RAGAZZINI

ragazzine coreaneFaccio ripetizioni di inglese ad una ragazzina sui diciotto anni. Arriva sempre affannata su dalle scale, portandosi dietro una scia di freddo invernale, con in spalla uno zaino pesantissimo di libri, un po’ piegata in avanti, con quell’andatura dei ragazzi con lo zaino: le braccia che vanno da destra a sinistra invece che avanti e indietro.

Ha capelli neri un po’ spettinati, gran ciuffo tirato sugli occhi come, chissà perché, da sempre si usa tra i quindici e i vent’anni, la pelle luminosa dei bambini, bellissimi occhi grigioblu un po’ malinconici e una macchinetta ai denti che è un capolavoro di ingegneria meccanica.

Ci sono dei giorni in cui ha strani tiranti trasparenti che vanno da destra a sinistra, tra i denti di sotto e quelli di sopra, e altri in cui mi sembra che vadano da sinistra a destra, altri in cui si incrociano, così a volte mi perdo un po’ a osservare la meccanica del marchingegno, a chiedermi di che materiale siano i tiranti e dove si attacchino, ma poi, per non imbarazzarla, mi costringo a non guardarle i denti mentre cerca di pronunciare the, rather o Thackeray.

L’apparecchio per i denti, nei ragazzini, mi da’ sempre l’idea di un atto di fiducia estrema dei genitori, nella vita, nel futuro, nella bellezza dei figli: massì, spendiamo sti milioni, chiediamo pure un prestito in banca, ma che almeno mio figlio abbia i denti a posto, che non si vergogni a sorridere al mondo, come certi sempre con la mano davanti alla bocca o le labbra strette a nascondere denti storti, brutti, o mancanti.

Credo che, da ultima ragazzina educata d’Italia , spenga spontaneamente il cellulare prima di arrivare da me. Poi lo riaccende mentre scende sulle scale e, impaziente, si ferma al buio a guardare le chiamate o i messaggi ricevuti. L’ho capito una volta che, non sentendo il portone di sotto chiudersi, mi sono silenziosamente sporta sulle scale e ho captato dei soffocati bip bip bip e un tic tic tic tic tic di dita leggere e veloci sui tasti.

Delle volte la guardo e forse rivedo me stessa, le mie nipoti appena cresciute, il mondo dei ragazzini passati, presenti e futuri, tutti a non sapere un tubo di cosa succederà, e come fare e che dire e che scegliere, e vorrei dirle qualcosa oltre a to think thought thought, così mi ingegno a capire il suo mondo, e se non tutto, almeno quello della scuola.

E lei mi racconta di compiti in classe fatti di due domande e di due risposte,di interrogazioni fatte di cinque righe da leggere e tradurre con l’aiuto delle paroline già scritte fitte fitte a matita sul libro, tanto poi il proffe si perde sempre a parlare da solo e basta che gli dici due parole e a lui va bene così. Mi racconta di compiti di matematica fatti di due risposte: sì e no, e se sbagli la proffe ti dice, dai, hai ancora un’alternativa, di lezioni non fatte e di pagine che si vorrebbero studiare ma che nessuno pretende, della scuola lasciata nel trasloco da un’altra città, una scuola che pretendeva di più, non tanto di più, ma un pochino almeno sì.

Io alla fine non so mai bene che dirle.
Vorrei esclamare O tempora, O mores!, ma non mi capirebbe. Vorrei andare dai suoi professori e dal preside e dal ministro, e prenderli per il collo e dirgli ma che cazzo state facendo, ma vi rendete conto. Vorrei dirle che il suo inglese in quinta superiore è uguale a quello che sapevo io in seconda media, ma sembrerei solo una che parla dei bei tempi andati.

Vorrei che la sua freschezza, le sue capacità ancora da capire e da scoprire, il suo futuro steso lì davanti come un quaderno con le pagine ancora bianche, non venissero così calpestati e ignorati e omologati in un nulla uniforme e sciatto.
Allora cerco di dirle: Federica, ricordati che tu devi studiare per te stessa, non per l’interrogazione o il compito in classe o per l’esame dove comunque ti promuoveranno. Lei mi dice: eh sì lo so, lo so, ha ragione. Io cerco di pensare a quanto a diciott’anni mi sarebbe importato di studiare per me stessa e mi viene una gran rabbia perché so che non mi sarebbe importato un tubo di niente, avevo ben altro per la testa.

Così l’ora finisce e lei se ne va a casa.

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2 Risposte to “RAGAZZINI”

  1. galatea72 Says:

    Questo pezzo è bellissimo, elena. Ma proprio bello bello bello.

  2. dipocheparole Says:

    grazie galax.:))

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