FAMIGLIE

Sette o otto anni fa, seduta in un corridoio dell’ospedale regionale di T., stavo aspettando il mio turno per una visita nel reparto di pneumologia. Per rassicurarvi e non farvi pensare che questo blog sia contagioso, (qui siamo in piena paranoia da contagio da meningococco), vi dirò pure che soffro solo di allergie ai pollini, ma che il mio allergologo aveva ritenuto opportuna una visita pneumologica. Mi ritrovai così in mezzo ad una decina di persone, perlopiù anziani, che respiravano come mantici, tossivano come orchi, emettevano sibili e fruscii ad ogni inspirazione, ed avevano un aspetto decisamente malato.
Accanto a me, forse il più anziano e il più mal messo: un vecchio in tuta blu, come uno che è uscito per andare a curare l’orto e dar da mangiare alle galline, con la berretta in testa e gli scarponi ai piedi, che attaccò discorso in qualche modo e proseguì raccontandomi la storia della sua vita.

Era stato minatore in Belgio, mi disse nel dialetto strettissimo della pedemontana, così diverso da quello piatto e cantilenante della pianura: tutto consonanti mozzate e vocali brevi e chiuse, un anticipo di tedesco tra le colline del prosecco. Era partito giovanissimo, in casa erano in tanti fratelli, forse una decina, la miseria era tanta, ed in Belgio c’era già uno zio che lavorava in miniera.
Erano stati anni durissimi, mi raccontava, e a guardarlo non dovevano essere stati meglio gli anni che erano venuti dopo. S’era preso la silicosi, era malato di polmoni da non so quanti anni, e di sicuro a fare il minatore non si era arricchito. Però si era fatto una famiglia: si era sposato e aveva dei figli, e alla fine di una montagna di patimenti e tribolazioni era tornato a vivere in Italia dove però aveva trovato "tutto ‘sto coléra de imigrati", e dove i suoi risparmi valevano quasi niente.
Era sugli ottanta anni, alto, e da giovane doveva essere stato pure di bell’aspetto. Tutto sommato aveva tenuto botta, nonostante la vita di fatica e malattia condotta fino ad allora. Mi stupivano i suoi occhi azzurrissimi, gli occhi arrossati e infossati dell’anziano che era, ma con l’espressione divertita di un ragazzino. Mi raccontò tutto in modo leggero, sereno. Il suo non era un lamentarsi, ma la semplice cronaca dei fatti.

Ci fu poi una pausa, in cui lui smise di parlare, io annuivo con simpatia, lui con un leggero sorriso sul viso continuava a scorrere sul muro bianco le scene della sua vita, ed entrambi, seduti fianco a fianco sulle seggioline gialle nel corridoio, restammo in silenzio e finimmo per guardarci le scarpe.

Allora lui disse: – L’unica cosa che mi manca è mia mamma.- Io trasalì in silenzio e mi girai a guardarlo. – Mia madre era una donna fredda, – mi disse – mai un bacio, mai una carezza: la tedesca la chiamavano. Era bionda, bella, lavorava dalla mattina alla sera per la famiglia. Quando io partì, avevo dodici anni. Io andai via con mio padre e i miei fratelli maggiori e lei restò qui con i miei fratelli più piccoli. Mi salutò appena quandò me ne andai di casa.- Si girò verso di me con gli occhi chiari bagnati di lacrime: – Ma perché? Perché non è più venuta a trovarmi? Non l’ho più rivista. Morì qualche anno dopo e non l’ho più rivista.- Si passò le mani sugli occhi – Mi scusi sa? mi scusi. – – Ma no, ma di cosa, scherza? Mi dispiace.- Poi rimase in silenzio. Ci volle ancora un po’ prima che lo chiamassero per il suo turno. Io rimasi lì seduta. Quando uscì, ci salutammo e gli feci tanti auguri per la sua salute.

Ogni tanto mi torna in mente il minatore dagli occhi azzurri che a ottanta anni si tormentava ancora per l’amore di sua madre. Ci penso soprattutto quando sento parlare dell’ultima strage in famiglia, quando, per futili motivi, il figlio, la figlia, il fratello, il marito, il suocero, il cognato afferra un coltello o la pistola acquistata in segreto e fa fuori la famiglia.

Magari il motivo è un mandarino: troppo maturo, troppo piccolo, poco sugoso, ma che hai comprato? O il pane, troppo, poco, secco, duro, i soldi, sempre pochi, oppure un comportamento, un atteggiamento, fai sempre così, sei sempre il solito, mai una volta che. Quei sempre e quei mai che dopo anni e anni di abitudine e di quotidianità frizionano su pensieri frustrati e disillusi come carta vetrata su una ferita, e il mandarino troppo maturo che all’improvviso diventa il punto di non ritorno, il motivo per cui non riusciremmo a sopportare per un momento di più nella nostra vita quella tovaglia colorata, quel calendario sul muro, quei piatti e quei bicchieri presi dalla credenza senza accorgersene tutti i giorni per apparecchiare la tavola. E di conseguenza capiamo che non sopporteremmo un attimo di più quella voce, quel viso che puntualmente, solo con la sua presenza, ci ricorda le nostre mancanze, le sue mancanze, i nostri brutti ricordi, i nostri bei ricordi, la nostra casa, com’era, com’è, come non è più o come non sarà mai.
Vicini e parenti poi diranno: persone normalissime. Infatti, tutti siamo persone normali.

 

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Una Risposta to “FAMIGLIE”

  1. agomast Says:

    Gia’.
    Quando le cronaghe ci consegnarono il colpevole dell’orrendo crimine di quel bambino epilettico ,ucciso a badilate in una campagna buia per una manciata di denari, tutti invocarono la pena di morte. Ma io pensai che sarebbe stato bene tenere in vita questi assassini e pubblicarne periodicamente un resoconto etico con una aggiunta in calce: attenzione a tutti: questi tre sono tre come noi.
    ma mi rendo conto che nessuno vuole accettare questa orrenda realta’, forse nemmeno io che la invoco e da cui mi credo infinitamente lontano ed immune.

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