ALICE SPRINGS

australia manoTerzo pezzo in cerca di una risposta alla riflessione di qualche giorno fa:

"Mi sono chiesto a volte che differenza c’è tra il visitare terre straniere da turisti e il visitarle senza passare per i musei, i luoghi di ritrovo dei turisti e i monumenti.
Io non sono mai entrato per esempio in un museo nè italiano ne straniero, non ho una sola foto con un monumento straniero o italiano, non conosco nulla dei luoghi turistici dei luoghi stranieri e italiani dove sono stato".

Non perdete il filo, prima o poi la risposta (la mia risposta) arriverà.

Nel frattempo, seguendo il filo del pensiero,  vi propongo di passare per l’Australia.

ALICE SPRINGS

In piedi, al semaforo tra la Larapinta Drive e la Telegraph Terrace, alla prima periferia di Alice Springs, comincio a pensare che le infradito di gomma mi si fonderanno nell’asfalto e che rimarrò lì, bloccata per ore, consumata dalle mosche dell’outback australiano.
Un calore infernale si alza dalla terra, e nonostante la crema protezione 30, sento le gambe bruciare sotto il sole. La temperatura è la stessa da giorni: siamo sui 38/40 gradi, il cielo è blu, percorso da alte nuvole candide e su questa pianura infuocata per migliaia di chilometri di deserto rosso, soffia un vento caldo e secco.
Sono venuta qui, a questo incrocio appena fuori dal centro di Alice, come la chiamano gli australiani, a cercare la stazione dei treni. Volevo vedere dove arriva il Ghan, il treno simbolo della grande avventura ferroviaria australiana che attraversa questo paese da Adelaide a Darwin, da sud a nord in quasi due giorni di viaggio, dallo stato della South Australia al Northern Territory, passando appunto per Alice Springs, uno dei primi insediamenti europei verso la fine dell’800, quando si decise di far passare per di qui, in mezzo al nulla, la linea del telegrafo che collegasse appunto il sud al nord dell’Australia e l’Australia al resto del mondo.

La ferrovia che per un errore di valutazione venne costruita nel posto sbagliato, nella zona di Alice Springs veniva annualmente spazzata via dalle piogge tropicali. L’ultimo tratto del percorso veniva quindi fatto con i cammelli condotti da cammellieri afgani che diedero il loro nome, Afghan, al famoso treno: il Ghan.
Le rotaie del Ghan, il treno del mito per i backpackers di mezzo mondo, come spesso accade ai miti quando si scontrano con la realtà, non sono altro che un misero binario a malapena segnalato che attraversa un incrocio trafficato, con un Mc Donald su un lato della strada e una ditta di infissi sull’altro, dove si muore dal caldo alla periferia di una cittadina ai confini del mondo.
Alice era il nome della moglie del responsabile della stazione telegrafica che venne costruita accanto ad una piccola sorgente d’acqua nel letto del fiume Todd che è perennemente in secca. Todd era il nome del telegrafista, Alice quello della moglie, e Alice Springs è tutta qui: una cittadina nata dal nulla e nel nulla in mezzo alla terra rossa del deserto australiano.
Una decina di strade che si incrociano perpendicolarmente formano il centro cittadino: il Todd Mall, punteggiato di negozi di souvenir, negozi per la vendita degli opali che vengono scavati qui intorno nelle tante miniere della regione, bar e ristoranti per turisti. E appena fuori dal Todd Mall, dal solito supermercato della catena Coles, dal Woolworths e da un cinema, qualche piccola ditta in una sorta di zona industriale nei pressi della stazione ferroviaria e poi per centinaia e centinaia di chilometri il nulla.

Un depliant dell’azienda di soggiorno dice che molti arrivano ad Alice Springs, se ne innamorano e decidono di restare, ed, in effetti, le poche persone con cui ho modo di parlare vengono da altre città dell’Australia e da altri paesi del mondo. Cosa vengano a cercare in questo inferno assolato è difficile capirlo. Eppure Alice ha tutto il fascino della vita di frontiera: dura, pesante, lontana da tutto e da tutti, con il suo passato di coraggiosi pionieri e di pazzi cercatori di opali, una vita scandita da condizioni di vita estreme ma ripagata anche da una natura unica.

"Da dove vieni ?" chiederò durante una tappa notturna nel mezzo del deserto ad una delle guide che conduce il tour che mi porterà ad Ayers Rock, "da Sydney, sono nato a Sydney."
" e come mai sei finito ad Alice Springs?" "per questo.." mi dirà lui, allargando il braccio ad indicare insieme il deserto rosso silenzioso, il cielo di velluto nero e le stelle infinite sopra la nostra testa distese da un orizzonte all’altro. " ..e anche per il caldo.." aggiungerà sorridendo.
La stessa cosa pensano i turisti, se è vero che approdano qui a migliaia e migliaia ogni anno anche solo per trattenersi qualche giorno, visitare la città, ma soprattutto andare ad Ayers Rock, l’Uluru, la montagna sacra agli aborigeni. E tra i turisti che si infilano accaldati tra un negozio e l’altro del Todd Mall, vagano gli aborigeni.

L’incontro faccia a faccia con un aborigeno è l’incontro improvviso con l’uomo della pietra:i lineamenti, la postura e perfino lo sguardo fanno pensare a uomini e donne venuti da un’altra epoca, dalle origini, appunto, del mondo. Un popolo antichissimo che da sempre ha abitato l’Australia, decimato da malattie, soprusi, omicidi e deportazioni, vive ora ai margini della società australiana.
Sono venuta qui apposta, nel Territorio del Nord, a cercare la storia dell’Australia che non avevo trovato a Sydney o a Brisbane, a cercare gli aborigeni, e li ho trovati sdraiati nei giardini di questa cittadina. A gruppi di cinque, sei, uomini, donne, bambini, ammaccati, pieni di fasciature chissà perché, sdruciti, sporchi. Giocano a carte, bevono birra a fiumi da barattoli nascosti in sacchetti di carta, guardano il nulla, coperti da grappoli di mosche. Oppure camminano, sempre a gruppetti di quattro cinque, veloci, come se sapessero dove andare, seri, distanti gli uni dagli altri, i capelli stopposi per aria, le gambe magre, le pance gonfie, vestiti di magliette di squadre di cricket o di colorate pubblicità, assurde e fuori tempo su uomini e donne così antichi.

Alle otto di sera, con il buio, su Alice Springs cala il coprifuoco. "E’ meglio non uscire da soli la sera", mi avvisa il proprietario dell’albergo, e dalla finestra della mia camera, per le strade buie e silenziose, percorse da folate di vento caldissimo e secco, vedo vagare le figure scure e veloci degli aborigeni e sento i loro richiami.

Aloysia, la ragazza del centro "Stolen Generation and Families Aboriginal Corporation" , mi racconta di una delle tragedie di questo popolo, per cui per quasi un secolo, fino al 1970, è stato perpetrato dal Governo Australiano una sorta di genocidio legale. I bambini aborigeni venivano semplicemente portati via dalle loro famiglie, i fratelli separati e messi a vivere in istituti, nelle missioni o in famiglie europee, dove venivano praticamente utilizzati come schiavi per il lavori di casa, nei campi o negli allevamenti. Erano comuni maltrattamenti e abusi di ogni tipo. Solo nel 1970 è stata abolita questa pratica e da qualche anno molti dei 100.000 ex bambini rapiti, sono in cerca delle loro famiglie e delle loro origini. La stolen generation, la generazione rapita, è solo uno dei tanti drammi di questo secolo, ma è davvero un dramma dimenticato e sconosciuto al mondo.

Gli uffici di questa organizzazione sono a un duecento metri dalla sede dei gloriosi Flying Doctors, i leggendari medici che con piccoli aeroplani raggiungono i posti più lontani di questo deserto, e dal museo dei Rettili, tappe obbligate della visita dei turisti che passano per questa cittadina, insieme alla sede della School of the Air, la scuola via satellite o via internet (una volta via radio), che da’ un’educazione ai bimbi sparsi nell’outback, ma nessuno fa caso alla villetta dalla porta aperta sul giardino e un grande cartello all’entrata che dice "non c’è denaro ne’ niente da rubare negli uffici" e la targa che cita appunto "Stolen generation & families".

Evidentemente la generazione rapita e tutti quelli che le girano attorno, si sentono in credito non solo dell’infanzia rapita e della vita perduta, ma di altre cose più’ materiali.

www.centralstolengens.org.au

 

 

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Una Risposta to “ALICE SPRINGS”

  1. najmahplaychild Says:

    I viaggi sono fatti di tante cose….dipende cosa vuoi scoprire.

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