando fittamente tra di loro, pronunciano delle parole con suoni allungati e gutturali. L’uomo in canottiera, per farsi capire, gli urla: è caldo, caldo, caldo! I quattro approvano con un coro stonato di suoni.

Entra un uomo alto, la barba di una settimana, un pesante cappotto verde bottiglia, con in mano un lungo flauto rosso, si ferma in mezzo al vagone e recita come una poesia, una lunga frase che riassume le sue disgrazie. Poi, per un minuto suona al flauto qualcosa del tipo Violino Tzigano (motivo portatore di enorme e inevitabile sfiga, secondo mio padre e la tradizione familiare). Alla fine allunga in giro un berretto nero. Tutti guardano ostinatamente fuori dai finestrini.

Arriva una ragazza che silenziosamente appoggia sui sedili, a fianco di ogni passeggero, un bigliettino plastificato dove dice che è sordomuta e che le nostre offerte la aiuteranno a tirare avanti. Esce dal vagone, ritorna dopo qualche istante e si riprende i bigliettini. Nessuna offerta. Appena uscita, i forse-sordomuti, l’omone e una mesta signora milanese, si scatenano in una filippica di suoni e parole sulla dignità e la necessità del lavoro.

Sull’eurostar da Milano, sono seduta vicino a due giapponesi e un italiano che in tre assommano (schierati sui tavolinetti e attaccati alle orecchie) cinque cellulari, tre ipod, un palmare, e un obsoleto lettore portatile di compact disc. Da loro solo sommessi pcium pcium pcium pcium accavallati in vari ritmi. Dall’altro lato del corridoio, tre uomini tra i quaranta e i cinquanta. Uno legge un libro, uno sonnecchia, l’altro legge "Il Brescia". A Brescia i tre si alzano, indossano cappotti e giacconi, e uno di loro prende dal ripiano dei bagagli una borsa e un paio di sci e di racchette. Guardo gli sci e penso: ma guarda che piccoli che sono gli sci adesso, una volta erano lunghissimi.

Un anziano sale a Brescia e chiede a due pachistani a chi deve mostrare il biglietto. I due gli dicono che deve timbrarlo alla macchinetta prima di salire. Lui corre per scendere dal treno ma viene fermato da tre anziane di Valdagno che gli dicono che basta che firmi lui il biglietto e che lo adottano fino a Vicenza. Si scopre che è la prima volta che sale in treno in vita sua. Le signore incalzano: ma allora perché ha preso il treno? Segue una complicata e infinita storia di macchine rotte, cognati gentili ma sprovvisti di automobili, meccanici irreprensibili ma introvabili e consigli di parenti scostanti. Le signore, per paura di non fare in tempo a scendere, si preparano davanti alla porta del treno a venti minuti dalla loro fermata, e incappottate e incappellate rimangono a fatica in piedi reggendo le valigie.

A Vicenza, un ragazzo svizzero, prima di scendere, cerca, e non trova, gli sci che aveva messo sul ripiano dei bagagli qualche posto più in là del suo. Una signora anziana gli dice che doveva stare attento al suo bagaglio. In Svizzera non succede, dice lui.

Un tipo che non vedo in faccia, seduto davanti a me, sta dicendo a due signore slave che in Italia la giustizia non funziona e che quest’estate una zingara aveva tentato di rapire una bambina nascondendola sotto la gonna in spiaggia, ma il giudice ha convinto tutta l’Italia che non era vero e così l’hanno lasciata andare. E aggiunge che da noi c’è un famoso attore che si chiama Luca Barbareschi che si sta dando molto da fare perché le cose cambino.

Sul regionale da Mestre, il frate seduto accanto a me odora di qualsiasi cosa abbia mangiato e gli sia caduta sulla tonaca marroncina negli ultimi sei mesi.

Sono stanca, vado a dormire.

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7 Risposte to “UMANITA’ FERROVIARIA”

  1. anonimo Says:

    A volte è insopportabile ma a me l’odore dei treni continua a piacere. Un po’ come la lingua che tormenta il dente che duole. Piacere atavico.
    M.

  2. anonimo Says:

    Dopo avere letto il tuo reportage, ho deciso di continuare le mie ricerche a favore del teletrasporto.
    P.S. Ma c’è davvero un giornale che si chiama “Il Brescia”?
    Giovanni

  3. dipocheparole Says:

    @Marino. a me piacciono un sacco i treni. A volte l’umanità trenesca mi turba, ma non rinuncio.
    @Giovanni. uelcam! 🙂 In effetti potrei aver visto male il titolo. Confesso che scrivendo avevo avuto un dubbio. Comunque mi pareva uno di quei giornali che danno gratuitamente in giro.

  4. dipocheparole Says:

    In effetti quando sono in treno penso spesso : ma tu guarda, siamo tutti qui, siamo venuti puntuali in stazione, abbiamo preso il biglietto, ci accalchiamo in un vagone, e tutto per portare i nostri corpacci da un posto all’altro.
    E allora penso anch’io al teletrasporto.
    Ok, ho capito, vado a dormire.

  5. cf05103025 Says:

    Ma allora, non ho mica capito del tutto, ma stavi andando da Torino a Venezia, o no?
    Perché se eri a Torino potevi venirmi a trovare e mi dicevi: io sono quella lì che non ti conosco e di poche parole.
    Io, per essere in tema, dicevo solo: Sì.
    Ecco.
    Così ho perso un’occasione.
    Però. Forse no.
    Mah, la vita è strana.
    E che cosa ci facevi a Torino?
    Sai io sono curioso e putalente, cioè petulante, e sono anche disortografico.
    Scusi se ho disturbato.
    MarioB.

  6. dipocheparole Says:

    Mario ti dico da dove andavo e da dove venivo se mi spieghi cosa scrivi nel tuo blog ché non ci capisco niente. Già che ci sei, dimmi anche che fa un cartografo.
    Per sapere cosa facevo a Torino è richiesta una frequentazione di almeno due anni del mio blog e un esame di ammissione.:))
    Ma ti capisco, anch’io sono curiosa curiosa curiosa curiosa curiosa.

  7. cf05103025 Says:

    Cara pocheparolista,
    1.il blog non è mio, è collettivo ed è della Societè des cartographes fous, il che dice tutto
    2.il mio sito è http://www.mariobianco.net

    Attendo fiducioso

    MarioB. :-))

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